Cinema roberto recchioni Recensioni
Parlare degli adattamenti live action dei film animati di casa Disney è sempre una cosa inutile. Il pubblico e la critica più sofisticati li bocciano tutti come operazioni inutili, generalmente mediocri sotto il profilo realizzativo, volte solo a catturare un pubblico di bambini cresciuti che vuole rivedere i film della sua infanzia ma in una versione non “da bambini” (perché è noto che i film di animazione sono cose per bambini, no?). In sostanza, il business della nostalgia con una spruzzata di “questa volta è vero, però!”. Fatto sta che, salvo qualche eccezione, gli adattamenti live action della Disney vanno tutti molto bene e la gente si affolla a vederli.
Ma tutta questa premessa è del tutto inutile visto che stiamo parlando di Mufasa: il re leone, film diretto dallo stimatissimo Barry Jenkins (Moonlight, La ferrovia sotterranea) e prequel de Il re leone di Jon Favreau del 2019, che non è un live action visto che di “live” a schermo non ne appare.
I due film sono, infatti, lungometraggi di animazione digitale, al pari di un Toy Story o di un Inside Out. Animazione digitale estremamente votata alla rappresentazione non stilizzata del vero, certo, con sfondi che sfidano il fotorealismo e animali quasi indistinguibili dalla loro controparte naturale (salvo per il fatto che parlano con dei movimenti labiali umani e che, misteriosamente, non sembrano dotati di organi riproduttivi o sfintere), ma sempre animazione.
Quindi, sgomberiamo il campo: Il re leone del 2019 non era un adattamento live action di un film di animazione Disney, ma un remake in animazione digitale del capolavoro originale di Roger Allers e Rob Minkoff del 1994, animato in maniera tradizionale. Se volessimo proprio fare i sofisti, si potrebbe dire che anche il film del 1994 era un remake (dell’anime di Kimba il leone bianco, tratto dall’omonimo manga di Osamu Tezuka), ma la Disney (e i suoi avvocati) questa cosa l’hanno sempre negata e chi siamo noi per non credergli?
Comunque sia, torniamo a noi: Mufasa: il re leone è un film di animazione digitale di stampo iperrealistico e prequel de Il re leone del 2019, cioè racconta la storia di come Mufasa diventa re e di come Scar diventa Scar. E qualcuno di voi dirà: ma quella storia è già stata raccontata dalla serie televisiva The Lion Guard! Ecco, dimenticatevela perché non è più canonica, come non si devono intendere come canonici i seguiti animati de Il re leone realizzati per il solo mercato dell’home video, dopo il successo del film originale. Le nuove origini ufficiali di Scar e la maniera in cui Mufasa diventa sovrano sono ora quelle raccontate da questo film di Barry Jenkins. E sì, se avete l’impressione che tutta la vostra infanzia sia stata una bugia, è perché è proprio così.
Comunque sia, la storia: Mufasa è un leone senza neanche una goccia di sangue reale che, assieme a sua madre e suo padre, sta compiendo un viaggio difficoltoso per arrivare a una terra promessa. Durante il cammino, però, il piccolo viene separato dalla sua famiglia e finisce nelle acque di un fiume dove sta per venire mangiato dai coccodrilli se non fosse per il provvidenziale intervento di un altro piccolo leoncino, un certo Taka, lui sì un principe e figlio di re. Mufasa viene quindi adottato dal branco di Taka, che inizia subito a chiamarlo fratello. Visto però che Taka non è bello come Mufasa, forte come Mufasa, coraggioso come Mufasa, capace come Mufasa, le cose prenderanno una brutta piega.
Diciamo che, per ringraziare Taka del fatto di avergli salvato la vita e di avergli dato una nuova casa, una nuova famiglia e un amore fraterno, Mufasa gli ruberà l’affetto della madre, poi la stima del padre, poi l’amore della sua vita, poi finirà per farlo sfregiare, lo priverà del nome (dandogliene uno nuovo e dispregiativo… indovinate quale?) e, infine, lo renderà un reietto e gli ruberà il trono. Giuro, non mi sto inventando nulla: è la trama del film. E la Disney vorrebbe che parteggiassimo per Mufasa e non per Scar (cioè, Taka).
