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Romania, anno 0079 dell’Universal Century. Undici mesi dopo l’inizio del conflitto, un battaglione delle forze di Zeon sta cercando di conquistare una base della Federazione. A difendere i soldati, caduti in un’imboscata, c’è uno squadrone di Zaku II chiamato “Red Wolves”, guidato dal capitano Iria Solari. Ma l’arrivo di un mobile suit sconosciuto della Federazione, che inizia a dar loro la caccia, cambia le carte in tavola e la sorte di Iria e dei suoi lupi rossi… Disponibile da oggi su Netflix, Gundam: Requiem for Vengeance è una miniserie in sei episodi in CGI che funziona perché il team che l’ha realizzata ha saputo sfruttare bene ciò che rende efficace una storia di guerra, in Gundam come in un film o una serie di Spielberg.
Non è naturalmente la prima volta, nell’articolata saga di Gundam, che viene raccontata una storia dal punto di vista di soldati di Zeon. Anche la brutalità della guerra, i campi cosparsi dopo la battaglia di feriti in lacrime e corpi in fiamme, la facilità con cui un conflitto distrugge le vite e la sua suprema inutilità sono materia comune nelle migliori storie gundamiane, da Gundam 0080: La guerra in tasca a Gundam Thunderbolt, giusto per fare due esempi famosi.
Infine, non è nuova anche la scelta di raccontare il tutto affidandosi completamente alla computer grafica (Mobile Suit Gundam MS IGLOO ha esordito vent’anni fa). Eppure Gundam: Requiem for Vengeance ha tutto questo, e pur essendo un nuovo capitolo in una saga il cui motore e la cui ragion d’essere sono da quarant’anni i modellini da costruire che se ne ricavano (i gunpla), colpisce perché riporta al centro della scena le persone, cercando la via più realistica possibile nel campo dei real robot creato proprio dal primo Gundam.
Per farla brevissima, Requiem for Vengeance è un Band of Brothers con i mobile suit, e non è decisamente un caso che la sigla di testa ricordi proprio quella della serie di Steven Spielberg e Tom Hanks, e produzioni simili venute dopo.
Co-prodotta da Bandai Namco Filmworks (Sunrise) e SAFEHOUSE, azienda nipponica specializzata nella produzione di sequenze in computer grafica per film e videogiochi, Requiem for Vengeance si apre in effetti come si aprirebbe un qualsiasi videogioco di guerra odierno. Per la qualità media (in tutti i sensi) delle animazioni, il tipo di recitazione, un po’ tutto. Il tempo di veder accendere l’occhio rosso di uno Zaku, però, e ogni timore finisce in soffitta a prender polvere: da quel momento in poi, inizia una corsa a rotta di collo lunga complessivamente circa due ore, in cui l’umanità del capitano Solari e le assurdità della guerra si prendono la scena.
Contrariamente a quanto potreste pensare, pur essendo stato realizzato da due compagnie giapponesi, né il regista, né lo sceneggiatore di questa miniserie vengono da Tokyo e dintorni. La regia è del tedesco Erasmus Brosdau, la storia dello sceneggiatore Gavin Hignight. Il punto di vista, per così dire, esterno ha giovato indubbiamente alla miniserie, proprio perché ci si è concentrati sui soldati: le togli i mobile suit, e Requiem for Vengeance diventa semplicemente una storia di guerra ben scritta, con una protagonista interessante e umana per via del suo background, e un bel finale. Soprattutto per via dell’espediente narrativo utilizzato.
Senza scendere troppo nei dettagli, per non spoilerarvi niente, basterà dire che la storia è tutta raccontata dal punto di vista degli uomini di Zeon. Tutta. Per Solari e i suoi, il Gundam di questa miniserie non è dunque il mech di un eroe, il robottone eponimo di una storia epico cavalleresca robottonica. Questo Gundam è un “demone bianco” usato senza pietà dal nemico, una macchina di morte che avanza inarrestabile, mietendo vittime e asfaltando mezzi nemici. Un Terminator alto 18 metri.
Un processo di disumanizzazione che crea le condizioni ideali per quanto raccontato negli ultimi episodi, che si riaggancia a un tema classicissimo della saga e su cui ovviamente sorvoliamo. Funziona? Funziona, caspita. In sintesi, come già negli spunti migliori della prima serie di Gundam, nel ’79, il concetto di buoni e cattivi è molto relativo quando ti mettono addosso una divisa e ti mandano a combattere. In tutto questo, Iria Solari, capitano con un cuore e un grande senso dell’onore, sarebbe piaciuta tanto a Ramba Ral, ne siamo certi.
Poi, però, questo non è ovviamente Band of Brothers e i mobile suit ci sono eccome, certo, trattandosi di una serie di Gundam. Gli Zaku e altri mobile suit impiegati sono semplicemente spettacolari: il fotorealismo da CGI permette a quelle superfici di metallo sporche o ammaccate di sembrare più vere che mai. Mette in risalto i mezzi lacerati dalle battaglie precedenti ma non ancora sconfitti, rappezzati alla bene e meglio e rispediti in prima linea.
Vengono resi alla perfezione la stazza di queste macchine da guerra enormi, il loro peso quando avanzano, le dimensioni colossali di ogni singolo componente, come i bossoli dei colpi esplosi che precipitano al suolo. E poi la strumentazione dei cockpit, le luci, le personalizzazioni adottate dai vari piloti… Sin dai primi minuti, e fino alla fine dell’ultimo episodio, c’è quanto basta per mandare in brodo di giuggiole i fan di Gundam, specie se amanti dei gunpla.
L’unica nota un po’ stonata, per chi scrive, è paradossalmente proprio il Gundam. Il Gundam EX di questa miniserie, senza girarci attorno, non mi piace. Fa decisamente il suo in quanto a devastante, inarrestabile badasseria meccanica? Certo. Mi piace il suo design? No. Per vari dettagli che ho trovato sgraziati, in particolare della testa, per me proprio bene bruttarella forte, lontana anni luce com’è dallo stile immortale di quella dell’RX-78-2 di Amuro Ray.
Ma mai come in cose come il mecha design contano i gusti personali. Per dire, c’è anche chi non considera il Gundam Barbatos di Mobile Suit Gundam: Iron-Blooded Orphans incommensurabilmente bellissimo come faccio io. Facile dunque che a un sacco di gente questo Gundam EX piacerà, che vi devo dire.
Non mancano infine, ovviamente, alcuni easter egg e comparsate, pescati da Mobile Suit Gundam: L’ottavo plotone (The 08th MS Team) e… be’, da altrove… Detto questo, datemi subito il bomber indossato dai Red Wolves e un gunpla Master Grade del loro MS-06F Zaku II F Type e nessuno si farà male. Grazie.