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Predator: Badlands è una divertente festa di mostri, robot e solidarietà interspecie

Dan Trachtenberg dirige il blockbuster in live action più "post-umano" di sempre, fondato sul superamento delle tradizioni.

Pubblicato il 05 novembre 2025 di Lorenzo Pedrazzi

Fra tutti gli antagonisti extraterrestri del cinema, era solo questione di tempo prima che i Predator conquistassero il rango di protagonisti. Gli Yautja, infatti, non sono propriamente malvagi, e non sono nemmeno creature ferine come gli Xenomorfi, guidati dal mero istinto di propagare la specie. Per quanto brutali, le loro azioni sono soggette a un forte senso dell’onore, e non sono prive di un codice etico: ottengono prestigio e soddisfazione dalla caccia, ma sanno anche riconoscere il valore dell’avversario, e non attaccano creature inoffensive o disarmate. Nei Predator c’è quindi tutto un potenziale folclore che il cinema non ha mai esplorato a fondo, ma di cui Predator: Badlands comincia a grattare la superficie, assegnando proprio a uno Yautja il ruolo di eroe. Il regista Dan Trachtenberg, però, si prende un rischio ancora più grande, e crea quello che è forse il blockbuster più “post-umano” di sempre, almeno in live action.

In effetti, non ci sono esseri umani nel film di Trachtenberg, ed è la prima volta che accade in una produzione hollywoodiana. La storia comincia su Yautja Prime, dove Dek (Dimitrius Schuster-Koloamatangi) affronta il fratello Kwei (Michael Homick) per guadagnarsi il diritto al “mantello”, ovvero la mimetica ottica che permette ai Predator di diventare invisibili. Senza scendere troppo nei particolari, vi basti sapere che Dek è il più giovane del suo clan, e il padre lo considera debole perché meno alto e possente della media. Tuttavia, lo Yautja è deciso a guadagnarsi il suo onore, e finisce sul pericolosissimo pianeta Genna: un mondo selvaggio abitato da creature mortali, compreso l’invincibile Kalisk, che Dek vuole cacciare per riscattarsi. Qui, il Predator incontra Thia (Elle Fanning), un sintetico della Weyland-Yutani che ha perso le gambe in seguito all’attacco del Kalisk. L’inizio non è dei migliori, ma tra i due nasce un’improbabile collaborazione che rievoca i classici di Hollywood, tanto nella commedia quanto nell’avventura: lei socievole e petulante, lui scontroso e solitario. Un topos narrativo che, stavolta, supera i confini umani e si fa universale.

Sia chiaro, il “post-umano” di cui sopra non riguarda né la morale né il sentimento, poiché Predator: Badlands promuove una solidarietà interspecie con cui è facile empatizzare. Ma il punto è esattamente questo: Trachtenberg e lo sceneggiatore Patrick Aison ci ricordano che solidarietà, empatia e fratellanza non sono un’esclusiva degli esseri umani, e non è necessaria la loro (anzi, la nostra) presenza per raccontare questi valori. Il cinema d’animazione ci è arrivato molto prima, mentre per i live action di Hollywood è una novità. Badlands dipinge uno scenario dove gli umani non sopravvivrebbero neanche un minuto, e soltanto la loro naturale evoluzione (i sintetici, a maggior ragione se “sensibili” come Thia) o la loro controparte interstellare (gli alieni) possono affrontare la sfida. Così, Genna diventa il campo di battaglia tra due forze superiori, ma dove gli umani hanno comunque un ruolo distruttivo e latente, come sa bene chiunque conosca la Weyland-Yutani: che si tratti degli Xenomorfi o di altre specie, l’efferata corporation è sempre alla ricerca di campioni biologici da militarizzare.

Introdurre quest’ultima in un film di Predator rafforza gli storici legami con Alien, ma dimostra anche che Trachtenberg sta lavorando per l’evoluzione del franchise. È ovvio che il regista concede qualcosa ai suoi committenti: musiche ed effetti sonori citano Dune, mentre l’inclusione di un tenero comprimario – seppur mortale – risponde alle famigerate logiche di Hollywood. Bisogna però farsene una ragione: Predator non è più un ruvido action degli anni Ottanta, e i tentativi di rifare quella versione (con Predators e The Predator) hanno fallito. Tanto vale che la saga prenda un’altra direzione, anche perché Trachtenberg è bravo a muoversi dentro quei confini, lasciando intatti i principi di base. Del resto, è stato lui a rilanciare la saga con il riuscitissimo Prey, dopo vari sequel e spin-off che non hanno mai convinto del tutto.

Il suo lavoro è evidente nell’ottima confezione tecnico-visiva, come pure nel modo in cui tratta i personaggi. Non solo il rapporto tra Dek e suo fratello, ma anche lo sviluppo del protagonista resta coerente alla caratterizzazione degli Yautja: «L’alpha non è il lupo che uccide di più, l’alpha è quello che protegge meglio il branco» dice Thia a Dek, influenzando in maniera cruciale la sua formazione. Perché, certo, Predator: Badlands diverte con la sua festa di mostri, robot e combattimenti, ma è soprattutto la genesi di un clan alternativo, di una famiglia che varca i confini biologici. Quella che ognuno si sceglie lungo il cammino, oltre la retorica vetusta del sangue e delle tradizioni.

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