Quando uscì in sala, il primo capitolo di Maze Runner, tratto dalla saga letteraria di James Dashner, fu accolto in modo interlocutorio. Se ne sottolineò l’atmosfera intrigante, ma si misero in risalto anche la natura derivativa; fu trattato come una sorta di B-movie. Peccato che incassò 350 milioni di dollari (decuplicando il budget) e dimostrò che, forse, aveva molto più da dare al pubblico di quanto sembrasse all’apparenza.
Maze Runner, quando uscì, lo fece in un momento particolare. Il 2012 era stato l’anno di Hunger Games, il 2013 del sequel, La ragazza di fuoco, che aveva lanciato Jennifer Lawrence nel firmamento. La saga di James Dashner non era forse poi così diversa da quella di Suzanne Collins: una fantascienza distopica che mirava a un pubblico under 25, a cui offrire una trama con giovani protagonisti che avevano nelle mani il futuro del mondo. Tuttavia, Maze Runner riuscì ad arrivare come alternativa e non come opera derivata della saga di Katniss Everdeen, questo a dispetto di una stretta somiglianza estetica, sublimata dalla fotografia quasi identica, dal tono e anche in parte dagli effetti visivi e dall’ambientazione. A differenza di Hunger Games, Maze Runner aveva un protagonista maschile, Thomas (Dylan O’Brien), che si sveglia in una gigantesca Radura, senza ricordarsi perché è arrivato lì, in che modo e a che scopo. Imprigionato in quella specie di giardino, finisce per far parte di una sorta di comunità giovanile, dove fa la conoscenza di Newt (Thomas Brodie-Sangster), Gally (Will Poulter), Minho (Ki Hong Lee) e diversi altri. Qualcuno, appare chiaro a Thomas, li osserva, li rifornisce di viveri ed equipaggiamento, ma di uscire da lì, per il momento, non se ne parla. Il Labirinto che circonda la Radura, infatti, è un gigantesco mondo di pietra, che muta, cambia ed è accessibile solo per un certo periodo di tempo. Thomas, diventato uno degli esploratori che cerca una via di fuga attraverso di esso, non ci mette molto a capire perché è un’impresa mortale: i Dolenti, terrificanti mostri, fanno buona guardia. Ma a che scopo tutto questo? Maze Runner oggettivamente parve fin dall’inizio un incrocio tra Il signore delle mosche, i tipici racconti alla Orwell e il mondo degli sci-fi survivalisti. C’era però un’atmosfera simil-horror molto suggestiva, qualcosa che riportava alla mente i primi Alien. Ma è nella ricerca della verità, nel rapporto di Thomas con la giovane Teresa (Kaya Scodelario), che Maze Runner riesce a portare in dote le sue vere e a lungo nascoste qualità, seminando falsi indizi per lo spettatore, con un finale a dir poco enigmatico.
Maze Runner ha dalla sua un’estetica che strizza spesso l’occhio allo steampunk, ma è anche tipicamente moderno nel creare un universo narrativo dove i protagonisti sono giovani, con tutti i pro e contro del caso. Thomas non è il tipico eroe ammazzasette: ciò che lo contraddistingue (un po’ come Katniss Everdeen) è la capacità di improvvisare e il fatto di pensare in modo diverso dagli altri. Ma non c’è alcuna presa di posizione ideologica o romantica nel suo modo di fare, quanto la mera volontà di andarsene da quella prigione, di scoprire chi è e cosa succede nel mondo esterno. Maze Runner ha dalla sua scene da brividi con i Dolenti, mostri come non se ne vedevano da un po’ sul grande schermo, che aggiungono un elemento di violenza e paura che per buona metà del film aiuta quest’ultimo a fare un salto in termini di fantasia e anche di impatto visivo. C’è anche modo di strizzare l’occhio agli zombie movie, con i ragazzi punti dai Dolenti che diventano non molto diversi dagli infetti di 28 giorni dopo di Danny Boyle, tutti elementi che fanno di Maze Runner una commistione di generi e di stili narrativi su cui parte della critica non si concentrò abbastanza all’epoca. Manca certamente l’elemento del messaggio politico, almeno quello plateale, come in Hunger Games, ma non per questo il film è privo di tematiche, anzi. Quel microcosmo diventa rappresentativo dello scontro tra conformismo e ribellione, è quasi una metafora della Caverna di Platone, a ben pensarci, con la scienziata Ava Paige (Patricia Clarkson), che infine si rivela essere il Deus Ex Machina di un esperimento che a qualcuno avrà riportato in mente un cult distopico assoluto come fu Il cubo di Vincenzo Natali. Il grande successo di Maze Runner permise due sequel che, ad essere onesti, non furono all’altezza del primo film in quanto a solidità narrativa e audacia. Tuttavia, la saga di per sé merita comunque di essere riconsiderata come qualcosa di più di un furbo prodotto modaiolo; certo, magari una serie TV riuscirebbe a includere tutti quegli elementi dei romanzi originali che Ball non poté utilizzare.
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