Pare solo ieri che La strada per El Dorado di Eric “Bibo” Bergeron e Don Paul usciva nelle nostre sale. Invece è già passato un quarto di secolo da quando conoscemmo Tulio e Miguel, Miguel e Tulio, una delle coppie più divertenti, scatenate e indovinate che si fossero viste in un lungometraggio animato fino a quel momento. Doloroso flop al botteghino, il film è divenuto un cult, nonché un perfetto esempio di innovazione e creatività.
La strada per El Dorado deve molto, anzi moltissimo, ad un trio cinematografico tra i più leggendari: quello formato da Bing Crosby, Bob Hope e Dorothy Lamour, che a partire dal 1940, deliziarono il pubblico americano con una saga di commedie avventurose, poi passata alla storia con il nome di “Road to..”. Due amici fracassoni e truffatori da due soldi, una bella al loro fianco e tanti viaggi in giro per il mondo a caccia di tesori. Nei primi anni ’90, complice il Rinascimento Disney, i DreamWorks Animation Studios fin da subito raccolgono grandi successi come Z la formica e Il Principe d’Egitto. Il co-fondatore della DreamWorks, Jeffrey Katzenberg, si ricorda allora di uno script datogli tempo addietro da Ted Elliott e Terry Rossio. Nato come una drammatica rievocazione della distruzione dell’Impero Azteco da parte di Hernan Cortes, La strada per El Dorado per volontà di Katzenberg diventa invece una commedia, con cui recuperare il meglio dell’eredità proprio di Crosby, Hope e Lamour.
Questo comporterà l’allontanamento per divergenze artistiche dei registi Will Finn e David Silverman, che spingevano per un film più connesso a L’uomo che volle farsi Re di John Houston. Eric “Bibo” Bergeron e Don Paul furono messi al comando di una produzione che si avvalse del contributo di Elton John e Hans Zimmer alla colonna sonora e di una bellissima dimensione visiva, frutto di uno studio approfondito delle civiltà Maya e Azteca. E quindi eccoci qui a ripensare a Tulio e Miguel, Miguel e Tulio, che nella Spagna del 1519 tirano avanti come truffatori da due soldi. Finiti in possesso di una mappa che porta verso il mitico El Dorado, si intrufolano nella nave ammiraglia che porterà Hernan Cortes ed i suoi alla conquista del futuro Messico. Scoperti e messi in catene, scappano portandosi dietro il cavallo del letale conquistador, e seguendo la mappa finiscono proprio nella città di El Dorado. Qui faranno la conoscenza della bella Chel e di una civiltà antichissima, raffinata ma sottoposta al terrore religioso. I due, scambiati per Dei, finiranno naturalmente per redimersi, a dispetto della loro natura pigra, un po’ corrotta e soprattutto inetta. La strada per El Dorado era quindi un mix di adventure, buddy movie, heist movie e dramma storico, un’operazione ambiziosa, con ben 100 milioni di dollari di allora sul piatto.
A fare un confronto con Pocahontas della Disney, La strada per El Dorado crea un confronto più interessante tra i nativi e il mondo occidentale. Con buona pace della fola del “buon selvaggio”, pure ad El Dorado non manca la malvagità, nei panni di Tzekel-Kan (Armand Assante), l’alto sacerdote con la fissa della magia nera e dei sacrifici umani. Il Cortes che il film ci mostra, ha molti punti in comune con il Shan-Yu di Mulan, è un uomo violento e carismatico, non molto diverso dal vero conquistador che piegò gli aztechi. Il mito di El Dorado, che condusse alla morte tanti conquistadores, viene spiegato come una sorta di città segreta, un mix delle varie civiltà precolombiane, dove la distanza culturale e le superstizioni locali, permettono a Tulio (Kevin Kline) e Miguel (Kenneth Branagh) di spacciarsi per Dei. Anche in questo, La strada per El Dorado è tutt’altro che irreale, i primi conquistadores in effetti furono scambiati per divinità dai locali e naturalmente se ne approfittarono. Tuttavia, il film non trasforma gli abitanti di El Dorado in ingenue vittime. Chel (Rosie Perez) e il Capo Tannabok (Edward James Olmos) sono intelligenti e tutt’altro che sprovveduti rispetto alle intenzioni del duo di truffatori.
Il fatto che Tzekel-Kan diventi sul finale un collaboratore di Cortes, non è neppure questo sbagliato, il conquistador ebbe infatti nei nativi Tlaxcaltecas alleati fondamentali. A fare la differenza sono Tulio e Miguel, una coppia di casinisti e improvvisatori in grado di riportare in auge il meglio della slapstick comedy, di donarci battute e continui scambi che hanno ben poco da invidiare alle grandi coppie che hanno fatto la storia del cinema, da Stanlio e Ollio a Totò e Eduardo, da Jack Lemmon e Walter Matthau, a naturalmente ai già citati Crosby e Hope. Miguel più romantico, Tulio teoricamente più razionale, ma non meno inetto, sono yin e yang, ma due lati dello stesso disastro. Sono però in fondo di buon cuore, capaci di sacrificare ricchezza e fortuna per proteggere El Dorado e i suoi abitanti dall’invasione spagnola. La strada per El Dorado, a dispetto di tanta energia, sarà un brutto flop per la DreamWorks, ed incasserà solo 80 milioni. Non andrà meglio nel 2003 anche ad un’altra avventura esotica come Sinbad – La leggenda dei sette mari che si rivelerà un investimento persino peggiore. Per fortuna, solo l’anno dopo le avventure di Tulio e Miguel, uscirà Shrek, apripista di una saga della DreamWorks che ha fatto la storia del cinema. Di lì a poco, casualmente, altra fortuna avrebbe avuto la Disney con Le follie dell’Imperatore, ma La strada per El Dorado dopo 25 anni rimane uno di quei film d’animazione che meritano di essere rivalutati in toto e che avrebbero meritato ben altra considerazione.
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