Here, la recensione del film di Robert Zemeckis

Pubblicato il 03 gennaio 2025 di Lorenzo Pedrazzi

Non è un mistero che la tecnologia digitale permetta a Robert Zemeckis di dare forma concreta alla sua idea di cinema, indipendentemente dall’opinione di pubblico e critica. In fondo, Zemeckis è sempre stato insofferente ai limiti fisici della macchina da presa, e ha dedicato gran parte della sua carriera a superarli, trovando proprio nel digitale un alleato prezioso: la sua trilogia in performance capture, ricca di virtuosismi altrimenti impossibili, si è rivelata un audace esperimento nella gestione degli spazi e degli attori, pur all’interno di un contesto mainstream. Per certi aspetti, Here è il contraltare di quel cinema fluido e ipercinetico, nel senso che passa dalla mobilità estrema dell’animazione in CGI ai quadri fissi del libro illustrato di Richard McGuire, con una forza che da “centrifuga” si fa “centripeta”.

Rispetto all’opera originale, il film abbraccia orizzonti meno vasti, pur mantenendo inalterata l’idea di fondo. L’inquadratura è sempre fissa: un campo totale che, nella maggior parte dei casi, ritrae il salotto di una casa nel New Jersey, ma diviene più ampio quando mostra ciò che esisteva prima della sua costruzione. Spostandoci avanti e indietro nel tempo, assistiamo agli eventi che si sono svolti in quello specifico punto nello spazio, come l’estinzione dei dinosauri nel Cretaceo, le vicende di una coppia della tribù Lenni-Lenape, e persino la quotidianità di William Franklin (figlio di Benjamin), proprietario dell’area nella seconda metà del Settecento. La casa viene poi edificata all’inizio del XX Secolo, ospitando numerose famiglie nel corso dei decenni. Sovrapponendo vari riquadri all’inquadratura principale, Here sovrappone anche diverse epoche, e imbastisce un collage temporale molto simile a quello del libro. Dal momento in cui la casa viene costruita, entriamo nelle vite di chi l’ha abitata, come l’appassionato di areonautica John Harter (Gwilym Lee) e sua moglie Pauline (Michelle Dockery), o l’inventore Leo (David Flynn) e sua moglie Stella (Ophelia Lovibond), che occupano la villetta negli anni Quaranta.

Il racconto, però, si focalizza soprattutto sulla famiglia Young, a partire dal reduce Al (Paul Bettany) e da sua moglie Rose (Kelly Reilly), che acquistano la casa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Negli anni Sessanta, il figlio primogenito Richard (Tom Hanks) ha solo 18 anni quando mette incinta la fidanzata Margaret (Robin Wright), e la coppia finisce per vivere con i genitori del ragazzo, insieme alla figlioletta Vanessa. Il rapporto fra Richard e Margaret si evolve nel tempo, prima che un’altra famiglia prenda il loro posto negli anni Duemila: si tratta di Devon (Nicholas Pinnock) e Helen Harris (Nikki Amuka-Bird), che si trasferiscono nella casa con il figlio Justin (Cache Vanderpuye) e la governante Raquel (Anya Marco Harris).

