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Anemone, il ritorno di Daniel Day-Lewis in un film suggestivo ma pretenzioso

Ronan Day-Lewis dirige il padre in un dramma ricco di simbolismi, ma che paradossalmente si affida troppo alla parola.

Pubblicato il 05 novembre 2025 di Lorenzo Pedrazzi

Il fatto che si parli di Anemone soprattutto per il ritorno di Daniel Day-Lewis (assente dagli schermi fin dal bellissimo Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson) è indicativo della sua statura come attore. Presenza monumentale, ha sempre scelto i suoi film con molta cura, interpretandone soltanto ventidue in tutta la sua carriera, di cui cinque negli anni Novanta e sette nei Duemila: sufficienti, però, a fruttagli ben tre premi Oscar come Miglior Attore Protagonista, su sei candidature totali. Non c’è quindi da stupirsi se il primo lungometraggio di Ronan Day-Lewis sposti gran parte dell’attenzione sul suo protagonista, anche autore della sceneggiatura insieme al figlio.

Questa linea ereditaria maschile è palese nella storia di Anemone, che si dipana per gradi dopo un avvio piuttosto enigmatico. Siamo nel nord dell’Inghilterra, e un uomo di nome Jem (Sean Bean) dice una preghiera sommessa, prima di salutare il figlio Brian (Samuel Bottomley) e la moglie Nessa (Samantha Morton). Il clima è cupo mentre Jem inforca la sua motocicletta e parte alla volta di una casupola nei boschi, dove un altro uomo, Ray (Day-Lewis) vive isolato da molto tempo. Il montaggio alternato ci mostra il viaggio di Jem e la quotidianità solitaria di Ray, ma nemmeno quando i due finalmente si incontrano – e Ray afferra un’ascia credendolo un intruso – il film rompe il suo mutismo. Ci vuole un po’ di tempo prima che accada, ma è ormai chiaro che Jem e Ray sono fratelli, e che tra loro c’è qualcosa di irrisolto.

La verità emerge soprattutto attraverso i dialoghi, un fatto paradossale se consideriamo quanto Anemone ami i suoi silenzi. Il limite del film è proprio questo, e risulta evidente molto presto: Ronan Day-Lewis si affida troppo alle parole per dipanare trame e conflitti. Certo, i monologhi recitati da suo padre sono potenti, e dimostrano come Daniel Day-Lewis sia il centro gravitazionale di ogni inquadratura, capace di attrarre su di sé tutta l’energia di una scena. L’effetto complessivo è però fin troppo verboso, con personaggi che svelano i loro rapporti esclusivamente parlando. Scopriamo così che Nessa era un tempo la compagna di Ray, e che quest’ultimo ha scelto di sparire perché tormentato dal suo passato nell’esercito britannico, durante i “disordini” (Troubles) in Irlanda del Nord. È una ferita ancora aperta nell’immaginario dei paesi coinvolti, e Anemone cerca di rielaborarla attraverso una vicenda intima, sineddoche delle colpe e dei traumi di quel conflitto.

Lo fa però in modo confuso, alternando scontri verbali e inserti metaforici – a tratti apertamente fantastici – che si prendono fin troppo sul serio, risultando criptici e un po’ pretenziosi. Peccato, perché il regista sa costruire immagini di notevole impatto (anche grazie alla fotografia di Ben Fordesman), dove la sua esperienza artistica si fa sentire. Il cinema però non è la videoarte: certe invenzioni, non supportate da una visione adeguata, rischiano di diventare sterili. La rielaborazione onirica non basta a sbrogliare l’intricata matassa di violenza militare, senso di colpa e traumi infantili, nei quali rientrano anche gli abusi di un prete. Del resto, il peso della religione grava sulle spalle di ogni personaggio: Ray ha ereditato dal padre la passione per gli anemoni, fiori comunemente associati al lutto, e che rappresentano la crocifissione nella simbologia cristiana; ma lo stesso Ray ha un rapporto conflittuale con la fede, e non manca di provocare il devoto fratello sull’argomento.

Peraltro, dalla tradizione religiosa derivano anche i ruoli femminili, ridotti qui a mero supporto morale ed emotivo: sia Nessa sia Hattie – l’amica di Brian interpretata da Safia Oakley-Green – svolgono un’esclusiva funzione di cura, e accolgono teneramente le difficoltà del giovane, che rischia di ripetere gli errori di Ray. Il filo rosso del film è proprio quella linea ereditaria maschile, come vediamo in un epilogo ampiamente prevedibile.