The Holdovers – Lezioni di vita, dal 18 gennaio al cinema, potrebbe essere finalmente la volta buona per Paul Giamatti, per quello che riguarda la serata agli Oscar, per quella statuetta che non riesce ad agguantare ancora, a dispetto di una carriera che è quella di uno dei pochi character actors capaci di prendersi uno spazio maggiore.
Analizzando la carriera di questo straordinario interprete, sempre istrionico, plasmabile come e più di qualsiasi altro della sua generazione, ci sono film che valgono più di altri. Quelli che seguono sono i 5 titoli più importanti di Paul Giamatti, quello che non doveva farcela, e invece ce l’ha fatta, anche se non è alto, bello, aitante, ma semplicemente tanto tanto bravo.
Non si può che partire dalla sorpresa cinematografica di quest’anno, dal film che nessuno pensava potesse prendersi il suo spazio schiacciato com’era tra i giganti americani e il meglio dell’autorialità made in Europe. Invece The Holdovers – Lezioni di vita, da quando è stato presentato al Telluride Festival ha messo il diesel, soprattutto grazie a lui, a Paul Giamatti, nei panni di Paul Hunham, sfigatissimo e odiatissimo insegnante di lettere nell’America sconquassata dal Vietnam. Interpretazione incredibile, soprattutto per l’iter di trasformazione che Giamatti fa compiere al suo personaggio, che scorbutico, misantropo e privo di ogni empatia verso gli altri, grazie al ribelle Angus (Dominic Sessa), scoprirà un rapporto tra professore e studente diverso, più profondo. Giamatti fa le montagne russe tra sopra e sotto le righe, mentre il suo personaggio affronta il suo passato fatto di umiliazioni, sconfitte, accetta delusioni amorose e personali, ma infine fa pace con l’idea di essere il più sfortunato che esista. Se vuoi ricevere prima dai, ecco la parola d’ordine di The Holdovers – Lezioni di vita, che svetta grazie alla chimica tra Giamatti e il debuttante Sessa, che rinnovano il concetto di film formativo-scolastico, con una potenza che non si vedeva dai tempi di Scoprendo Forrester. Al momento questa commedia ha portato a Giamatti il Golden Globe, il Critic’s Choice Award e il National Board Review, ed è difficile dire se l’Academy gli darà il premio più ambito, ma anche così non fosse, questa è una di quelle interpretazioni che definiscono una carriera.
La candidatura all’Oscar per Migliori Attore Non Protagonista di Paul Giamatti in Cinderella Man di Ron Howard ha cambiato la carriera di Giamatti, fino a quel momento caratterista che non aveva ancora avuto un ruolo all’altezza della sua bravura. Il biopic dedicato al grande James J. Braddock, il pugile che diventò eroe di una nazione durante la Grande Depressione, è ancora oggi una delle migliori interpretazioni di Russell Crowe, al netto di numerose licenze creative. Ma Paul Giamatti nei panni del suo allenatore-manager Joe Gould riesce quasi a togliergli quasi la scena in più di un’occasione. Se in Rocky avevamo avuto il Mickey di Burgess Meredith, in Cinderella Man Giamatti con Joe crea una versione più realistica, più pugnace e alternativa del concetto di allenatore, che qui è anche amico, consigliere, partner del pugile che lotta per un traguardo impossibile. Volitivo, astuto, motivatore incredibile, il suo Joe è letteralmente il motore interno di un Braddock che proprio grazie a lui ritroverà fiducia in sé stesso e diventerà Campione del Mondo. La cosa che più stupisce è come Giamatti riesca a darci un individuo che si nasconde dietro la sua professione, il suo lavoro, per non guardare la sua condizione di povertà non dissimile da quella di Jim, per la necessità di essere credibile nel mondo di cui fa parte. Questa vulnerabilità emerge in più di una sequenza in modo mirabile per credibilità ed equilibrio, facendo di Joe un altro simbolo di resilienza a quei tempi durissimi.
