“Costruiamo mondi migliori”, promette il motto societario della Compagnia per antonomasia del cinema fantascientifico, la Weyland-Yutani. Solo che non è vero, e quei mondi sono dei buchi d’inferno su cui può anche succedere che non sorge mai il sole. Le colonie extramondo verso cui una campagna martellante spingeva i poveri cristi già ai tempi del primo Blade Runner (sì, è lo stesso universo) sono posti maledetti da cui puoi solo provare a fuggire, perché cosa può esserci di peggio che restare a prenderti malattie assurde e farti marcire i polmoni su qualche scoglio minerario sperduto come il qui presente Jackson’s Star? Be’, tipo imbatterti nelle più letali macchine omicide che l’universo abbia mai conosciuto, dopo una sposa che vede un’invitata presentarsi vestita di bianco al suo matrimonio. Benvenuti nel mondo di Alien: Romulus, settimo capitolo della saga di Alien (nono se consideriamo pure i due cugini scemi di AvP), nonché pellicola per la quale potrete spendere sui social il termine interquel. Venti anni tondi dopo i fattacci di Alien a bordo della Nostromo e trentasette prima del massacro di marine coloniali in Aliens, abbiamo ora una nuova storia sui tentativi poco fortunati di gemellaggio tra umani e xenomorfi. E la domanda da cui partire, ovviamente, è: cosa vuoi/puoi mai raccontare di nuovo, tu, Fede Álvarez, in una saga in cui abbiamo già visto tutte le combinazioni possibili degli stessi ingredienti?
No, non era un compito semplice quello che attendeva il regista uruguaiano Fede Álvarez, specializzato in horror e thriller, e che proprio dalla rilettura di un altro classico di paura è partito nel 2013 con il suo primo film (La casa). Perché l’universo di Alien è stato dal ’79 (quando lo stesso Álvarez aveva un solo anno…) a oggi un perfetto e seminale horror da final girl calato nello spazio, un war movie che spostava nel cosmo il disastro della guerra in Vietnam e lo rendeva il contorno della zuffa tra due madri, una variazione sul tema in salsa mistica, una in salsa grottesca, due prequel confusi e non a fuoco girati dal regista originale. E due cugini scemi, pure. Cosa vuoi inventarti di vagamente originale?
Tanto più che quello che era stato presentato in origine come un film a sé, slegato dalla ingombrantissima eredità della saga di Alien e destinato a Hulu, è diventato a un certo punto un nuovo capitolo per il grande schermo. E lì, poco prima che iniziassero le riprese, con il cambio di destinazione Alien: Romulus ha cambiato anche pelle. Diventando un ambizioso tentativo non solo di incapsulare una storia in mezzo ai primi due capitoli, pescando dalle atmosfere sia di Alien che di Aliens, ma anche di gettare un ponte verso TUTTI gli altri capitoli precedenti, in pratica. Nientemeno, eh.
Nasce in altre parole la scelta precisa di creare un seguito che accarezzasse i fan, portandoli in un tipo di ambientazioni, in mezzo a un tipo di tecnologia, figure e situazioni, che amano. Un mondo in cui si calzano sneaker Reebok bianche, si maneggiano fucili a impulsi, navi spaziali dai monitor in bassa definizione sono gestiti da IA chiamate Mother e suadenti voci femminili registrate ti avvertono che stai per spatafasciarti contro un corpo celeste o finire vaporizzato. O ci sono sullo sfondo i telefoni del videogame Alien: Isolation, perché il regista lo considera (giustamente) un gioco bellissimo. E ok, questo è il contorno, e può essere accomodante e ammiccante e fedele quanto vuoi, ma poi devi dargli un contenuto che renda il film un film, e le due ore che ti porta via ben spese e non gettate. E quello ad Álvarez – che la storia di Alien: Romulus l’ha anche scritta, insieme al connazionale Rodo Sayagues – è riuscito? La risposta di chi vi scrive è: in una discreta misura, e soprattutto nel finale che ha diviso a quanto pare il pubblico, sì.
