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Shelby Oaks dimostra quanto è difficile tradurre al cinema i fenomeni di internet

Chris Stuckmann sa muoversi nei territori dell'analog horror, ma il suo primo lungometraggio perde la sfida di una narrazione più contenuta e strutturata.

Pubblicato il 17 novembre 2025 di Lorenzo Pedrazzi

Non appena Shelby Oaks rivela il suo gioco, è naturale che The Blair Witch Project ci torni in mente come un flashback degli anni Duemila: le sequenze in stile found footage sono piuttosto simili, non solo per la soggettiva dei filmmaker, ma perché tendono a nascondere la minaccia o si limitano a evocarla, lasciandoci il compito di riempire i vuoti. In effetti, l’esordiente Chris Stuckmann opera entro i confini dell’analog horror e degli alternate reality game, due trend palesemente influenzati dal film di Myrick e Sánchez, ma che forse non esisterebbero senza YouTube. È il più grande contributo della piattaforma al genere horror: l’opportunità di costruire liberamente una narrazione (e talvolta un’intera mitologia) anche con strumenti limitati, in grado di sfumare i confini tra finzione e realtà grazie all’estetica “amatoriale”.

Non a caso, alla base di Shelby Oaks c’è proprio una serie found footage realizzata da Stuckmann sul suo canale YouTube, e incentrata su una squadra di detective del paranormale nota come Paranormal Paranoids. Il film è una prosecuzione di quella storia, come vediamo nel lungo incipit, un vero e proprio mockumentary di 20 minuti che riassume gli eventi passati: i Paranoids – ovvero Riley Brennan (Sarah Durn), Laura Tucker (Caisey Cole), David Reynolds (Eric Francis Melaragni) e Peter Bailey (Anthony Baldasare) – sono scomparsi mentre indagavano nell’eponima città fantasma, e di loro restano soltanto alcuni video molto inquietanti. Ovviamente i segugi di internet formulano innumerevoli teorie sull’accaduto, ma dodici anni trascorrono senza piste concrete. Tutto cambia quando Mia (Camille Sullivan), sorella maggiore di Riley, riceve una visita inattesa che la porta a scavare nel passato, scoprendo verità sempre più disturbanti.

Se il prologo è impostato come una docu-serie true crime, il resto del film sceglie strade più convenzionali, intersecate da sequenze found footage che Mia trova su una vecchia cassetta mini-DV. È in questi frangenti che Shelby Oaks abbraccia i codici dell’analog horror, se non nella forma (le registrazioni dei Paranoids sono in digitale) quantomeno nella sostanza: immagini disturbate, camera a mano, soggettive, il tutto per rendere l’idea di un enigma sfuggente che si cela oltre i confini dell’inquadratura. La tensione è molto alta, i jump scare funzionano, e Stuckmann dimostra di sapersi muovere nel suo habitat naturale. I problemi sorgono quando esplora nuovi territori: un lungometraggio necessita infatti di una trama strutturata, ed è qui che la storia – scritta dal regista con Samantha Elizabeth – non riesce a reggere l’impegno.

I riferimenti (più o meno espliciti) attingono ad almeno tre stagioni diverse dell’horror: il naturalismo demoniaco di Rosemary’s Baby, il found footage del sopracitato Blair Witch e l’elevated horror di Hereditary. In tal senso, Shelby Oaks è molto coerente coi tempi che corrono, dove il pastiche la fa da padrone, e il dialogo tra cinema e internet – tra arte e marketing – è molto fitto. Lo stesso YouTube si “storicizza”, con il suo percorso ormai ventennale. Purtroppo, però, la suspense perde slancio mentre scopriamo il mistero, certi snodi del racconto appaiono forzati, e le scelte di Mia sono davvero troppo assurde, persino per un horror commerciale. Pur di semplificare i passaggi narrativi o costruire atmosfere spaventose, Stuckmann le fa prendere decisioni illogiche, che vanificano la sospensione d’incredulità e ci spingono a urlare improperi verso lo schermo.

È inevitabile chiedersi se i meccanismi dell’analog horror e delle creepypasta non debbano restare appannaggio della rete, il cui linguaggio è più adatto a un sottogenere che prospera nella viralità, nella condivisione, nell’autoalimentarsi di un fenomeno privo di margini precisi (al contrario di un film, i cui confini sono giocoforza molto ben definiti). Gli studios indipendenti più “cool” hanno però scelto questa strada, NEON con Shelby Oaks e A24 con il prossimo The Backrooms, che potrebbe essere il vero banco di prova per l’analog horror al cinema. Staremo a vedere.

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