Per chi non l’avesse mai visto, Ironclad è una delle migliori pellicole epiche del XXI secolo, soprattutto per quello che riguarda il medioevo. Film sfuggito al grande pubblico nonostante un cast che comprendeva oltre a Paul Giamatti anche Charles Dance, Brian Cox, James Purefoy, Derek Jacobi e Kate Mara, vede l’attore italo-americano nei panni nientemeno del famigerato Giovanni Senzaterra, il fratello del grande Riccardo Cuor di Leone, al tempo in cui l’inettitudine del suo governo lo portò in rotta di collisione con i Baroni e la Chiesa, a causa della Magna Carta. Nel 1215 la sua offensiva verrà però fermata da un piccolo gruppo di guerrieri senza padrone, capeggiati da un templare assetato di vendetta. Se Ironclad di English pare talvolta essere troppo indeciso tra il kolossal e il b-movie naturalista, tutto viene compensato proprio da Giamatti, semplicemente terrificante con il suo Giovanni Senzaterra. In lui risplende il potere in quanto tale, che si autonomina giudice supremo di ogni cosa del mondo, la spietatezza di chi indossa la corona. Difficile detestarlo però per la sua coerenza e forza d’animo, per quanto la crudeltà di cui si arma appaia sempre porlo al limite della follia. Eppure, Giamatti riesce a farsi carico di un personaggio distante dall’epica narrativa ma vicinissimo alla realtà storica di chi sono stati gli uomini che hanno fatto quel feroce lavoro nel mondo con alterne fortune.
Forse ad oggi la sua migliore interpretazione. La Versione di Barney di Richard J. Lewis, tratto dal romanzo di Mordecai Richler, fruttò il Golden Globe a Giamatti, che forse pure a Venezia quell’anno avrebbe meritato qualcosa di più. Qui interpretava Barney Panofsky, un anziano produttore televisivo, di cui ci veniva mostrata l’esistenza piena di dolore, scontri, sensi di colpa e disgrazie personali, quasi come una sorta di viaggio con al centro il concetto di rinascita e ricaduta. Dramma doloroso, appassionante e che non può che catturare l’anima, mentre guardiamo all’iter esistenziale di quest’uomo strano, così fragile, così insicuro e allo stesso tempo capace di essere audace in modi che nessuno di noi si permetterebbe anche solo di concepire. Giamatti aggira i problemi legati ad uno script fin troppo incredibile, donando una profondissima umanità al suo Barney e soprattutto tratteggiando in modo mirabile ciò che gli succede nel momento in cui viene attaccato dal morbo di Alzheimer. La Versione di Barney, con la sua identità mista tra thriller, melodramma e commedia, è il film più atipico della sua carriera, ma proprio per questo è stato quello in cui ha potuto mostrare ogni sfaccettatura del suo essere attore, ogni arma nel suo arsenale espressivo, senza mai però apparire gigionesco o irreale, ma al contrario contenitore di tutto ciò che la vita spesso ci porta ad affrontare e a dover gestire.
Sideways è forse il film dove più di tutti si palesa la straordinaria capacità da parte di Giamatti di lavorare in coppia, per così dire. Diretto da Alexander Payne e tratto dal romanzo di Rex Pickett, questo film lo vede nei panni di Miles, da poco divorziato, grande appassionato di vini e che segue l’amico Jack (Thomas Haden Church) nel suo addio al celibato, che diventerà una sorta di road movie anarchico, folle e dissacrante. Commedia malinconica sulla fine della giovinezza e la difficoltà nell’accettare i passaggi d’età, ha nella coppia Giamatti-Church un motore incredibile, che ci regala sequenza spassose, irritanti, tenere e patetiche a tutto spiano. Personaggio umanissimo, pieno di timidezza ma di buon cuore, è il contraltare al suo amico fedifrago, vitellone, Peter Pan vile e promiscuo. Di base è anche un film sull’amicizia maschile, che supera ogni stranezza ed eccesso, su quanto spesso i migliori vengano lasciati da parte in favore dei peggiori e la difficoltà di trovare una reale comunicazione con il mondo femminile. Tra le migliori commedie indie di quel periodo, Sideways è la conferma di quanto Giamatti sia nato per questo genere, per la sua capacità, pari a quella di un Walter Matthau o un Jack Lemmon, di rappresentare l’uomo medio considerato tale solo per il suo aspetto o la sua sensibilità.