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Dreams racconta le dinamiche di potere in un mondo diseguale

Michel Franco mette in scena la storia d'amore tra Jessica Chastain e Isaac Hernández come una sineddoche dei rapporti tra Stati Uniti e Messico.

Pubblicato il 19 novembre 2025 di Lorenzo Pedrazzi

Pochi altri registi sanno investigare i rapporti tra Messico e Stati Uniti come Michel Franco, autore dallo sguardo tagliente che unisce cinema “da festival” e nomi di statura hollywoodiana. Dreams è la sua seconda collaborazione con Jessica Chastain dopo Memory, ma qui l’asprezza del racconto riflette un discorso sulle dinamiche di potere, sia nei legami di coppia sia nelle relazioni socio-economiche tra i due paesi nordamericani.

Tale dicotomia è ben rappresentata dalla coppia di protagonisti, Jennifer McCarthy (Chastain) e Fernando Rodriguez (Isaac Hernández). Quest’ultimo è un ballerino messicano che passa clandestinamente la frontiera e arriva fino a San Francisco, ritrovando così Jennifer: i due si erano conosciuti tempo prima a Città del Messico, dove la donna – appartenente a una ricca famiglia di imprenditori – gestisce un programma della sua fondazione per giovani talenti della danza. Capiamo subito che fra loro c’è una grande intesa sessuale, nonostante le differenze sociali e anagrafiche. Fernando è un ballerino molto dotato, sogna il riconoscimento internazionale, ma Jennifer continua a tenere nascosta la loro relazione: è ben disposta a goderne i benefici, ma senza gli oneri che essa comporterebbe se uscisse alla luce del sole.

La dinamica in atto è subito chiara, anche perché caratterizza tutti i paesi che ricevono grandi flussi migratori: l’immigrato, lo straniero, è benaccetto solo quando è “speciale”. Il talento di Fernando è infatti la chiave per entrare in un mondo che altrimenti gli sarebbe precluso, e determina non solo il fascino che esercita su Jennifer, ma anche l’interesse (artistico e professionale) di chi potrebbe garantirgli un futuro. Quando il ragazzo decide di lasciare Jennifer perché stanco di nascondersi, lei fa di tutto per rintracciarlo, come una bambina a cui è stato tolto il giocattolo preferito. Il suo è un amore deviato, che nasce dal desiderio di possesso, tipico di chi è abituato ai ruoli di potere: del resto, anche la sua fondazione fa beneficienza “dall’alto”, con quel paternalismo che si vede spesso nei paesi occidentali. Per lei, Fernando ha il fascino dell’esotico, l’energia della giovinezza e l’aura cristallina dell’arte. L’equilibrio è precario, e si rompe non appena le esigenze di Jennifer (preoccupata di non rovinarsi la reputazione) soverchiano quelle del ballerino.

Franco, in tal senso, non fa sconti. Inquadra i cambiamenti nei rapporti di potere con un distacco da entomologo, spesso ricorrendo a silenzi e campi totali, o limitandosi ai soli rumori ambientali: ogni scena è immersa in un clima laconico che tende al naturalismo, e dove persino i momenti più drammatici sono raffreddati dalla lucidità del regista. Ciò che trapela è il cinismo di una classe privilegiata che ha potere di vita e di morte sul resto del mondo, in particolare su chi tenta un sempre più improbabile salto sociale. Jennifer è disposta a continuare la storia con Fernando solo alle proprie condizioni, e vive in un sistema politico che la favorisce: nel confronto tra poteri, quello fisico ed erotico del ballerino non può che impallidire. Se Jennifer è presa da un notevole trasporto sessuale (che Franco e gli attori sono bravissimi a mettere in scena, a parole come nei fatti), un’algida razionalità guida invece le sue azioni non appena qualcosa minaccia il suo status.

Emerge così l’ipocrisia dei ricchi liberal statunitensi, mecenati delle arti, apparentemente vicini agli oppressi, ma troppo affezionati alla loro torre d’avorio per metterne a rischio le fondamenta. Già nel titolo, Dreams rimarca la differenza tra la vita immaginata e quella reale, dove gente come Jennifer e la sua famiglia – ci sono anche il padre Michael (Marshall Bell) e il cinico fratello Jake (Rupert Friend) – blocca sul nascere ogni spinta per il cambiamento. Jessica Chastain è una delle poche attrici hollywoodiane in grado di rappresentare questo dualismo tra vulnerabilità e durezza, tra progressismo delle idee e conservatorismo delle azioni: il film si regge tutto sulle sue spalle, a parte quando i passi di Isaac Hernández (vero primo ballerino dell’American Ballet Theatre) aprono fugaci spiragli di grazia. È la bellezza che salverà il mondo? Gli indizi, purtroppo, sembrano smentire questa pia illusione.

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