E qui veniamo direttamente al dunque: Mufasa – il re leone è un brutto film? No, non lo è per niente. Anzi, per molti versi è di molto superiore al film di Favreau perché Jenkins è un regista nettamente migliore, con più talento, più occhio, una maggiore sensibilità e parecchio più gusto. È un film con un comparto tecnico incredibile, una notevole colonna sonora, un grande cattivo (non Scar ma Kiros, un gigantesco e letale leone albino, doppiato da Mads Mikkelsen in originale e protagonista del miglior numero musicale del film), un montaggio riuscito, delle divertenti scene comiche (ovviamente tutte sulle spalle di Pumba e Timon che trovano comunque una maniera di apparire nel film), un bel ritmo e una sceneggiatura che, al netto dei problemi contenutistici che Il re leone si porta in dote sin dal primissimo film (quell’idea aberrata del cerchio della vita e il concetto di “sovrano giusto e divino”), è anche ben scritta.
E allora, perché non sembro entusiasta? Perché il film, dal mio punto di vista, fallisce nella cosa più importante: non mi fa tifare mai per il suo eroe protagonista. Cioè, Jenkins continua a ripeterci per tutta la durata della pellicola che Mufasa è il buono e che merita tutto quello che ottiene, ma io proprio non ce l’ho fatta a non simpatizzare con Scar e a non pensare che avesse delle solide ragioni per il suo risentimento. E a tifare per lui.
E sia chiaro: non è una cosa che il film vuole fare. Non è una di quelle pellicole che si prefigge di dare profondità e umanità a character che un tempo ci venivano mostrati come bidimensionalmente malvagi. Non è un’opera che vuole mostrarci come non esistano dei cattivi che lo sono in quanto tali ma che, dietro a ogni malvagio, c’è una sensibilità ferita o delle ragioni, seppure distorte. Mufasa è un film che ti vuole raccontare di come qualcuno diventa un cattivo e di come, una volta che lo è diventato, non possa più essere redento e diventi del tutto negativo.
In sostanza, non è un film che vuole lanciare una luce nuova che ti faccia rivalutare lo Scar che incontriamo nel film del 1994 o in quello del 2019. “Scar è Scar ed è cattivo…”, dice il film, “…e cattivo lo è diventato così”, aggiunge. Come Anakin e Darth Vader, insomma: non è che quando finisce la trilogia prequel, pur sapendo perché il giovane Skywalker diventa l’oscuro signore dei Sith, Vader ci appare meno cattivo, no? Ecco, Mufasa vorrebbe fare la stessa cosa. Solo che non ci riesce. Perché ti fa (o, almeno, a me ha fatto) sviluppare una vera empatia per il povero Taka e una spiccata antipatia per quello che dovrebbe essere l’eroe della storia, Mufasa.
Ora, se questa cosa fosse fatta consapevolmente e intenzionalmente, io starei gridando al geniale atto eversivo. Ma temo che non sia così, a giudicare dal fatto che i peluche che vengono venduti sono quelli del giovane Mufasa e non quelli di Taka. Io credo, purtroppo, che il film creda davvero che i suoi spettatori si identificheranno e parteggeranno per il bello, forte, coraggioso e perfetto Mufasa, che arriva nella vita di Scar e gli toglie tutto solo perché Scar non è capace di stare alla sua altezza. Perché Mufasa è un predestinato, scelto da una forza superiore e divina per il ruolo di re, e Taka no.
E questo, per me, è un bel problema.
Ma questi, devo ammetterlo, son sofismi: il film è bello, piacerà a voi e ai vostri figli e ve ne tornerete a casa canticchiando hakuna matata come al solito.
Che volere di più?