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The Shrouds, Cronenberg fa grande cinema anche quando gli sfugge di mano

L'elaborazione del lutto di David Cronenberg in un film splendidamente imperfetto.

Pubblicato il 31 marzo 2025 di Lorenzo Pedrazzi

L’occhio di David Cronenberg non arretra di fronte alla morte, tutt’altro. Se il cinema ha sempre immaginato dei modi per esplorare il trapasso e le sue conseguenze ultraterrene, il regista canadese è interessato alla morte come fenomeno fisico, legato al decadimento progressivo del corpo. Una mutazione diversa da quelle che abbiamo visto nei suoi capolavori, dove il body horror spesso fa parte di un processo evolutivo, come opportunità di crescita vissuta dai protagonisti in prima persona. Qui, invece, è uno spettacolo a cui si assiste dall’esterno, affascinati dal graduale dissolvimento della materia organica.

Per Karsh, “doppio” di Cronenberg interpretato da Vincent Cassel, il ricordo è infatti una questione corporea. Ex produttore di video industriali, Karsh ha inventato un sistema che permette di monitorare i cari estinti in tempo reale, grazie a sudari ipertecnologici che ne avvolgono i cadaveri: così, tramite gli schermi installati sulle lapidi, i loro familiari possono osservarne i corpi mentre si decompongono, e persino ruotarne le immagini o ingrandirne i dettagli. Karsh usa questa tecnologia per restare in contatto con la defunta moglie Terry, ma la scoperta di anomalie sulle ossa di quest’ultima lo spinge a compiere un’indagine sempre più oscura, che si complica ulteriormente quando un uomo misterioso devasta il cimitero.

Al suo fianco c’è Becca (Diane Kruger), sorella gemella di Terry, con cui Karsh ha un rapporto molto confidenziale. Becca era sposata con Maury (Guy Pearce), che assiste le indagini sul piano tecnico, ed è ossessionato dalla fine della loro relazione. Mentre i sudari si preparano a esplodere sul mercato internazionale, nel quadro si inserisce anche Soo-Min (Sandrine Holt), il cui ricchissimo marito vuole investire sull’invenzione di Karsh.

The Shrouds

La sovrapposizione (anche fisica) tra Karsh e Cronenberg non è affatto casuale. Il regista ha scritto The Shrouds come forma di elaborazione del lutto attraverso l’arte, dopo la morte di sua moglie Carolyn Zeifman. In fondo, lo stesso Karsh fa qualcosa di simile: sfrutta il suo talento – in questo caso di natura tecnica e imprenditoriale – per affrontare la certezza ineluttabile della morte. Trattandosi di Cronenberg, questo significa non solo puntare la macchina da presa sul corpo in decomposizione, ma usare la tecnologia per manovrare l’inquadratura, cambiare la prospettiva, indagarne i particolari, penetrare nei suoi tessuti putrefatti. Ogni lapide è in linea con il caro estinto, una presa diretta della sua disgregazione. Più che al cinema, però, Cronenberg sembra fare riferimento al nostro rapporto con le immagini digitali, che manipoliamo con la semplice imposizione delle dita su schermi tattili. L’elettronica è quindi fonte di grandi opportunità, ma anche di inganno, come si evince dalle scoperte di Karsh nel corso dell’indagine: l’iperrealismo del digitale crea simulacri tanto verosimili quanto evanescenti, lontani dalla realtà organica del corpo.

The Shrouds, in effetti, mostra come Cronenberg si fidi maggiormente della sensorialità che dell’immagine “mediata”. Spiazzato dalle anomalie sul cadavere di Terry (sono impianti artificiali? Un effetto delle cure? Le conseguenze di un esperimento?), Karsh si rifugia nei corpi che può vedere e toccare, senza filtri di sorta. È un’opera molto carnale, senza dubbio, ma il suo erotismo trasuda anche dalle scene meno esplicitamente sessuali: quando Soo-Min – che è non vedente – tocca il viso di Karsh per studiarne i lineamenti, esprime una sensualità quasi inebriante. Persino i flashback del protagonista con la moglie hanno una voluttà ipnotica e sinistra, dove gli interventi sul corpo malato della donna sembrano quasi frutto di un incubo. Cronenberg ha un modo di fare cinema pressoché inimitabile, anche quando si limita a inquadrare una coppia in una stanza. Tra sogno, realtà effettiva e memoria non c’è soluzione di continuità.

Il suo punto di riferimento è il noir, sia come atmosfere sia come narrazione, ed è forse per questo che l’intreccio si arrotola su sé stesso nel terzo atto, quando le rivelazioni si fanno contorte. Dopo aver inanellato molti dialoghi brillanti, il film gli sfugge di mano, si perde fra tradimenti e spionaggio internazionale, lasciando intendere che Cronenberg non dia molto peso alla trama in sé: chiuderla in modo chiaro e coerente è l’ultimo dei suoi pensieri. Quello che conta è il viaggio di Karsh, forse più mentale che fisico, condizionato dal lutto e dalla sua ossessione per il corpo. L’epilogo, per quanto insoddisfacente, ha un ruolo marginale nella catarsi del regista.

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