Here

Se le storie narrate nel libro di McGuire sono molto rarefatte, il film di Zemeckis sceglie invece di valorizzare proprio il lato umano, evitando di espandere la prospettiva anche sul lontano futuro. Le ambizioni dell’adattamento ne escono ridimensionate, ma è chiaro che Zemeckis e il co-sceneggiatore Eric Roth sono più interessati a contrarre la vicenda verso l’interno, sia in termini spaziali sia in fatto di emotività e interiorità. Accade allora che, nel passaggio al grande schermo, la stanza divenga una trappola da cui fuggire, un confine forzato che soffoca i personaggi – soprattutto quelli femminili. Per Margaret, vivere nella casa dei genitori di Richard significa non avere un proprio spazio, mentre il peso dell’istituzione familiare reprime il suo slancio verso l’indipendenza: com’era già accaduto a Rose, anche a lei viene impedito di lavorare, almeno in principio. Here è quindi un ritratto del ceto medio americano attraverso i decenni, con tutto il suo carico di oppressione sociale e di sogni infranti (comprese le aspirazioni artistiche di Richard, che rinuncia alla pittura per provvedere alla famiglia). D’altra parte, non è sempre stata questa la dimensione ideale di Zemeckis? Pensiamo all’epilogo di Ritorno al futuro, dove l’alterazione del passato sfocia nel Sogno Americano per eccellenza tramite il riscatto del self made man: il suo mondo di riferimento – e lo stesso discorso vale per l’amico Steven Spielberg – è il ceto medio lavoratore, immerso in una realtà da cui desidera fuggire. Oltre le mura di casa c’è sempre qualcosa di più eccitante da conquistare, e Here valorizza questo concetto con l’espediente dell’inquadratura, mentre i personaggi entrano ed escono come se fosse un palco teatrale.

Non è poco, se consideriamo quanto Hollywood solitamente preferisca guidare gli spettatori con il montaggio, i raccordi e i primi piani. Qui, invece, il pubblico è libero di far vagare lo sguardo sull’intera ambientazione, e scegliere il dettaglio su cui concentrarsi; solo in qualche sporadica circostanza vediamo un personaggio avanzare in primissimo piano, accentrando la focalizzazione su di sé. Il risultato è un raro caso di cinema sperimentale prodotto da una major, e conferma che per Zemeckis il cinema sia un terreno di ricerca perenne, dove il digitale agisce come strumento liberatorio: da un lato gli consente di forzare i vincoli dell’inquadratura (esemplare la scena in cui uno specchio viene rivolto in direzione della cinepresa, mostrandoci che la realtà del film prosegue oltre la quarta parete), dall’altro gli permette di “modellare” gli attori a seconda delle necessità, con il ringiovanimento digitale tramite IA generativa. L’effetto, peraltro, è meno straniante di quanto sembri nei trailer, e si rivela coerente con l’impostazione generale del film (che fa largo uso di green screen, per ovvie ragioni).

Here film

Se mai, i limiti del digitale emergono dalle transizioni in cui l’inquadratura cambia con una specie di tremolio, francamente incomprensibili se paragonate al resto: la gran parte dell’adattamento, proprio come il libro, opta infatti per una sovrapposizione di riquadri, utili anche per passare da una scena all’altra, da un piano temporale all’altro. È questo il suo linguaggio, e ogni variazione (fortunatamente rara) appare fuori luogo. Se il cinema ha sempre usato il montaggio per mettere in relazione epoche diverse, Here dà il meglio di sé quando ottiene lo stesso esito attraverso un collage iconografico, facendo esplodere il tempo in vari frammenti sovrapposti. In tal modo, il film ci ricorda che dramma e commedia si ripetono di generazione in generazione, le persone si allontanano e poi si ritrovano, ci sono contrasti e rappacificazioni, storie di vite represse ma anche liberate. Le mura della casa, neutre di per sé, assistono all’evolversi della società e si fanno memoria, poiché la loro stessa esistenza basta a suscitare il ricordo degli eventi passati.

Zemeckis realizza così un film fuori dal tempo, e non solo perché abbraccia molte epoche diverse: Here è una produzione a medio budget come quelle che caratterizzavano Hollywood fino agli anni Novanta, si rivolge a un pubblico adulto e fa parlare i suoi personaggi in modo sincero, senza alcuna traccia di umorismo metanarrativo o di coolness postmoderna (come si evince anche dalla colonna sonora di Alan Silvestri, a tratti stucchevole). Non cerca una complicità ironica con lo spettatore, ma rema contro le attuali tendenze del cinema commerciale, dominate dai franchise e dall’infantilizzazione del pubblico. Insomma, rappresenta quel cinema di cui abbiamo bisogno per risanare un’industria sempre più deviata e scadente.

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