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John Wick, 10 anni dopo: analisi di un assassino

Pubblicato il 24 ottobre 2024 di Giulio Zoppello

Galeotta fu la matita, tra le altre cose. John Wick, Baba Yaga per i nemici, compariva per la prima volta sul grande schermo 10 anni fa, cambiando per sempre il genere action occidentale, creando le premesse per una saga che, a quanto pare, proseguirà con il quinto, un po’ non necessario capitolo. Grazie a Keanu Reeves, questo killer è diventato un mix tra antieroe e vendicatore unico nel suo genere per caratteristiche, luci e ombre.

Storia di un cinema pieno di assassini

Di killer è piena la storia del cinema, fin dagli albori. Spesso hanno avuto una luce sinistra, sono stati villain di vario grado e natura, ma nel corso del tempo questo tipo di personaggio ha saputo conquistare una centralità innegabile, frutto di una metamorfosi dei gusti del pubblico e dell’evoluzione del cinema. Non più eroi senza macchia o senza paura, ma specialisti della morte a metà tra dannazione e redenzione, angeli della Morte che cercano di riscattarsi oppure di vendicarsi di qualche terribile torto. John Wick non fa eccezione, Keanu Reeves, inedita chioma lunga al vento, barba da uomo vissuto con un tragico passato alle spalle, racchiude in sé una moltitudine di “colleghi” venuti prima di lui. Ma su tutti aleggia l’eredità di Sonny Chiba. Sonny Chiba è stato, da certi punti di vista, l’anti-Bruce Lee. Era giapponese (categoria che Lee mise sempre tra le nemesi per ragioni storiche e politiche), artista marziale completo, aveva però un bagaglio recitativo superiore al Piccolo Drago. Ma soprattutto, nei suoi film Sonny Chiba era spesso un killer, un sicario, oppure un mercenario, distante dalle nobili figure che Bruce Lee interpretava. Nella sua cinematografia, diventata iconicamente un perfetto mix di action, thriller e arti marziali, Sonny Chiba indicò a John Wick la strada di una spietatezza, efficienza e freddezza maniacali che poi Keanu Reeves ha reso parte del fascino legato indissolubilmente al suo personaggio. John Wick vive in un mondo fatto di regole ferree, una sorta di ordine pseudo-religioso che si rifà alla celebre Murders Inc., di Albert Anastasia, uno dei più feroci gangster dell’era del Proibizionismo. Ma recupera in parte la visione elitaria dei Bond Movies, visto che lui e gli altri vivono nel lusso, hanno armi, equipaggiamento, vestiti e logistica degne di una superspia. John Wick però è strettamente legato anche a una sorta di logica da samurai, per cui i vari Hotel sono come i templi di certi monaci: territorio neutro e al di fuori dei vari “incarichi”. Un ordine che egli infine sovverte in modo drammatico, dando il via, dal secondo film in poi, a una guerra contro la sua stessa classe sociale che lo pone nell’inedito ruolo di sovversivo.

Tra ritualità e distacco, recupero ed innovazione

John Wick non è un personaggio portatore di una volontà di migliorare il mondo. È un assassino, lo sa e non fa nulla per nasconderlo. Si è ritirato, ma senza la moglie, morta di malattia; il suo ritornare ai “fasti” del passato è inevitabile nella realtà. John Wick è una macchina per uccidere, è esperto con ogni tipo di arma bianca o da fuoco, è un grappler eccezionale, un guidatore provetto. Il fatto che non usi il veleno è curioso, visto che da secoli è l’arma per assassini perfetta, ma è coerente con il suo essere uno che, un po’ come il Forest Whitaker di Ghost Dog di Jim Jarmusch, affronta frontalmente i suoi nemici, come un samurai. In comune con lui ha molto, moltissimo, su tutti una vita solitaria, pochissime ma fidate amicizie, una certa spiritualità. Ma più di ogni altro killer cinematografico, Keanu Reeves è un uccisore incallito e spietato; se ti metti di mezzo non esita un istante. In questo può ricordare molto il Steven Seagal dei bei tempi, ma per fortuna già nel primo film è lungi dall’essere invincibile o perfetto; anzi, va spesso in difficoltà, ma sa come improvvisare e come uscire da ogni situazione. Nessun film occidentale prima di John Wick aveva offerto coreografie action così toste e sanguinose; bisogna arrivare a citare The Raid di Gareth Evans, ma soprattutto l’ampia cinematografia del grande John Woo, per trovare qualcosa di simile. Come gli eroi di Chow Yun-Fat, John Wick non ha paura della morte; anzi, la accoglie, perché sa di meritarla, ma anche perché è conscio del suo essere distante dalla salvezza e dalla redenzione. Il suo carisma, il suo fascino, non sono così esagerati come quelli che il mitico Charles Bronson impugnava con facilità, per esempio in The Mechanic di Michael Winner, una pietra miliare del genere. Tuttavia, come lui è astuto, pianificatore, non perdona e non dimentica. Ma tutto questo non cambia un dato di fatto: John Wick è diventato il mito moderno che è, perché tutte queste caratteristiche il film le ha fatte sue, tutte assieme. Ed è per questo che rimane il killer migliore mai visto su uno schermo cinematografico.

Tag: John Wick

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