We Are the World: tutto in una notte

We Are the World: tutto in una notte

Di DocManhattan

Tutti conoscono “We Are the World”, il brano del marzo dell’85 inciso dalle stelle della musica d’oltreoceano riunite sotto il nome USA for Africa (dove USA stava per United Support of Artists), allo scopo di aiutare l’Etiopia colpita da una grave carestia. Quello che non tutti sanno, di quel singolo che ha venduto milioni di copie ed è finito in cima alle top 10 di tutto il pianeta, è che venne registrato in un’unica notte. Prove, registrazioni, immagini per il videoclip, tutto in poche ore, dalla tarda serata di un giorno del gennaio dell’85 fino all’alba del mattino dopo. In una stanza che rischiava di esplodere per decine di artisti stanchi e a volte confusi, con cambiamenti dei testi e problemi tecnici dell’ultimo minuto, euforia, qualche bottiglia di troppo e un genuino senso di collaborazione che alla fine lasciò qualcuno in lacrime. Eppure tutto andò come doveva. È la storia, dai contorni a volte incredibili, raccontata nel documentario We Are the World: la notte che ha cambiato il pop (The Greatest Night in Pop), disponibile da ieri su Netflix.

We are the world documentario Netflix 1

Traendo ispirazione dal Band Aid e dalla sua “Do They Know It’s Christmas?”, pubblicata solo qualche settimana prima, Harry Belafonte pensò che si potesse organizzare una versione statunitense di quella superband, per dare un aiuto concreto attraverso un disco di beneficenza alle popolazioni africane colpite dalla carestia. Prodotta da Quincy Jones e Michael Omartian, e scritta da Michael Jackson e Lionel Richie, “We Are the World” nasceva però con un problema insormontabile: una corsa contro il tempo, dovuta all’unica finestra in cui sarebbe stato possibile avere tutti quegli artisti nello stesso posto.

Vale a dire a Los Angeles, dopo la cerimonia degli American Music Awards di quell’anno. Quella stessa sera, dopo gli AMA presentati peraltro dallo stesso Lionel Richie, tirando avanti fino al mattino. E nonostante alcune defezioni (Prince non volle proprio saperne, e il documentario spiega il perché) e l’enorme caos di una sala in cui bisognava far coesistere ego enormi e voci completamente diverse, grazie agli sforzi di Jones, Belafonte e dello stesso Bob Geldof (chiamato per la sua esperienza con il Band Aid) si riuscì davvero a fare tutto in una notte. E USA for Africa diede a sua volta un impulso per altre operazioni benefiche simili, come il Live Aid dell’estate successiva.

We are the world documentario Netflix 3

La cosa più bella del rivedere ora, a distanza di quasi quarant’anni, questo dietro le quinte è proprio il modo in cui queste star interagiscono. Vedere e sentire Stevie Wonder imitare per scherzo Bob Dylan, Cyndi Lauper rendersi conto che quel fruscio che si sente nella registrazione è provocato dalle mille perline che porta al collo, Bruce Springsteen testimoniare il suo rispetto per mostri sacri come Paul Simon e Ray Charles. E poi gli artisti che venivano dalla Motown, e potevano permettersi di prendere in giro Michael Jackson perché lo avevano conosciuto quand’era bambino, ai tempi dei Jackson 5. E ancora: Steve Perry dei Journey e Diana Ross, Tina Turner e uno spaesato Dan Aykroyd, l’unico canadese in quello studio di registrazione.

Solo che se dici spaesato, a proposito di “We Are the World”, tutti pensano naturalmente al povero Bob Dylan.

We are the world documentario Netflix 3 2 Dylan

Ci sono le gif animate di Bob Dylan durante i cori di We Are the World, e sono vecchie quanto è vecchia Internet. Chiunque abbia visto quelle immagini, o anche solo le gif come quella qui sopra, si sarà chiesto perché Bob Dylan sembrasse completamente fuori posto. Al di là del fatto che erano le due di notte, dopo una serata di gala come gli AMA, We Are the World: la notte che ha cambiato il pop spiega perché Dylan fosse così stralunato e soprattutto come riuscirono a fargli incidere comunque la sua parte.

Un altro meme che gira molto su quella notte è la reazione di Michael Jackson (co-autore del brano con Richie, ricordiamo) quando a cantare quelle note, accanto a lui, è Huey Lewis (quello di “The Power of Love”, celebre brano della colonna sonora di Ritorno al Futuro). Lì, in realtà, sembra un’esagerazione figlia della Rete: lui e Jackson scherzano e lo stesso Lewis ricorda oggi quanto gli tremassero le gambe a stare lì accanto a quello che era già il re del pop.

We are the world documentario Netflix 5

Il documentario su Netflix dura un’oretta e mezza, scorre bene, è completato appunto dai ricordi di molti di quegli artisti ancora oggi tra noi, da Lionel Richie a Cyndi Lauper, da Bruce Springsteen a Dionne Warwick. Con un pensiero ai tanti, da ultima Tina Turner, che non ci sono più. Dategli un’occhiata.

E poi, naturalmente, andate a (ri)guardarvi su Rai Play uno dei più grandi omaggi a We Are the World mai fatti dalla TV italiana

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