Shōgun, il Game of Thrones dei samurai (niente spoiler, tranquilli)

Shōgun, il Game of Thrones dei samurai (niente spoiler, tranquilli)

Di DocManhattan

C’è ancora spazio nell’era delle piattaforme, tanto più dopo tutta una serie di produzioni costosissime ma senz’anima e dai risultati magri, per uno show che sappia essere davvero epico? Sì, ti risponde Shōgun, miniserie di FX in dieci episodi, in arrivo da noi su Disney+ il 27 di questo mese. Ne abbiamo visto in anteprima i primi otto episodi, e ci sono decisamente piaciuti. Pur con qualche limite, più che altro dovuto allo spazio concesso a questo o quel personaggio, Shōgun funziona benissimo come thriller politico calato nel Giappone di inizio Diciassettesimo secolo. Un altro gioco dei troni, fra lord in guerra, i primi europei (anch’essi in guerra tra loro), l’influenza del cristianesimo, amori e morte. Tanta. Ecco le nostre impressioni: come da titolo, senza spoiler, tranquilli.

Shogun Disney+ recensione

L’ANJIN, IL “PILOTA”

Giappone, 1600, circa mezzo secolo dopo l’arrivo in Giappone dei primi europei, i portoghesi. Un marinaio inglese, John Blackthorne – il Cosmo Jarvis visto in Peaky Blinders e Raised by Wolves. Con delle lenti a contatto azzurrissime per renderlo più esotico – si ritrova senza volerlo al centro della lotta di potere tra uno dei signori del Paese, Yoshi Toranaga (Hiroyuki Sanada), e il resto del Consiglio dei Reggenti, coalizzatisi contro di lui. Nella vicenda sono coinvolti anche gli affari dei portoghesi, gestiti dai gesuiti, una nobildonna convertitasi al cristianesimo e chiamata a fare da interprete con Blackthorne, Mariko (Anna Sawai), e vari altri personaggi.

Se la storia vi ricorda qualcosa, è perché si tratta del secondo adattamento televisivo di Shōgun, celebre romanzo di James Clavell del 1975, diventato negli anni successivi un gioco da tavolo, una serie di videogame e soprattutto una miniserie TV omonima nel 1980, con Richard Chamberlain nei panni di Blackthorne e Toshiro Mifune in quelli di Toranaga. La storia di Clavell adatta alcune figure storiche realmente esistite, all’indomani della battaglia di Sekigahara: il daimyō Toranaga è ad esempio basato su Tokugawa Ieyasu e John Blackthorne sul navigatore inglese William Adams, il primo suddito di Sua Maestà a sbarcare nell’arcipelago nipponico. E lo fa calando quei personaggi in un avvincente ragnatela di relazioni, interessi e ambizioni.

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UN GRANDISSIMO HIROYUKI SANADA

L’atmosfera del romanzo è ben resa dalla trasposizione realizzata per FX/Hulu dalla coppia (anche nella vita) di produttori Rachel Kondo e Justin Marks. La catena di tradimenti e voltagabbana si intreccia con una ricostruzione storica davvero notevole e una cura visibile nel confezionare le scene di massa, abbinando comparse in costume e CGI. Detto che fa strano ritrovarsi, a poche settimane dalla chiusura della prima stagione di Monarch: Legacy of Monsters, con due dei suoi protagonisti pure qui, in ruoli chiave (la citata neozelandese di origini giapponesi Anna Sawai e Takehiro Hira), Shōgun brilla proprio nel modo in cui mette in scena e fa muovere i suoi personaggi giapponesi. Un po’ meno quando i riflettori sono tutti per Blackthorne, che pure sarebbe il protagonista.

Non fraintendetemi: non è colpa di Jarvis, che s’impegna per dar vita a un navigatore inglese rozzo e sboccato che odia i portoghesi e i cattolici, convinto di esser finito in un paese di selvaggi, e che invece si trova costretto a comprendere e apprezzare una cultura così diversa dalla sua. Blackthorne funziona ovviamente come porta d’accesso, anche per lo spettatore, a un mondo diverso, ma per come spiccano le interpretazioni di grandi attori come Hiroyuki Sanada e Tadanobu Asano (entrambi noti in Occidente per tante cose, tra cui le loro comparsate nell’MCU), si vorrebbe quasi che la storia seguisse sempre loro. Non a caso, uno degli episodi centrali, in cui Lord Toranaga non c’è, è anche il più debole della miniserie. Ma molto brava, nel suo ruolo, anche Sawai: Mariko è una figura delicata, eppure in alcuni momenti estremamente forte e decisa, e lo stesso vale per Fuji (Moeka Hoshi).

Shogun Disney+ recensione

IL FREDDO NELLE OSSA DI REFN

Detto questo, se amate serie come House of the Dragon e Game of Thrones, è facile entriate nel mood di Shōgun in un batter di ciglia. Il clima di tensione, sin dal primo episodio, è costante, non mancano i misteri svelati un po’ alla volta, e sì, ci sono pure il sangue (tanto) e il sesso (poco, ma c’è). Shōgun non è, insomma, una di quelle produzioni ad alto budget per le piattaforme che si perdono nel compitino di un’asettica confezione visiva, proponendo delle storie con poco mordente. Senza chiamare necessariamente in causa un certo megashow che parla di anelli, quello è comunque l’esempio più calzante che mi viene in mente in questo momento. Qui la vicenda è, al contrario, viscerale, e le azioni hanno conseguenze spesso drammatiche, a volte brutali.

Però, se di confezione visiva vogliamo parlare, quasi tutto quello che si vede in Shōgun è splendido. Quella trama e quei personaggi sono calati in un mondo incredibilmente realistico: dagli scorci della vita pulsante della Osaka di quel tempo all’austerità a palazzo, passando per il fango in cui è costretto a starsene un poveraccio per i capricci di un daimyō arrivista, sotto una pioggia che fa entrare il freddo fin dentro le ossa dello spettatore, neanche fossimo tra i vichinghi di Refn in Valhalla Rising.

Shōgun

SUL FILO DI KATANA

Insomma, dribblando i rischi facili dell’appropriazione culturale maldestra, quella di Shōgun è una storia epica e molto ben realizzata. Non priva di difetti per il tipo di approccio narrativo che si segue, che poi è quello del romanzo di Clavell, ma in cui lo scontro fra culture diverse, la guerra, i magheggi politici, l’amore e l’onore corrono tutti sul filo sottile di una katana. Prima che quest’ultima venga sguainata e venga spiccata qualche testa dal collo.

I primi due episodi di Shōgun arriveranno su Disney+ il 27 febbraio; gli altri otto usciranno poi a cadenza settimanale.

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