Molti hanno definito The Studio la versione americana di Boris, e i paralleli sono evidenti: entrambe le serie svelano il dietro le quinte di un’industria dell’intrattenimento in crisi, mostrando il caos creativo e le assurdità del sistema con un tono satirico irresistibile. Tuttavia, mentre Boris si concentra sulla mediocrità televisiva italiana con un cinismo tutto nostrano, The Studio ha uno spirito proprio, più ambizioso e radicato nella cultura cinematografica statunitense. Non si limita a smascherare il declino di Hollywood, ma cerca anche di comprendere se il sogno del cinema possa ancora sopravvivere in mezzo a compromessi e pressioni economiche.
The Studio, da poco disponibile su Apple TV+, segue la storia di Matt Remick (interpretato da Seth Rogen, anche regista e produttore), un appassionato cinefilo che si ritrova improvvisamente a capo di Continental Studios, una compagnia cinematografica in difficoltà che lotta per rimanere a galla in un’industria in continua trasformazione.
Tra pressioni degli investitori, ego degli artisti e la sua stessa insicurezza, Matt cerca disperatamente di trovare un equilibrio tra creatività e necessità commerciali. Il primo grande ostacolo? Il CEO di Continental (Bryan Cranston) lo mette subito alla prova chiedendogli di realizzare un film su Kool-Aid. Sì, proprio la bevanda zuccherata. Così inizia un vortice di situazioni assurde, cameo stellari e riflessioni profonde su cosa significhi davvero fare cinema oggi.
Parte del fascino di The Studio è la sua lista infinita di star. Seth Rogen è affiancato da Catherine O’Hara, Kathryn Hahn, Ike Barinholtz, Chase Sui Wonders, Bryan Cranston, David Krumholtz e Rebecca Hall, solo per citarne alcuni. Inoltre, la serie è arricchita da una miriade di cameo di volti noti del cinema e della televisione, che interpretano se stessi in modo esilarante e autoironico (nel primo episodio c’è sua maestà Martin Scorsese, ad esempio).
Quello che rende The Studio ancora più efficace è il modo in cui riesce a trasformare in satira proprio ciò di cui noi appassionati di cinema ci lamentiamo ogni giorno. La serie non si limita a evidenziare i problemi del cinema contemporaneo, ma ci dà quasi un’amara conferma: non siamo solo noi spettatori a notare questi difetti, ma anche chi lavora nell’industria sa benissimo che il sistema è intrappolato in meccanismi ripetitivi e spesso distruttivi.
Attraverso il protagonista Matt, che oscilla tra la sua passione genuina per il cinema e la necessità di accettare compromessi per restare a galla, la serie riesce a bilanciare umorismo e critica in modo brillante. The Studio affronta con intelligenza temi attualissimi, come la crisi delle sale cinematografiche, il predominio degli universi condivisi e l’ossessione hollywoodiana per i remake e i franchise. È una satira che diverte, ma che lascia anche l’amaro in bocca: non si tratta solo di una parodia esagerata, ma di uno specchio fin troppo realistico dell’industria cinematografica di oggi.
Episodi come The Oner (girato interamente in piano sequenza) dimostrano non solo la creatività tecnica della serie, ma anche il suo rispetto per il linguaggio cinematografico. L’episodio arriva inoltre con un tempismo incredibile, proprio mentre tutto il mondo sta parlando di Adolescence su Netflix, serie che ha la particolarità di essere interamente girata con episodi in piano sequenza. The Studio, però, non usa il piano sequenza solo come sfoggio tecnico, ma lo integra organicamente nella narrazione, enfatizzando il senso di frenesia e caos che permea il dietro le quinte di una grande produzione.
A differenza di molte serie moderne che cercano di sembrare “film lunghi”, The Studio abbraccia pienamente la sua natura televisiva. Ogni episodio introduce un nuovo disastro da risolvere, un nuovo personaggio da gestire o un nuovo progetto assurdo da mandare avanti, rendendo lo show godibile anche a episodi singoli. Questo approccio non solo rende la serie più accessibile, ma si sposa perfettamente con la sua satira sul mondo del cinema, dove ogni giorno porta con sé una nuova crisi, un nuovo compromesso e un nuovo capriccio da parte dei produttori.
Forse è troppo presto per dirlo con certezza, ma una cosa è sicura: The Studio è un’opera tanto brillante quanto disarmante. Perché se da un lato ci regala una delle più intelligenti rappresentazioni di Hollywood degli ultimi tempi, dall’altro ci conferma che l’industria è perfettamente consapevole dei suoi problemi… eppure continua a ripeterli.
C’è quasi un’ironia crudele nel vedere una serie che denuncia con tanta precisione il declino creativo del cinema contemporaneo, mentre sappiamo che probabilmente nulla cambierà davvero. E allora viene da chiedersi: se anche chi sta dentro il sistema ne ride (o ne piange), dobbiamo rassegnarci o continuare a sperare in un colpo di scena?
Eppure, The Studio ci lascia anche con un altro pensiero: Apple ha sfornato l’ennesima chicca da aggiungere al suo catalogo. Fa quasi rabbia vedere come, ancora una volta, una piattaforma così valida e ricca di contenuti interessanti passi costantemente sotto il radar, senza ricevere l’attenzione che meriterebbe. Un peccato, considerando che il suo catalogo, sempre più ricco e variegato, potrebbe essere il rifugio perfetto per chi cerca qualcosa di davvero diverso dal mainstream.
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