È sempre interessante quando un agente esterno rompe i fragili equilibri di una famiglia, riesumando quei conflitti che si è cercato tanto faticosamente di sotterrare. Del resto, la famiglia tradizionale ama nascondere i suoi disagi, soprattutto nei contesti più strutturati e borghesi, dove l’apparenza è tutto; si deve conservare un’immagine di rispettabilità e benessere, fa parte del gioco. Lo schiaffo, secondo lungometraggio del tedesco Frédéric Hambalek, lavora proprio in quella direzione: mette in crisi un sistema apparentemente pacifico ma menzognero, usando l’elemento fantastico per aprire una breccia nelle sue mura.
Il titolo originale – Was Marielle Weiß, ovvero ‘Ciò che sa Marielle’ – riassume il punto della questione. L’eponima Marielle (Laeni Geiseler) ha dodici anni, e riceve uno schiaffo da una compagna di scuola dopo averla insultata: da quel momento in poi, la ragazzina si ritrova con una sorta di potere telepatico che le permette di vedere e sentire tutto quello che fanno i genitori, Julia (Julia Jentsch) e Tobias (Felix Kramer). Tale connessione non le lascia un attimo di tregua, è attiva persino durante il sonno. Spaventata, Marielle racconta tutto, e i genitori capiscono ben presto che non mente: la figlia è in grado di descrivere qualunque cosa abbiano fatto durante la giornata, compresi gli eventi più imbarazzanti. Julia ha un lavoro d’ufficio piuttosto importante, e flirta in modo esplicito con il collega Max (Mehmet Ateşçi), anche se per il momento non sono ancora passati ai fatti. Tobias ricopre un ruolo di alto livello in una casa editrice, ma fatica a imporre la sua autorità sui collaboratori, in particolare sull’intraprendente Sören (Moritz Treuenfels). Entrambi, insomma, nascondono piccoli segreti che rivelano qualcosa di intimo: da una parte l’insoddisfazione coniugale di Julia, dall’altra la debolezza caratteriale di Tobias.
Torna alla mente L’inconfondibile tristezza della torta al limone, splendido romanzo di Aimee Bender in cui la piccola Rose scopre di poter percepire lo stato d’animo della madre dopo aver mangiato una torta da lei preparata, e di poter fare lo stesso con qualunque cibo, anche cucinato da altri: di punto in bianco, l’interiorità altrui le si spalanca davanti agli occhi. L’intuizione vincente di Hambalek risiede però nell’assoluta trasparenza di Marielle, che non tiene per sé questo “potere” (come accade di solito quando un personaggio acquisisce un’abilità eccezionale), ma lo dichiara fin dall’inizio. Così, i genitori diventano i veri protagonisti: osservati dalla figlia in ogni momento della giornata, Julia e Tobias non possono più comportarsi in modo naturale, costretti a una specie di iper-consapevolezza che inizialmente sortisce effetti castranti, per poi degenerare nell’esasperazione. Saltano allora tutti gli schemi, dato che ormai nessuno può avere segreti, e la famiglia è obbligata a confrontarsi anche sui temi più delicati.
Le conseguenze sono surreali, talvolta spassose, ma in quel modo laconico e tagliente che ci si aspetterebbe da una commedia tedesca. Julia, in particolare, ne paga il prezzo più imbarazzante quando deve gestire le avance di Max, cercando di trasformarle in una goffa lezione di educazione sessuale per la figlia. Già nel precedente Model Olimpia, Hambalek aveva esplorato le difficoltà e i paradossi di trasmettere un’educazione affettiva ai figli, pur all’interno di una cultura che tende a essere molto aperta sull’argomento; ma fino a che punto è possibile comunicare in modo costruttivo? Per quanto progressisti possano essere i genitori, esisterà sempre un livello di intimità oltre il quale è impossibile spingersi, e Julia lo sperimenta in prima persona. L’apertura totale è un’utopia, anche nelle società più evolute.
Peraltro, i ruoli ne escono completamente ribaltati: sotto scrutinio costante – seppure involontario – ci sono gli atteggiamenti dei genitori, non quelli della figlia; sorveglianti e sorvegliata si scambiano di posto, lasciando emergere tutto l’irrisolto di una tipica famiglia borghese (come pure l’illusione di maturità in cui si crogiolano gli adulti). Gli stessi spazi domestici – algidi, geometrici, asettici – riflettono il congelamento delle passioni e dei conflitti, il desiderio di schermarsi dietro una maschera impeccabile. La sceneggiatura del regista è abile a sbrogliare questo groviglio di tensioni senza cedere al melodramma, ma conservando invece una notevole sobrietà di toni, anche grazie al contegno di Julia Jentsch e Felix Kramer. Persino al culmine della vicenda, Lo schiaffo dimostra di saper colpire con spietata precisione, ricordandoci che tra genitori e figli esisterà sempre una qualche forma di rancore, indipendentemente da quanto illuminati e disponibili siano i rapporti familiari. Allo stesso tempo, però, resterà anche una connessione profonda, atavica e istintiva, che va ben oltre la comunicazione verbale. L’inquadratura finale dice tutto, senza bisogno di parole.
Clint Bentley ci regala un gioiello esistenziale e filosofico, una metafora della società americana di sontuosa concezione.
Il 22 novembre del 2000 usciva in sala il film di M. Night Shyamalan, primo capitolo di una trilogia sensazionale.
Il 21 novembre del 1990 usciva il secondo capitolo della saga, un gustosissimo action western urbano diventato film di culto.