“La pubertà è un caos” ci ricorda un cartello nel quartier generale di Riley, non appena la ragazzina entra nell’adolescenza. Una transizione che avviene letteralmente dall’oggi al domani, quando Riley – ora tredicenne – si sveglia per andare al campus di hockey con le sue migliori amiche, Bree e Grace, sperando di entrare in una prestigiosa squadra delle superiori. È così che Inside Out 2 introduce il conflitto alla base del film: la pubertà irrompe nella vita di Riley in occasione di un importante evento sociale, il primo che la costringe a fare i conti con un mondo (relativamente) più maturo; e con le emozioni che nascono da una nuova coscienza di sé, tanto eccitante quanto rischiosa.
Se è vero che molti sequel della Pixar non si smarcano da giustificazioni esclusivamente commerciali (Cars su tutti), per Inside Out il discorso è un po’ diverso. Certo, il mondo del film è un usato sicuro, ma la crescita di Riley offre un grande stimolo creativo: il regista esordiente Kelsey Mann, con la sceneggiatura di Meg LeFauve e Dave Holstein, può infatti tracciare l’evoluzione della protagonista e i movimenti tellurici della sua interiorità, usando l’adolescenza come mezzo per introdurre nuove regole del gioco. Ritroviamo Gioia a capo del quartier generale, ma il suo entusiasmo infantile sembra non bastare più. Con l’ingresso nella pubertà, ecco che Ansia, Invidia, Imbarazzo ed Ennui (la noia) fanno capolino nella sala di controllo, scalzando le vecchie emozioni: se queste ultime erano palesi e ben definite, le nuove sono capaci di sottigliezze che Gioia, Tristezza, Disgusto, Paura e Rabbia non immaginano nemmeno, e che dovrebbero consentire a Riley di affrontare le sfide del liceo.
Questa differenza emerge fin dal primo contatto della ragazzina con le compagne del campus, soprattutto quando conosce il suo idolo, Valentina “Val” Ortiz, campionessa della squadra in cui Riley vorrebbe entrare. Mentre Gioia suggerisce reazioni genuine (le stesse che avrebbe una bambina), Ansia e le altre nuove emozioni introducono una certa doppiezza: sanno bene che, se fanno comportare Riley in un certo modo, potranno ottenere dei vantaggi. Ansia, in particolare, è ossessionata dalla pianificazione a lungo termine, e ben presto è lei ad assumere il comando, relegando le vecchie emozioni nel caveau dei segreti repressi. Si nota qui la consueta abilità della Pixar nel trasformare processi ed esperienze che conosciamo bene in universi strutturati e regolamentati: veri e propri mondi nascosti dietro un ideale velo di Maya, come sottosezioni della realtà in cui viviamo. Così, Inside Out 2 procede per accumulo, come accade spesso nei film Pixar, perché l’avventura è sinonimo di scoperta. Ansia è convinta di gestire la vita di Riley nel modo migliore, lavora per garantirle un futuro di successo e relazioni sociali, terrorizzata dallo spauracchio della solitudine. In questo universo strutturato, però, c’è un’area tutta nuova creata dalle vecchie emozioni: è il “Senso di Sé”, una sezione dove determinati ricordi e sentimenti di Riley costruiscono il nucleo della sua personalità. L’intervento di Ansia la contamina con memorie differenti, stimolandola a inseguire popolarità e vittorie in luogo dei suoi antichi valori, come solidarietà, altruismo ed empatia. Ma è giusto negare sé stessi in favore della conformità sociale?
L’intuizione vincente di Inside Out 2 sta nel ricordarci che, con l’aumentare dell’autoconsapevolezza (dono e maledizione dell’adolescenza), crescono anche le preoccupazioni sulla propria immagine, sulle proprie scelte e sul rapporto con gli altri. All’improvviso, il concetto di “futuro” si definisce con chiarezza, e diventa qualcosa da costruire con le proprie mani, non una prospettiva da attendere passivamente: l’ansia nasce anche da questa presa di coscienza. È impressionante come Kelsey Mann e la sua squadra riescano a esprimere tutto questo attraverso un gruppo di personaggi buffi e variopinti, peraltro con la consueta maestria nella personality animation; dall’uso dei colori all’aspetto fisico, le emozioni rendono subito l’idea di ciò che rappresentano (ed Ennui, fra quelle nuove, esce vincitrice per caratterizzazione). Viene però da chiedersi se siamo davvero questo: delle marionette di carne manovrate dalle nostre emozioni, che si alternano al pannello di controllo. Forse il limite risiede proprio in un certo schematismo, che da un lato è utile per la trasparenza del “messaggio”, ma dall’altro tende a semplificare un po’ troppo.
In effetti, la Pixar è un’emanazione della Silicon Valley, e Inside Out 2 è uno dei film che più tradiscono le sue origini. Nata nel 1979 come divisione della Lucasfilm, fu poi acquisita da Steve Jobs, e non è un caso che il film includa un omaggio al celebre spot della Apple realizzato da Ridley Scott nel 1984. Dalla Silicon Valley, la Pixar ha ereditato le vecchie convinzioni progressiste (ormai messe in discussione dall’ondata lungoterminista di Elon Musk e simili), ma anche l’inevitabile influenza del capitalismo postfordista: la sua immaginazione, solo apparentemente sconfinata, finisce sempre per ricondurre tutto al modello dell’azienda, con le sue gerarchie e la sua compartimentazione dei servizi, i suoi keynote e la sua struttura industriale. Raramente supera questa visione dominante, soprattutto quando inventa i retroscena immaginifici del nostro mondo. Vedere l’interiorità di una persona ridotta a una serie di meccanismi aziendali (rinnovamento, archiviazione, costruzione, demolizione, produzione, controllo…) è un po’ avvilente.
Il colpo di coda finale, però, è ben piazzato: la Pixar ha ancora le idee chiare, per quanto forse ambisca più a seguire le tendenze che a crearle ex novo (contrariamente al passato). La focalizzazione sulla sanità mentale è lodevole, frutto di un discorso che prende sul serio la competitività esasperata della società americana, con tutte le sue pressioni. Si ottiene così una sintesi molto lucida, parzialmente edulcorata – la sceneggiatura non ha il coraggio di spingersi in angoli troppo oscuri – ma tutto sommato onesta: siamo fatti della stessa materia dei nostri ricordi, indipendentemente dal loro colore o peso emotivo. In fondo, è da un quarto di secolo che il cinema d’animazione mainstream ci incoraggia ad accettare noi stessi, con i nostri limiti e le nostre qualità. Inside Out 2 mette in scena l’articolato processo che ci spinge a rendercene conto.