Il fatto che si parli di Anemone soprattutto per il ritorno di Daniel Day-Lewis (assente dagli schermi fin dal bellissimo Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson) è indicativo della sua statura come attore. Presenza monumentale, ha sempre scelto i suoi film con molta cura, interpretandone soltanto ventidue in tutta la sua carriera, di cui cinque negli anni Novanta e sette nei Duemila: sufficienti, però, a fruttagli ben tre premi Oscar come Miglior Attore Protagonista, su sei candidature totali. Non c’è quindi da stupirsi se il primo lungometraggio di Ronan Day-Lewis sposti gran parte dell’attenzione sul suo protagonista, anche autore della sceneggiatura insieme al figlio.
Questa linea ereditaria maschile è palese nella storia di Anemone, che si dipana per gradi dopo un avvio piuttosto enigmatico. Siamo nel nord dell’Inghilterra, e un uomo di nome Jem (Sean Bean) dice una preghiera sommessa, prima di salutare il figlio Brian (Samuel Bottomley) e la moglie Nessa (Samantha Morton). Il clima è cupo mentre Jem inforca la sua motocicletta e parte alla volta di una casupola nei boschi, dove un altro uomo, Ray (Day-Lewis) vive isolato da molto tempo. Il montaggio alternato ci mostra il viaggio di Jem e la quotidianità solitaria di Ray, ma nemmeno quando i due finalmente si incontrano – e Ray afferra un’ascia credendolo un intruso – il film rompe il suo mutismo. Ci vuole un po’ di tempo prima che accada, ma è ormai chiaro che Jem e Ray sono fratelli, e che tra loro c’è qualcosa di irrisolto.
La verità emerge soprattutto attraverso i dialoghi, un fatto paradossale se consideriamo quanto Anemone ami i suoi silenzi. Il limite del film è proprio questo, e risulta evidente molto presto: Ronan Day-Lewis si affida troppo alle parole per dipanare trame e conflitti. Certo, i monologhi recitati da suo padre sono potenti, e dimostrano come Daniel Day-Lewis sia il centro gravitazionale di ogni inquadratura, capace di attrarre su di sé tutta l’energia di una scena. L’effetto complessivo è però fin troppo verboso, con personaggi che svelano i loro rapporti esclusivamente parlando. Scopriamo così che Nessa era un tempo la compagna di Ray, e che quest’ultimo ha scelto di sparire perché tormentato dal suo passato nell’esercito britannico, durante i “disordini” (Troubles) in Irlanda del Nord. È una ferita ancora aperta nell’immaginario dei paesi coinvolti, e Anemone cerca di rielaborarla attraverso una vicenda intima, sineddoche delle colpe e dei traumi di quel conflitto.
Lo fa però in modo confuso, alternando scontri verbali e inserti metaforici – a tratti apertamente fantastici – che si prendono fin troppo sul serio, risultando criptici e un po’ pretenziosi. Peccato, perché il regista sa costruire immagini di notevole impatto (anche grazie alla fotografia di Ben Fordesman), dove la sua esperienza artistica si fa sentire. Il cinema però non è la videoarte: certe invenzioni, non supportate da una visione adeguata, rischiano di diventare sterili. La rielaborazione onirica non basta a sbrogliare l’intricata matassa di violenza militare, senso di colpa e traumi infantili, nei quali rientrano anche gli abusi di un prete. Del resto, il peso della religione grava sulle spalle di ogni personaggio: Ray ha ereditato dal padre la passione per gli anemoni, fiori comunemente associati al lutto, e che rappresentano la crocifissione nella simbologia cristiana; ma lo stesso Ray ha un rapporto conflittuale con la fede, e non manca di provocare il devoto fratello sull’argomento.
Peraltro, dalla tradizione religiosa derivano anche i ruoli femminili, ridotti qui a mero supporto morale ed emotivo: sia Nessa sia Hattie – l’amica di Brian interpretata da Safia Oakley-Green – svolgono un’esclusiva funzione di cura, e accolgono teneramente le difficoltà del giovane, che rischia di ripetere gli errori di Ray. Il filo rosso del film è proprio quella linea ereditaria maschile, come vediamo in un epilogo ampiamente prevedibile.