C’era grande attesa già alla Festa del Cinema di Roma per Mrs. Playmen, nuova serie ora su Netflix, dedicata ad una delle figure femminili più intriganti e particolari della nostra storia: Adelina Tattilo, colei che prese una rivista erotica e la trasformò in qualcosa di completamente diverso. Peccato che il risultato finale sia al di sotto di tutto ciò che si poteva ottenere.
Mrs. Playmen parte fin dall’inizio con un’identità abbastanza chiara: quella di una serie che mira a creare un ponte tra il passato e il presente. Questo riguarda non solo il modo in cui vengono ritratti quegli anni ’70, ma la stessa natura dei personaggi, le loro interazioni. Niente di nuovo sotto il sole, Netflix lo ha fatto tante altre volte, ma quello che fa la differenza qui, è come tutto appaia uscito da una vecchia ficiton, di quelle Rai o Mediaset, quasi che si volesse targettizzare il tutto per il pubblico -anta. Questo riguarda anche gli aspetti più duri, ambigui o difficili della serie, che ci offre uno spaccato umano e sociale desolante nell’Italia di allora. Lo fa però prendendosi così tante licenze narrative rispetto ai reali eventi, che alla fine non si capisce cosa abbiamo di fronte. Ad ogni modo, occorre dire che Carolina Crescentini ce la mette tutta per farci affezionare ad Adelina Tattilo, moglie di Saro Balsamo (Francesco Colella), il fondatore e direttore di Playmen, rivista che fa continuamente a gara con la censura dell’epoca per uscire.
Ma, come scopre nel modo peggiore Adelina, il marito è anche inseguito dalle Forze dell’Ordine per maneggi poco puliti, e se ne scappa in Francia dall’amante, lasciando lei e i figli nelle peste. Alla donna, non resta altro da fare che cercare di tenere la sua vita a galla, compresa quella rivista, che rimane in realtà seguitissima da tantissimi lettori. Nel giro di poco tempo, mettendosi quando serve anche contro il redattore capo Chatraux (Filippo Nigro) e dando fiducia al fotografo Luigi Poggi (Giuseppe Maggio), Adelina decide per un cambio totale di politica editoriale. Da mera rivista osé, Playmen diventerà un baluardo dell’identità femminile, una rivista dove si può parlare del mondo dal punto di vista femminile, una volta tanto. E allora ecco che si parla di sesso, divorzio, aborto, erotismo, collaborando con artisti e intellettuali, insomma creando un universo tanto scomodo, nell’Italia bigotta e maschilista dell’epoca, quanto innovativo. Peccato che Mrs. Playmen tutto questo lo riduca a una sorta di Bignami, con una costruzione fantasiosa a dir poco rozza, e un paternalismo di fondo davvero fastidioso. Il che, pensando alla protagonista, il tema, alla fin fine è davvero sorprendente.
Il pericolo più scontato era quello di banalizzare una figura così irriverente, per molti versi anche ambigua nel suo muoversi tra nazionalpopolare, proibito e alta società dell’epoca. Ecco, Mrs. Playmen ci casca in pieno, già con un’estetica patinata, vecchia di vent’anni, senza mai darci la sensazione di essere di fronte a un racconto vero, a personaggi credibili o verosimili. Ci sarebbe il precedente di Diva Futura, presentato l’anno scorso al Festival di Venezia, per la regia di Giulia Louise Steigerwalt, quel biopic strano su Riccardo Schicchi, ma leggero, irriverente, ben fatto. Invece Mrs. Playmen a volte vuole essere dramma pasoliniano, con tanto di stupro, ritratto rozzo e poco credibile della Roma più logora e arretrata.
Altre volte via di dramedy, di racconto melò e poi si torna indietro. Ci mettiamo poi dentro anche un ispettore deciso a far chiudere la rivista (Domenico Diele) per fare carriera, una storia omosessuale dentro la redazione (mai esistita), i primi amori del figlio convertitosi alla contestazione studentesca, ed ecco che Mrs. Playmen diventa una sorta di fiction vecchia maniera con il fard, esattamente il contrario di ciò che doveva essere. Ma del resto, già il nome di Riccardo Donna alla regia era un segnale molto chiaro, ed è stato anche poco aiutato dalle molteplici mani intervenute in una scrittura, che appare sempre decisa a evitare un eccesso di realismo, a dirci tutta la verità, nient’altro della verità.
Carolina Crescentini sostiene la serie anche nei suoi cali più vistosi, quando dialoghi, eventi, vengono messi alla rinfusa e con scarso vigore gli uni dentro gli altri. Tutto appare molto approssimativo, ma ciò che è più grave anche molto artificioso, quasi che Netflix avesse indicato delle necessità algoritmiche alla produzione, dei punti da non ignorare per non scontentare sia la casalinga di Voghera sia il pubblico Gen Z. Così facendo però, la rievocazione di quell’Italia diventa una cartolina senz’anima, la problematicità di essere donna una piccola gag senza fondo. Il che, a pensare chi fu Adelina Tattilo, la sua visione del mondo e delle cose, è più triste che sbagliato.
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