In mezzo, dopo i camionisti dello spazio della Nostromo e prima dei marine coloniali cazzuti e inutili della Sulaco, c’è dunque un gruppo di ragazzi ribelli e sottoproletari che sogna di fuggire dalla realtà terribile servita in tavola dalla Weyland Yutani. Già la premessa iniziale, il fatto che questi giovini abbiano a disposizione un’astronave (il cui nome, ovviamente, viene anche in questo caso da un romanzo di Joseph Conrad), apre tutta una serie di quesiti che Alien: Romulus ti innesca nella testa. Quelli generici, su alcuni punti un po’ farraginosi del canovaccio, e quelli senza risposta su faccende specifiche della saga, sul ciclo di riproduzione degli xenomorfi e tante altre belle robine. Ma siccome questa è una recensione senza spoiler, magari ne parliamo nei prossimi giorni in uno specialino apposito. Per ora vi basti sapere che ho fatto quello che il mio essere ormai anziano mi costringe a fare quando le domande nella testa si fanno troppe: rimandarle a dopo e concentrarmi sul film. Perché – al di là del fatto che è un film, è fantascienza, se ti fermi a pensare a quello che è credibile non lo è quasi niente, in genere, mai – il film prima, le domande dopo.
(Se avete qualcuno che, in generale, vi rovina la visione di qualcosa ripetendo durante la stessa la locuzione “buchi di sceneggiatura!”, ditegli di smetterla. Subito)
Da Alien: Romulus, in definitiva, mi aspettavo che fosse davvero horror come promesso, che avesse davvero un qualcosa (qualunque cosa) di inquietante come promesso, che sfruttasse in modo adeguato il bellissimo parco giochi messogli a disposizione. E tutto questo arriva, in un terzo atto che si gioca al meglio le sue carte, con alcune soluzioni che mi hanno dato in sala un genuino senso di raccapriccio. E, sinceramente? Non pensavo fosse possibile, con un settimo film di Alien. Proprio il fatto che alcuni, a quanto si legge in giro, abbiano trovato brutte e disgustose quelle soluzioni conferma secondo il mio modesto parere il fatto che Álvarez e la produzione (due produttori su tre sono lo stesso Ridley Scott e l’altrettanto mitologico collega Walter Hill, già producer del primo Alien e vari altri capitoli del franchise) abbiano fatto centro.
Lo xenomorfo classico di Giger è una creatura così affascinante perché orribile e bellissima allo stesso tempo, in quel lucidissimo, elegante nero da incubo. Tutto l’immaginario gigeriano di Alien, però, si basa sulla fusione tra sesso e orrore, e ti striscia sotto pelle, ti attira e funziona proprio perché disturbante. Disturbante come un mostro alieno che entra dentro di te con uno stupro e ti fa partorire un altro mostro, metti.
Ecco, il pregio migliore di Alien: Romulus è che proprio quando le citazioni (visive, in termini di contenuti e perfino di frasi celebri dei primi film) a un certo punto iniziano a farsi stucchevoli, subito dopo il momento in cui uno dei membri del cast guidato da Cailee Spaeny ripete, guarda il caso, una frase che Ellen Ripley non ha ancora pronunciato, e lì mi dico “No, dai”, arriva il cazzotto nello stomaco, il disturbante. Ci sono dei precedenti anche in quella cosa lì, ma Romulus se la cava non solo perché rende quell’orrore più carnale, viscerale e sanguinolento, ma anche perché lo collega anche ad altri spunti precisi pescati dai film precedenti. E mi fermo qui, perché sto facendo una fatica del diavolo a restare sul vago.
In sostanza, Alien: Romulus non inventa daccapo la ruota, e difficilmente avrebbe potuto farlo, ma si gioca bene le sue chance, calando peraltro il tutto in un contesto particolarmente affascinante e poco adoperato nella produzione fantascientifica per il grande schermo. E insomma, anche se i protagonisti non hanno un particolare carisma per usare un eufemismone, e anche se qualche citazione è fin troppo ruffiana, il film riesce a NON essere la fiera del fanservice e dei cosplayer, e invece a piazzarti lì un modo dignitosissimo di fare una limonata con un limone spremuto da quarantacinque anni. Di dirti la sua. Poi piaccia o non piaccia, quella sua, basti o non basti a compensare la lenta costruzione prima del terzo atto, sia sufficiente o meno a zittire quella vocina fastidiosa nel cervello simpatica come Puffo Quattrocchi che se ne esce con un altro “Ma com’è possibile allora che?”, dipende dai gusti, immagino.
Io ho avuto quello che cercavo.