Abbiamo uno studente, Kaoru, dalla situazione familiare difficile e segnata dal lutto, che ascolta la sua musica in cuffia gettato sul letto, al buio, come uno Shinji qualsiasi. Poi abbiamo la sua nuova compagna di classe, Anzu, che ha tutta l’aria di essere una tsundere fatta e finita e dal cazzotto facile. Poco dopo, Kaoru si trova a vivere un classico momento di imbarazzo da anime con protagonisti adolescenti: anche quello è una citazione piuttosto palese di Neon Genesis Evangelion. Un po’ tutto il resto, nell’ora e mezza scarsa che questo film dura, guarda invece al cinema di Makoto Shinkai. Insomma, avrete intuito che The Tunnel to Summer, the Exit of Goodbyes – al cinema da oggi e fino al 12, doppiato in italiano e, in alcune sale, in lingua originale sottotitolata – non è la più originale delle pellicole. Ma questo non vuol dire che non sia un film piacevole, e per molti versi anche ben fatto.
Non abbiamo fatto a tempo a liberarci del quesito infinito su chi sarà “il prossimo Miyazaki”, che proprio uno dei registi spesso infilato in discussioni del genere è diventato oggetto di un’altra ricerca, magari altrettanto impossibile. Esiste chiaramente, nel mondo degli anime, un prima e un dopo Your Name, ed è ovvio che in tanti abbiano provato e proveranno a rubarne un pizzico di fortuna visto il suo incredibile successo. Scritto e diretto da Tomohisa Taguchi, che viene dai film di Persona 2 e dei Digimon, The Tunnel to Summer, the Exit of Goodbyes è la trasposizione per il grande schermo di una light novel del 2019, divenuta l’anno dopo un manga in quattro volumi per Shogakukan (pubblicato da noi da Star Comics).
Fatte salve le influenze di Evangelion citate all’inizio, il film di Taguchi potrebbe passare benissimo per un lavoro di Shinkai di qualche anno fa. La pioggia, i treni, i messaggi sullo smartphone, i messaggi sullo smartphone che arrivano in ritardo, il soprannaturale che si infila nelle crepe (in questo caso, nel tunnel del titolo) del reale, i sogni, le parole non dette. Quelle che Shinkai, a inizio carriera, usava per far avvicinare (o, più spesso, allontanare) i suoi protagonisti in opere come La voce delle stelle, Il giardino delle parole, 5 cm al secondo.
Parlo dello Shinkai di almeno una quindicina d’anni fa perché The Tunnel to Summer, the Exit of Goodbyes non ha evidentemente la complessità tematica, la quantità di strati, la carica emotiva o il significato di Your Name o Suzume, e probabilmente non vuole neanche averli. È una storia semplice, di due ragazzi come tanti alle prese con sogni e speranze che possono sembrare impossibili, e che finiscono con l’avvicinarsi per un obiettivo comune. In fondo, è la storia di milioni di persone.
È ben animato, gioca bene le sue carte, si segue con piacere fino all’ultimo minuto. Guardatelo con attenzione, e vi accorgerete peraltro del gusto con cui Taguchi incornicia determinate scene, come quella dell’acquario o i frequenti ritorni alla pensilina del treno dove tutto è iniziato, scegliendo gli elementi di sfondo perfetti per comunicare un certo stato d’animo. Che si tratti di balene che nuotano nella solitudine del quotidiano o di girasoli che si beano della luce del sole, quando sembrava proprio che dovesse piovere per sempre.