C’entra molto l’odio, ma ancor più l’amore: la recensione di Tutti tranne te

C’entra molto l’odio, ma ancor più l’amore: la recensione di Tutti tranne te

Di Lorenzo Pedrazzi

Le commedie romantiche non sono mai davvero sparite, ma indubbiamente sono state marginalizzate. Da genere emblematico degli anni Novanta, la loro posizione nelle gerarchie hollywoodiane è scesa di moltissimi gradini, relegandole nei cataloghi delle piattaforme on-line con produzioni di bassa lega e idee poco ispirate. Tutti tranne te cerca però di invertire la tendenza: esce nelle sale cinematografiche, punta sul nascente star power di Glen Powell e Sydney Sweeney, e dimostra che le rom-com possono adattarsi ai tempi senza perdere la loro aura sognante.

Non a caso, l’immancabile meet-cute tra i protagonisti ci cala subito in un clima ovattato e riconoscibile. Bea (Sweeney) studia legge alla Boston University, e incontra Ben (Powell) in una caffetteria, dov’è costretta a comprare qualcosa per usare il bagno. Ben, che era già in fila alla cassa, si finge suo marito per farle avere la chiave dei servizi, e i due sentono un’immediata connessione. Dopo una notte passata insieme a parlare, un malinteso li porta a separarsi, salvo poi rincontrarsi sei mesi dopo: Halle (Hadley Robinson), sorella maggiore di Bea, sta infatti per sposare Claudia (Alexandra Shipp), sorella del migliore amico di Ben. Nessuno dei due ha dimenticato quella notte, ed entrambi nutrono un certo rancore l’uno per l’altra. Si ritrovano però sullo stesso volo per Sydney, dove Halle e Claudia celebreranno il loro matrimonio con il resto delle famiglie.

I continui battibecchi tra Bea e Ben esasperano le future spose, che elaborano un piano per farli mettere insieme. Loro però se ne accorgono, e decidono di passare al contrattacco: fingeranno di essere una coppia, in modo che Ben possa far ingelosire una vecchia conoscenza di cui è ancora innamorato, Margaret (Charlee Fraser), mentre Bea placherà i tentativi dei suoi genitori (Rachel Griffiths e Dermot Murloney) di farla rimettere insieme a Jonathan (Darren Barnet), il suo ex storico.

Tutti tranne te

Insieme all’horror, la commedia romantica è il genere cinematografico più codificato in assoluto, e Tutti tranne te non manca mai di ricordarcelo. Le rom-com seguono infatti uno schema ricorrente che si esprime sempre nel medesimo sviluppo narrativo (incontro-crisi-risoluzione), inanellando cliché irrinunciabili che spaziano dalle schermaglie d’amore alla dichiarazione finale. Il regista Will Gluck lo sa fin troppo bene: specialista del genere, con il memorabile Easy Girl ha rielaborato decenni di commedie adolescenziali, prima di passare a una rom-com classica come Amici di letto. Nel caso di Tutti tranne te, lui e la co-sceneggiatrice Ilana Wolpert si divertono a rievocare Shakespeare con numerose citazioni a schermo (“Qui c’entra molto l’odio, ma ancor più l’amore”), e in particolare Molto rumore per nulla, a partire dai nomi dei personaggi. Bea di cognome fa addirittura Messina, città in cui si svolge la tragicommedia shakesperiana.

Questa impostazione non sempre giova all’intreccio, talvolta un po’ gratuito nella sua ansia citazionista, dove l’accumulo di complotti e contromosse rischia di apparire involuto e un po’ superfluo. Ciononostante, le situazioni paradossali in cui si cacciano i due finti amanti bastano a renderli simpatici, anche grazie alla dedizione di Sydney Sweeney e Glen Powell nei confronti del genere (quest’ultimo, peraltro, ha saputo esprimere tutto il suo potenziale in Hit-Man di Richard Linklater, smarcandosi dai ruoli stereotipati che Hollywood tende ad assegnargli). Tutti tranne te, insomma, mette insieme proprio quello che è lecito aspettarsi da una rom-com: equivoci, scontri caratteriali, momenti buffi, romanticismo, corse forsennate per conquistare la propria amata, e persino “un numero musicale davvero fantastico senza ragione apparente”, per citare lo stesso Easy Girl. Il tutto all’interno di un contesto prevedibilmente lussuoso, poiché i problemi della vita reale devono rimanere fuori dallo schermo quando si guarda una commedia romantica.

Al contempo, Gluck e Wolpert dimostrano che si può ripetere lo schema tradizionale pur rispettando la sensibilità delle nuove generazioni: i personaggi queer non sono più ancillari, ma hanno una loro vita indipendente e compiuta, mentre la disinvoltura nei legami romantici sembra parlare la lingua della Gen Z (al punto che certi dettagli, come le passate relazioni di Bea e Ben, sono un po’ trascurati). Ciò che è venuto prima conta poco, e non viene mai approfondito dalla sceneggiatura; gli accenni alla madre di Ben sono esemplari, in tal senso. Conta invece il presente, visto come fondamento di un rapporto futuro. Magari non tutto fila liscio in termini di umorismo – qualcosa si perde nel doppiaggio, è chiaro – eppure Tutti tranne te riesce a divertire con il suo spirito goliardico da commedia sboccata, che riconosce la sensualità statuaria dei corpi ma non si fa problemi a metterla in ridicolo. Una vera rom-com, e fiera di esserlo.

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