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L’illusione perfetta – Now You See Me: Now You Don’t è una divertente scatola cinese di trucchi e illusioni

Giunta al terzo capitolo, la saga di Now You See Me unisce cinema e illusionismo per tenere in vita il sottogenere delle avventure glamour.

Pubblicato il 12 novembre 2025 di Lorenzo Pedrazzi

Tra cinema e illusionismo esiste un legame antico. Nei suoi primi anni di vita, il cinematografo era un’attrazione da luna park, e le stesse immagini in movimento bastavano a stupire il pubblico: non è un caso che Georges Méliès – forse il più grande cineasta delle origini, nonché fondamentale innovatore della Settima Arte – fosse a sua volta un illusionista. Peraltro, i trucchi del cinema sono tuttora una forma di illusionismo, giusto un po’ più elaborata rispetto al fumo e agli specchi del palcoscenico. Le due arti, insomma, hanno molto in comune, e la saga di Now You See Me ha dimostrato come possano convivere in un contesto da blockbuster: escapisti, mentalisti e prestidigitatori garantiscono un ottimo spettacolo, e il cinema offre loro uno spazio dalle possibilità teoricamente infinite.

L’illusione perfetta – Now You See Me: Now You Don’t (sì, il titolo italiano è chilometrico) riporta in scena i Quattro Cavalieri, affiancati stavolta da una nuova generazione di illusionisti. Charlie (Justice Smith), Bosco Leroy (Dominic Sessa) e June (Ariana Greenblatt) sono tre ragazzi che organizzano spettacoli a New York City, fingendosi i Cavalieri per derubare qualche “crypto bro” e ridistribuirne il denaro. Scoperti da Danny Atlas (Jesse Eisenberg), i tre vengono coinvolti in una missione per conto dell’Occhio, la società segreta di cui fanno parte gli stessi Cavalieri: dovranno rubare il diamante più grande del mondo dalla Vanderberg Mining Corporation, potente multinazionale guidata da Veronika Vanderberg (Rosamund Pike), legata al crimine organizzato e – in passato – anche ai nazisti. Merritt McKinney (Woody Harrelson), Jack Wilder (Dave Franco) e Henley Reeves (Isla Fisher) si uniscono alla partita, ricostituendo un gruppo che sembrava essersi sciolto per sempre.

L’idea di base è un classico: i vecchi eroi si sono separati, ma tornano insieme per un’altra avventura che permetterà loro di sanare i conflitti irrisolti. Altrettanto classico è anche il confronto con la nuova generazione di illusionisti, un trio di reietti dotati ciascuno di una propria specialità (Bosco è un abile trasformista, June sa scassinare qualunque serratura, Charlie è un geek della magia che progetta trucchi formidabili). La buona caratterizzazione dei personaggi e l’affiatamento del cast – sia i veterani sia le reclute – danno luogo a scene divertenti, con scambi di battute veloci e provocazioni continue: la mano di Paul Wernick e Rhett Reese sulla sceneggiatura è evidente, per quanto il copione sia stato oggetto di varie stesure che hanno coinvolto anche Michael Lesslie e Seth Grahame-Smith.

Il risultato è una progressione di scatole cinesi che sembra non finire mai, dove ogni trucco ne contiene sempre un altro, ogni rivelazione porta sempre a quella successiva, e soltanto l’epilogo mette a nudo la verità. Il regista Ruben Fleischer ha i tempi giusti per gestire l’impegno, dimostrandosi un buon mestierante quando la sceneggiatura non fa acqua da tutte le parti (lui che, dopo Zombieland, non ha praticamente mai indovinato un film). Per carità, siamo lontanissimi dalla finezza di The Prestige, ma anche ne L’illusione perfetta – Now You See Me: Now You Don’t troviamo una coincidenza tra forma e contenuto, seppure più rozza: la successione di trucchi raggiunge l’apice nel finale, quando gli illusionisti praticano il loro numero più grande e rivelatore. Ovviamente bisogna accettarne l’assurdità, poiché certe macchinazioni sono alquanto fantasiose, per non dire forzate; ma l’atmosfera ironica e scintillante mitiga il tutto, rendendo in qualche modo accettabile – nel contesto della saga – persino l’impossibile.

Anche perché, nella Hollywood contemporanea, Now You See Me è tra i pochi film a tenere in vita il vecchio sottogenere delle avventure glamour, piene di location esotiche e ambienti raffinati, dove i protagonisti indossano “maschere” per confondersi in un mondo a cui non appartengono. La differenza, però, è di natura etica: i Quattro Cavalieri non rubano per loro stessi, ma per riassegnare le ricchezze dell’1% al restante 99, come novelli Robin Hood in abito da sera. Una formula gradita, rassicurante e molto furba, che conferma quanto Hollywood sappia elargire diversivi che vanno ideologicamente contro i suoi interessi, guadagnandoci sopra.

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