Cinema

It’s Alive! Dal Moderno Prometeo di Mary Shelley al Frankenstein di Guillermo del Toro

Dal 1818 a oggi, la creatura di Frankenstein continua a riflettere le nostre paure più profonde: la scienza, l’identità, il bisogno di essere amati.

Pubblicato il 07 novembre 2025 di Filippo Magnifico

«It’s alive!» gridava il dottor Frankenstein nel 1931, mentre la creatura si agitava sul tavolo del laboratorio. Una delle battute più celebri della storia del cinema, ma anche una dichiarazione di intenti: l’arte, come la scienza, può davvero ridare vita a ciò che era inerte. Da oltre due secoli, quel grido continua a risuonare, ogni volta che il mito di Frankenstein viene reinventato.

Il romanzo che inventò la paura moderna

Mary Shelley aveva solo diciannove anni quando concepì Frankenstein o il moderno Prometeo, durante una notte tempestosa a Villa Diodati, in compagnia di Byron e Polidori. La sfida era semplice: scrivere una storia che facesse paura. Ma il risultato fu qualcosa di molto più complesso: un racconto che interrogava la natura stessa della vita, la moralità della scienza e il destino dell’uomo moderno.

Il dottor Victor Frankenstein è lo scienziato che osa sfidare Dio, animando la materia inerte. Ma il suo trionfo diventa subito condanna: il “mostro” che crea non è solo un abominio, ma una creatura consapevole, affamata d’amore e di riconoscimento. Shelley, in piena epoca romantica, ribalta la prospettiva: il vero orrore non è la mostruosità del corpo, ma la crudeltà del rifiuto.

Nei secoli, il romanzo è diventato un prisma attraverso cui leggere le ansie dell’umanità: la superbia della scienza, la paura del diverso, la solitudine dell’escluso. Oggi come allora, Frankenstein parla di biotecnologia e intelligenza (artificiale?), di creazioni che imparano a pensare da sole, di padri che abbandonano i propri “figli”. Non a caso, le parole della Creatura resta terribilmente attuale: «dovrei essere il tuo Adamo e invece sono l’angelo caduto».

Shelley, prima di ogni altro, aveva intuito che il progresso non basta: serve anche empatia. Il suo “mostro” è un essere poetico, un filosofo respinto, un bambino lasciato solo in un mondo che non conosce la misericordia.

Dal laboratorio di Whale al mito universale: la lunga vita cinematografica del Mostro

Quando nel 1931 James Whale portò Frankenstein sullo schermo, non stava solo adattando un romanzo: stava inventando l’immaginario moderno dell’orrore. La sequenza della “nascita” (lampi, bobine elettriche, il corpo inerte che sobbalza sul tavolo) resta uno dei momenti fondativi del cinema fantastico. E quando Colin Clive, nei panni del dottor Frankenstein, urla «It’s alive!», non è solo il suo mostro a risvegliarsi: è il mito stesso a prendere vita.

Boris Karloff, con il trucco inconfondibile di Jack Pierce – la fronte piatta, i “bulloni” al collo (in realtà erano elettrodi, ma il pubblico li avrebbe per sempre scambiati per bulloni), le palpebre pesanti e lo sguardo gentile – diventa l’icona definitiva della Creatura. Whale, regista inglese e omosessuale dichiarato, mescola gusto per l’ironia e malinconia tragica, infondendo nel film una sensibilità profondamente personale: la paura del diverso, la compassione per l’emarginato, la crudeltà di un mondo che punisce ciò che non comprende. Frankenstein (1931) non è solo un horror: è un dramma sociale sul rifiuto, un film sulla nascita e sulla colpa.

Quattro anni dopo, Whale torna nel suo laboratorio con La moglie di Frankenstein (1935), e lo fa da artista consapevole. Il sequel è più gotico, più bizzarro, più lirico. La Creatura impara a parlare, cerca amore, e viene di nuovo respinta: «Apparteniamo alla morte», sussurra alla Sposa, prima di distruggere sé stesso e il suo creatore. È uno dei finali più poetici del cinema classico. In controluce, Whale racconta la paura della diversità, l’impossibilità dell’amore per chi vive ai margini. Un sottotesto queer che oggi appare evidente.

Negli anni Cinquanta, la Hammer Films riporta Frankenstein in vita con La maschera di Frankenstein (1957) di Terence Fisher. A cambiare non è tanto la Creatura, interpretata da Christopher Lee, ma il tono: colori saturi, tinte forti e una sensualità cupa che accompagna la discesa nella follia. Qui il mostro non è più vittima ma riflesso del suo creatore, e Peter Cushing fa di Victor Frankenstein un aristocratico ossessionato, spietato, quasi sadico. È il passaggio dall’horror gotico all’horror psicologico: il mostro è ormai interiore.

Negli anni Settanta, Mel Brooks decide di regalare al mito il sorriso. Frankenstein Junior (1974) è una parodia perfetta, girata in bianco e nero e con gli stessi materiali di scena del film del ’31. Gene Wilder e Peter Boyle reinterpretano scienziato e mostro in chiave comica e affettuosa: la Creatura si esibisce in “Puttin’ on the Ritz”, il laboratorio diventa teatro, la paura si trasforma in abbraccio. È una delle dichiarazioni d’amore più brillanti mai fatte al cinema classico, ma resta fedele al cuore del mito: il desiderio di accettazione.

