Il cinema sociale dà il meglio di sé quando racconta la distanza tra il singolo e le istituzioni, laddove il primo finisce per essere schiacciato dagli ingranaggi di un sistema incomprensibile, alieno dalla sua esperienza quotidiana. Niente da perdere, primo lungometraggio di finzione della documentarista Delphine Deloget, mette in scena proprio questo conflitto: persino in un paese molto assistenzialista come la Francia, Deloget ci ricorda che lo stato ha la cattiva abitudine di intervenire tardi, invece di lavorare sulla prevenzione e sul sostegno economico delle fasce meno abbienti.
Virginie Efira interpreta Sylvie Paugam, madre single dell’adolescente Jean-Jacques (Félix Lefebvre) e del più piccolo Sofiane (Alexis Tonetti). Dato che Sylvia lavora in un locale notturno, talvolta Sofiane rimane da solo in casa mentre aspetta il ritorno del fratello dalle lezioni di musica: ebbene, una di queste sere il bambino subisce un incidente domestico che lo lascia con alcune ustioni – non gravi – sul petto, e i servizi sociali decidono di indagare. Sylvie e i suoi figli sono molto uniti, ma la situazione non è facile: l’assistente sociale Louise Henry (India Hair) trova un appartamento dall’aria trascurata, e il fratello mezzo sbandato di Sylvie – che talvolta passa la notte da lei – non è molto rassicurante. Il risultato è che la donna viene denunciata per inadempienza, e Sofiane va in affidamento prima del processo. Sylvie non ci sta, ma qualunque cosa faccia sembra peggiorare la situazione, sia che cerchi di assecondare i servizi sociali sia che tenti di opporsi.
Sorta di controcanto francese al Ladybird Ladybird di Ken Loach, Niente da perdere dimostra che non serve Margaret Thatcher per aggravare il disagio socio-economico delle famiglie: bastano le leggi più elementari dello stato, anche se ben intenzionate. Sylvie non vive affatto in condizioni drammatiche, ma una singola leggerezza è sufficiente per indurre i servizi sociali a metterla sotto esame. Articolando con sapienza le interazioni tra la donna e l’assistente sociale, Deloget evidenzia la sostanziale incomunicabilità tra l’individuo e le istituzioni, l’incompatibilità fra due soggetti che dovrebbero vivere in simbiosi ma finiscono solo per ostacolarsi. Indipendentemente da come sceglie di agire, Sylvie precipita in un gorgo sempre più profondo di incomprensioni, burocrazia, avvocati e frustrazione, al punto da rendere quasi giustificate le sue reazioni inconsulte. Poco importa che le intenzioni di Louise siano nobili, e che abbia le sue buone ragioni per diffidare: il problema è rintracciabile alla fonte.
Deloget, anche sceneggiatrice, è abile a delineare le conseguenze sui rapporti interpersonali, che rischiano di sfaldarsi proprio quando sarebbe meglio restare uniti. Già il suo primo documentario, Who Remembers Minik, aveva raccontato la storia di un bambino sradicato dalla sua famiglia e trasferito altrove: in quel caso si trattava di un piccolo Inuk, prelevato con l’inganno dall’esploratore Robert Peary per portarlo negli Stati Uniti. Qui, la scrittura della cineasta fa emergere i conflitti irrisolti tra Sylvie e il figlio maggiore, mentre riporta a galla i contrasti con il secondo fratello, Alain (Mathieu Demy), che si è costruito una vita borghese lontana dal resto della famiglia. La sua stabilità è però solo apparente: con un passato da giocatore d’azzardo, anche Alain ha una macchia indelebile che riaffiora non appena si confronta con le istituzioni. In tal senso, Niente da perdere spinge sui paradossi di una legge che, pur essendo scritta e messa in pratica dagli uomini, si disumanizza non appena entra in funzione, mostrando tutte le sue falle; la sua rigida attuazione, che non considera la particolarità dei singoli casi, finisce solo per inasprire l’esistenza di chi la subisce.
Il dramma di Sylvie è esattamente questo: più che con altri esseri umani, ha sempre l’impressione di misurarsi con un Leviatano dai numerosi volti (l’assistente sociale, il giudice, la polizia…), ognuno dei quali si attiene a un formalismo rigoroso e intransigente. Quando raggiunge il culmine della sopportazione, e la sua protesta si radicalizza in un gesto violento, la scena è magistrale nella sua scioccante sobrietà. Merito anche di una straordinaria Virginie Efira, attrice sul cui volto possiamo leggere ogni singola reazione, ogni stato d’animo, senza nemmeno bisogno di parole. Difficile non empatizzare con la sua ribellione, cui Deloget peraltro non riserva alcun giudizio retorico: piuttosto, la accompagna con onestà e dolcezza in ogni suo passo, sfidandoci a ragionare su quello che avremmo fatto noi nella medesima situazione.
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