Povere Creature! La recensione di Roberto Recchioni

Povere Creature! La recensione di Roberto Recchioni

Di Roberto Recchioni

Fra il 1816 e il 1817, a poco meno di vent’anni, Mary Wollstonecraft Godwin (che sposò il poeta Shelley solo qualche anno dopo, prendendone ufficialmente il cognome), scrisse la prima bozza di quell’opera che oggi è conosciuta come Frankenstein o il moderno prometeo.

Scrittrice, saggista e filosofa, Mary Wollstonecraft Godwin nacque in una famiglia anomala per il periodo: il padre, William Godwin, era un poeta romantico, un filosofo radicale e un anarchico. La madre, Mary Wollstonecraft, filosofa e scrittrice, viene oggi indicata come una delle antesignane del femminismo inglese. La coppia crebbe la figlia affiancando un percorso di studi convenzionali da istituto a lezioni casalinghe, di ben altra natura. A diciassette anni, la giovane Mary era già una pensatrice libera dalle pastoie del pensiero comune e, soprattutto, della morale comune. Si innamorò di Percy Bysshe Shelley e, visto che il poeta era sposato, fuggì con lui per un avventuroso viaggio lungo tutta l’Europa, inseguiti da guai e debitori, facendo tappa a casa di amici più o meno facoltosi, sempre alla ricerca di una nuova sfida intellettuale, politica, filosofica e fisica.

Con il futuro marito, Mary abbracciò la filosofia dell’amore libero, le famiglie allargate, il poliamore e radicalizzò ancora di più le sue posizioni femministe e socialiste mentre affinava le sue qualità di scrittura. Nel comporre l’opera che poi l’avrebbe resa immortale, Mary Godwin incanalò in essa tutto il magma di riflessioni e pensieri che, fino a quel punto della vita, l’avevano accompagnata e, nel farlo, non solo creò due figure iconiche come il Dottor Frankenstein e la creatura senza nome a cui da la vita, ma compose anche quello che è oggi riconosciuto come un romanzo fondamentale della letteratura inglese, un caposaldo della narrativa dell’orrore e del terrore, un testo fondante del genere gotico.

Ma non è tutto qui, perché Frankenstein è sì tutte queste cose ma è, anche e soprattutto, un romanzo che attraverso i suoi elementi metaforici, sbeffeggia la società degli uomini e la inchioda alle sue responsabilità etiche e morali. È un romanzo femminista e radicale che, in maniera implicita ma ben chiara, ci dice che l’uomo è un pazzo ossessionato dal dominio, dal possesso e dalla posterità, empaticamente sterile, roso dal tarlo di non poter creare la vita in maniera autonoma (cioè, senza dover avere a che fare con quelle insopportabili donne) e proprio per questo, odiatore e carnefice del genere femminile. Dal mio punto di vista, se avete voglia di leggere un testo che sia un grande romanzo e, allo stesso tempo, un grande manifesto femminista, non c’è niente di meglio del Frankenstein il Mary Wollstonecraft Godwin in Shelley.

Di avviso diverso è stato Alasdair Gray, scrittore scozzese che, nel 1992, ha dato alle stampe Poor Things, una reinvenzione del testo di Mary Godwin Shelley, usato come base per costruire una critica al colonialismo britannico, visto come una sorta di patriarcato su scala globale.
E ancora più diverso avviso sono stati lo sceneggiatore australiano Tony McNamara e il regista greco Yorgos Lanthimos, che nell’adattare il testo di Gray hanno deciso di riavvicinarlo alla sua matrice originale, rendendo però esplicito tutto quello che, nel testo di Mary Wollstonecraft Godwin era implicito. Il risultato è che se Frankenstein è un grande romanzo horror e gotico che, letto sotto la giusta chiave, è anche un manifesto politico e femminista, il Poor Things di McNamara e Lanthimos è prima di tutto un manifesto politico e poi, se proprio presti attenzione, è anche un film.

Non un brutto film, sia chiaro. Anzi, un bel film.
Lo scritp, nonostante giri un poco a vuoto nella parte centrale, tutto sommato, segue senza discostarsi troppo le vicende del romanzo di cui è l’adattamento, pur piegandole al “grande messaggio” che domina tutta la pellicola.
La regia di Lanthimos è, come di regola, sontuosa, visionaria e raffinatissima (anche se questa volta sfiora un poco il manicheismo e rischia di finire per somigliare a un Tim Burton qualsiasi).
La fotografia di Robbie Ryan fa male agli occhi tanto è bella e ricercata (anche qui: forse un pelo troppo, ma è un difetto veniale).
Il montaggio di Yorgos Mavropsaridis (che con Lanthimos aveva già lavorato su La favorita) è superbo, come superbe sono le musiche di Jerskin Fendrix, i costumi di Holly Waddington (praticamente l’unica donna del reparto artistico del film) e tutto il lavoro fatto dal regista sui formati, la grana, il colore e il bianco e nero, gli effetti visivi, digitali e pratici.
E poi, ci sono i personaggi, quelli facili da amare (Bella, la protagonista ben interpretata da una Emma Stone che fa un lavoro difficilissimo con il corpo e le sue movenze), quelli che dopo un poco impari a perdonare (il dottor Godwin Baxter, portato a schermo da un Willem Dafoe in stato di grazia e l’imbelle Max, interpretato da Ramy Youssef) e quelli che sono costruiti per essere detestati (praticamente tutti gli altri personaggi maschili del film, con l’eccezione di Harry Astley, interpretato da Jerrod Carmichael. che però è costruito seguendo tutti gli stilemi dei gay di quell’epoca).

Povere creature!

Ma allora, se è tutto così bello, curato e perfetto, perché non sono particolarmente entusiasta di quest’ultima opera di Lanthimos (regista che, in genere, mi piace)?
Immagino che sia proprio per quello che dicevo all’inizio: il film è un manifesto di femminismo radicale (scritto da due uomini e diretto da un terzo ma son dettagli) che cerca di superare Frankenstein utilizzando un approccio più diretto e meno metaforico ma che finisce per essere solamente più retorico e dicotomico dell’opera da cui prende ispirazione. Insomma, la mia impressione è che la giovane donna appena ventenne, Mary Wollstonecraft Godwin, abbia ancora parecchio da insegnare ai tre uomini di mezza età (Alasdair Gray, Tony McNamara, Lanthimos) in fatto di radicalità, coraggio e femminismo.

Comunque sia, il mio consiglio è: guardate il film, perché è comunque un’opera sopra la media (fosse anche e solo per il suo elementi visivi, per le interpretazioni, i costumi e le musiche), poi leggete il libro da cui è tratto, infine, mettete tutta questa roba da parte e andate alla fonte, leggendovi (o rileggendovi), Frankenstein.

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