Negli anni Ottanta e Novanta, Frankenstein si frammenta in mille forme. Scuola di Mostri (1987) recupera i mostri Universal e li mette al fianco di un gruppo di ragazzini, seguendo il filone delle “avventure formato ragazzo” inaugurato da I Goonies e Stand by Me: per la prima volta, il mostro è amico, alleato, quasi padre. Nel 1990 Frankenhooker di Frank Henenlotter ribalta tutto: la scienza diventa “pornografia”, la resurrezione una parodia del desiderio maschile. È un film folle e grottesco, che usa il mito di Frankenstein come pretesto per parlare del corpo femminile come laboratorio del desiderio e del potere.

Nel 1994 Kenneth Branagh tenta l’adattamento più “autentico” con Frankenstein di Mary Shelley, progetto nato sull’onda del successo del Dracula di Francis Ford Coppola, che qui figura come produttore. De Niro interpreta la Creatura come un essere dolente, pieno di rabbia e umanità, anche se il suo look, realistico e chirurgico, suscitò perplessità: un corpo ricucito più che un mostro, lontano dall’icona di Karloff. Branagh, regista e attore, trasforma la storia in un melodramma shakespeariano, visivamente sontuoso: cuori che battono, amori impossibili, una tragedia sul senso di colpa. È forse la versione più fedele allo spirito del romanzo, ma anche la più travolta dalla propria passione romantica.

Nel tempo, il mito si è riflesso anche in film più sottili, che usano Frankenstein come specchio dell’anima.
In Lo spirito dell’alveare (1973) di Víctor Erice, una bambina spagnola negli anni Quaranta scopre la Creatura di Karloff proiettata in un piccolo villaggio e ne rimane incantata: per lei il mostro diventa un amico invisibile, una presenza malinconica che rappresenta la morte e, insieme, la possibilità dell’immaginazione. È un film sulla perdita dell’innocenza, ma anche sull’educazione allo sguardo: il cinema come laboratorio emotivo.

In Demoni e dei (1998), Ian McKellen interpreta James Whale ormai anziano, ritirato in una villa californiana e ossessionato dai ricordi del proprio passato. Attraverso il rapporto con il giovane giardiniere interpretato da Brendan Fraser, Whale rivive i suoi mostri interiori e riflette su ciò che significa creare, amare e morire. Il film è insieme un ritratto dell’artista e una struggente lettera d’addio al suo “figlio” più celebre, la Creatura.

Infine, Frankenweenie (2012) di Tim Burton, ispirato al corto omonimo, riporta il mito al punto di partenza: la creazione come gesto d’amore. Qui il piccolo Victor resuscita il suo cane Sparky con l’elettricità, e l’orrore si trasforma in tenerezza. In stop-motion e in un bianco e nero da vecchio film Universal, Burton rende omaggio a Whale e Shelley con il suo tono malinconico e infantile: la paura che si fa affetto, la morte che diventa memoria.

Ognuno di questi film ha aggiunto un organo nuovo al corpo del mito. Dalla tragedia gotica alla commedia, dal dramma queer al racconto d’infanzia, Frankenstein è diventato un linguaggio, un modo per raccontare l’umano. E come la sua Creatura, continua a rinascere, pezzo dopo pezzo, sotto nuove forme di luce.

La creatura secondo Guillermo del Toro

Arriviamo così al 2025. Guillermo del Toro, dopo The Shape of Water e Crimson Peak, firma il suo sogno più antico: Frankenstein, interpretato da Oscar Isaac (Victor), Jacob Elordi (la Creatura) e Mia Goth (Elizabeth). Dopo la première veneziana, il film arriva su Netflix il 7 novembre.

Del Toro insegue questo progetto da più di vent’anni, un’ossessione personale che nasce dal suo amore per i mostri Universal e dal desiderio di raccontarli non come minacce, ma come esseri tragici e vulnerabili. Il suo Frankenstein non è un horror gotico in senso stretto, ma una parabola sulla colpa e sulla compassione: la storia di un uomo che sfida Dio e di una creatura che chiede solo di essere riconosciuta.

La Creatura di Del Toro non nasce dalla scienza, ma dal rimorso; non è un esperimento fallito, ma un figlio abbandonato. Il film promette un equilibrio raro (fedeltà emotiva al testo di Shelley, sensibilità spirituale e visionarietà estetica) filtrato attraverso lo sguardo barocco e profondamente umano del regista.

In un’epoca di intelligenze artificiali, corpi sintetici e identità frammentate, Del Toro riporta Frankenstein al suo cuore originario: la paura di creare qualcosa che ci somiglia troppo. Ancora una volta, la Creatura diventa specchio delle nostre contraddizioni: un essere imperfetto che cerca, disperatamente, di essere amato.

Il mito che non muore

Dalla notte di Villa Diodati al laboratorio di Del Toro, Frankenstein continua a rigenerarsi come la sua Creatura. Ogni epoca lo plasma a propria immagine: scienziato, padre, dio, regista. La sua forza non è nell’orrore, ma nella compassione; non nel sangue, ma nel battito di chi vuole sentirsi vivo.

«It’s alive!» gridava il dottor Frankenstein.
E aveva ragione. Il cinema, come la letteratura, può davvero riportare in vita ciò che pensavamo perduto: le emozioni, le paure, le speranze.
Finché continueremo a guardarlo, il mostro non morirà mai.

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