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How to Have Sex, la recensione del film di Molly Manning Walker

Pubblicato il 22 gennaio 2024 di Lorenzo Pedrazzi

C’è un passaggio cruciale di Cat Person, il celebre racconto di Kristen Roupenian, dove l’autrice narra il primo e unico rapporto sessuale fra la ventenne Margot e Robert, un uomo più grande di lei. Se inizialmente Margot è quantomeno intrigata da questa prospettiva, o cerca di convincersi in tal senso, la curiosità si trasforma ben presto in disgusto a causa dell’atteggiamento di Robert: la protagonista, insomma, vorrebbe sottrarsi a quel rapporto, ma non lo fa perché teme di sembrare “viziata e capricciosa, come se avesse ordinato qualcosa al ristorante e poi, una volta ricevuto il piatto, avesse cambiato idea e lo avesse rimandato indietro”. Roupenian esplora con minuzia il conflitto personale di Margot, lasciando intendere come certe pressioni sociali influenzino non soltanto l’esperienza delle donne con il sesso, ma anche l’obbligo interiorizzato di accontentare il prossimo. Ebbene, How to Have Sex di Molly Manning Walker problematizza il medesimo discorso, usando la brutale onestà della macchina da presa per ritrarre una giovane donna nel suo “apprendistato”: un modo per ricordarci quanto lavoro si debba ancora fare sul consenso, e quanto normalizzati siano gli abusi nei primi approcci al sesso.

Tara (Mia McKenna-Bruce), Skye (Lara Peake) ed Em (Enva Lewis) hanno appena finito il liceo, e vanno in vacanza a Creta mentre aspettano i risultati degli esami. Fra locali notturni e nuove amicizie, Tara vuole approfittarne per perdere la verginità, e comincia a flirtare con Badger (Shaun Thomas), un ragazzo che alloggia nel suo stesso hotel con due amici, Paddy (Samuel Bottomley) e Paige (Laura Ambler). I due gruppi si uniscono, ma i giorni di baldoria prendono una piega sempre più sinistra per Tara, incerta sul suo futuro e canzonata da Skye perché “ancora vergine a 16 anni”. Quando il rapporto sessuale tanto agognato si consuma sulla spiaggia, la situazione non migliora: anzi, Tara sprofonda in un disagio che la isola sempre di più dalle amiche.

Il merito dell’esordiente Molly Manning Walker è di usare il linguaggio delle immagini per raccontare questa progressione psicologica ed emotiva, senza cadere nel didascalico. Ma non si tratta solo di fare del buon cinema: come ha scritto Wendy Ide sul Guardian, “il punto del film è che a Tara, e alle ragazze della sua età, manca il vocabolario essenziale per parlare delle loro necessità ed esperienze”, quindi la protagonista non è ancora in grado di comunicare o spiegare il disagio che prova. Piuttosto, è il volto della bravissima Mia McKenna-Bruce a registrare il suo tormento, incupendole lo sguardo in un’espressione distante, spaesata, spesso vicina alle lacrime. La regista inglese dimostra così di saper già lavorare bene con le sue attrici, prima lasciandole libere di dare sfogo alla loro vitalità giovanile (con un probabile ricorso all’improvvisazione), e poi concentrandosi sull’angoscia crescente di Tara.

A tal proposito, si vede che Manning Walker ha esperienza come direttrice della fotografia, poiché adatta l’uso della macchina da presa alla temperatura del film: in principio, i campi totali abbracciano spesso le tre amiche, seguendone i bagordi con camera a spalla e taglio documentaristico; poi, quando Tara si allontana dal gruppo e nessuno riesce a trovarla, le inquadrature diventano fisse, con zoom lenti da thriller che coagulano la tensione generale; infine, i primissimi piani sulla ragazza ne lasciano trasparire la confusione e il dolore, con piglio da dramma intimista. La cineasta riesce a cogliere uno smarrimento che nasce dalle suddette pressioni esterne, non solo delle amiche (Skye, in particolare, è l’emblema del giudizio sociale), ma di una cultura dominante che vede il sesso come un irrinunciabile rito di passaggio. Per Tara, perdere la verginità dovrebbe essere un’esperienza formativa, farla diventare una donna, segnare la transizione alla vita adulta; ma non è niente del genere. Non vuole fare il bagno nuda con Paddy, non vuole fare sesso in spiaggia, ma accetta tutto questo per paura di essere vista come noiosa, pavida, deludente, incapace di divertirsi. E il tema del consenso diviene ancora più sensibile verso la fine, quando il rifiuto di Tara si fa esplicito.

How to Have Sex non cerca di fare la morale, ma ricostruisce senza sconti un tipo di esperienza condivisa, che soltanto a posteriori – quando ci si riflette sopra a mente fredda, con la consapevolezza dell’età adulta – rivela la sua vera natura. Lo abbiamo visto in film come Una donna promettente o in serie come Grand Army: la molestia sessuale è un fenomeno multiforme che non esiste soltanto nella sua versione più nota e riconoscibile, ma fa parte di molte esperienze considerate “normali”, al punto da diventare quasi strutturale. E se l’epilogo del film sembra frettoloso, è perché la vita stessa talvolta non ha alcuna catarsi, né scene madri che permettano di chiudere il cerchio. Solo discorsi lasciati in sospeso, da riprendere quando siamo abbastanza maturi per affrontarli.