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Giovani madri ci ricorda l’importanza della solidarietà collettiva

Il realismo sociale dei fratelli Dardenne intreccia le storie di quattro madri adolescenti, sottolineando il valore della cura e dell'assistenza pubblica.

Pubblicato il 19 novembre 2025 di Lorenzo Pedrazzi

Giovani madri nasce da una visita di Jean-Pierre e Luc Dardenne presso un centro d’accoglienza di Banneux, lo stesso in cui si svolgono molte scene del film. Ragazze adolescenti, appena diventate madri o in procinto di farlo, condividono lo spazio insieme ai neonati, una psicologa e alcune infermiere: è una sorta di comune parzialmente autogestita, dove le ragazze fanno a turni per cucinare e svolgere altre mansioni, mentre imparano a prendersi cura dei loro bambini (e di loro stesse). Campioni di realismo sociale sul continente europeo, i Dardenne continuano la loro esplorazione di un’umanità ignorata e marginalizzata, storicamente al centro del loro cinema. Sono passati vent’anni da L’Enfant, ma per la classe operaia è ancora difficile mettere al mondo un figlio, soprattutto quando la gravidanza avviene in giovanissima età: solitudine e isolamento perseguitano le donne come spettri, e quando la famiglia è assente – o inaffidabile – soltanto una buona assistenza sociale può esorcizzare quei fantasmi.

In effetti, tutte le protagoniste del film vengono da contesti disagiati. Jessica (Babette Verbeek) è incinta, e cerca disperatamente di avere un confronto con sua madre Morgane (India Hair), che la diede in affidamento subito dopo la nascita. Julie (Elsa Houben) ha avuto la piccola Mia con Dylan (Jef Jacobs), che da tempo ha superato i suoi problemi di tossicodipendenza; anche Julie si è disintossicata, ma il pericolo di ricaderci è dietro l’angolo. Perla (Lucie Laruelle) è fuggita da una madre violenta, e spera che Robin (Günter Duret) – appena uscito dal carcere minorile – accetti di fare da padre al loro bambino, Noè. C’è poi Ariane (Janaïna Halloy Fokan), che va a trovare sua madre Nathalie (Christelle Cornil) con la piccola Lili: mentre Nathalie vorrebbe che figlia e nipote si trasferissero a casa sua, Ariane teme che la madre possa cedere di nuovo all’alcolismo e far tornare il vecchio compagno, che ha abusato di lei.

La sceneggiatura dei registi – premiata al Festival di Cannes – intreccia le loro vicende con formidabile naturalezza, evitando che prevarichino le une sulle altre. Funziona bene anche grazie alla gestione degli spazi: se il centro di accoglienza è il nucleo della vita comune, il mondo esterno è quello in cui si consumano le storie individuali, spesso in luoghi pubblici, dove lo smarrimento delle protagoniste – per contrasto – è ancora più intenso. Del resto, al centro possono sempre trovare il supporto delle infermiere o delle altre ragazze, come quando Julie tiene d’occhio Noè mentre Perla va a cercare Dylan. Oltre le sue mura, invece, domina l’indifferenza, talvolta persino il giudizio.

Ecco, uno dei più grandi pregi del film è proprio questo: i Dardenne accompagnano le giovani madri con sensibilità umanista, fanno un passo indietro e si mettono al servizio delle loro storie, senza mai giudicare. Lasciano fluire le scene con il naturalismo che li ha sempre distinti, seguendo il ritmo delle protagoniste (e dei neonati) come se fosse un documentario; non a caso, scelgono di ridurre drasticamente il ricorso alle musiche, e preferiscono affidarsi ai rumori ambientali per dettare il tempo delle scene. Questo approccio è cruciale anche per consentire alle ragazze di essere loro stesse, pur all’interno di un contesto fittizio. I registi non dimenticano mai che Jessica, Perla, Julie e Ariane sono solo adolescenti, poco più che bambine, e reagiscono in quanto tali: che si tratti di rabbia, trasporto, struggimento emotivo, paura o ricerca di affetto, le ragazze restano sempre coerenti con la loro età.

A volte, il centro di accoglienza è per loro l’unico rifugio sicuro, uno spazio di solidarietà che non solo le aiuta, ma le responsabilizza. In tal senso, Giovani madri ci ricorda l’importanza dello stato assistenziale in una società sempre più diseguale: se non esistesse un servizio pubblico – laico – che supporta i bisognosi, chi altro lo farebbe? Raccontando una realtà che funziona, paritaria e accogliente, i Dardenne sottolineano il valore della cura in termini non solo personali, ma collettivi. Perché una nazione che non si prende cura dei suoi cittadini, e non provvede alle loro esigenze quando tutto il resto li abbandona, è tale soltanto di nome.

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