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Opus, la recensione del film di Mark Anthony Green

Mark Anthony Green, ex editor di GQ, riflette sul potere della celebrità nel suo debutto alla regia.

Pubblicato il 28 marzo 2025 di Lorenzo Pedrazzi

Meglio diffidare delle celebrità che, oltre al frutto della loro arte, cercano di vendere uno stile di vita. Opus di Mark Anthony Green non fa altro che estremizzare il rapporto tra superstar e fandom, dove il divismo oltrepassa la venerazione artistica e si fa modello esistenziale. D’altra parte, la Storia contemporanea è piena di leader carismatici con ambizioni musicali: da David Koresh a Jim Jones, passando ovviamente per Charles Manson, i capi di alcune tra le sette più sanguinarie si sono baloccati con la musica, talvolta incidendo addirittura dei dischi. La differenza tra loro e Alfred Moretti è solo che quest’ultimo ha avuto successo.

Nell’universo immaginato dal film, Moretti (John Malkovich) è la più grande popstar degli anni Novanta, un vero e proprio fenomeno di costume. Quando annuncia un nuovo album dopo circa trent’anni di assenza dalle scene, i media impazziscono: sarà un evento di proporzioni globali. Sei ospiti sono invitati ad ascoltarlo in anteprima nel suo complesso di Green River, in mezzo al deserto dello Utah, dove si terrà un’esclusiva presentazione stampa. Fra di loro c’è anche Ariel Ecton (Ayo Edebiri), redattrice di un’importante rivista americana – simile a Rolling Stone, per intenderci – che non riesce mai a trovare spazio: firma solo pezzi di terz’ordine, e le sue idee migliori vengono dirottate su altri collaboratori. Il suo capo Stan (Murray Bartlett) ha intenzione di sfruttarla per prendere appunti, salvo poi scrivere l’attesissimo articolo di proprio pugno.

Eppure, Ariel è l’unica a notare qualcosa di strano: intorno a Moretti ruota infatti un collettivo rigidamente organizzato, con adulti e bambini vestiti di blu che vivono isolati dal resto del mondo. Ci sono arte e vita comunitaria, certo, ma anche strane usanze e un controllo ossessivo sugli ospiti, sui loro corpi e spostamenti. Tornano subito alla mente The Sacrament e Midsommar (più ancora del “progenitore” The Wicker Man), soprattutto per la transizione graduale da contesto idilliaco a trappola ineluttabile. Rispetto al film di Ari Aster, però, Opus non rievoca un folclore preciso, né crea una propria mitologia ben definita: le sue trovate sono interessanti ma disorganiche, come se Green accumulasse idee in modo casuale. La ricorrenza del colore blu, il rito delle ostriche, la depilazione dei peli pubici, nulla di tutto questo ha una vera giustificazione nelle dinamiche della setta, né viene spiegato. Suggestivo nella forma, meno nella sostanza: pare di assistere ad A24 che scimmiotta sé stessa.

Conta di più il tema della fama, e non c’è da stupirsi se consideriamo che Green era un redattore di GQ. Il regista conosce bene il mondo parallelo degli eventi stampa, delle interviste con le star, dei contesti vacui e ritualizzati in cui esse si svolgono: Opus non ne fa una satira, quanto piuttosto una radicalizzazione allucinata, dove il campo magnetico di Moretti confonde la bussola di tutti gli ospiti, Ariel esclusa. La differenza tra lei e gli altri è sia generazionale sia professionale. A parte l’influencer Emily (Stephanie Suganami), la protagonista è infatti la più giovane del gruppo: una Gen Z che non ha vissuto gli anni d’oro di Moretti, ed è quindi meno coinvolta dal suo fascino. Inoltre, non essendosi ancora “affermata” nel mondo del lavoro, è l’unica a vivere l’esperienza come un’opportunità di svolta, e la sua fame di inchiesta la spinge a tenere gli occhi aperti.

Senza svelare nulla, è proprio qui che risiede l’intuizione più valida di Green: la strumentalizzazione della mediocrità (e delle sue ambizioni) diviene la chiave di volta della storia. Per certi aspetti, è anche la dimostrazione di quanto il film sia smaccatamente “costruito”, incapace di nascondere l’artificiosità delle sue soluzioni narrative. Gli stessi brani composti da Nile Rodgers e The-Dream non sono molto credibili come hit della più grande popstar mondiale, e lasciano la sensazione di un prodotto artefatto, con idee intriganti ma poco elaborate.

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