The Wolf of Wall Street: i 10 anni dello Scorsese più folle e politico

The Wolf of Wall Street: i 10 anni dello Scorsese più folle e politico

Di Giulio Zoppello
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Quando uscì in sala in molti si chiedevano se The Wolf of Wall Street sarebbe riuscito a comunicare veramente tutta la follia, l’incredibile ed assurda vita di Jordan Belfort. Oggi, a 10 anni esatti dall’uscita in sala di questo capolavoro grottesco, ironico, assurdo e per questo incredibilmente realistico, riguardare a Leonardo DiCaprio, alla sua più magnetica interpretazione di sempre, non è cosa da poco.

Un biopic folle e grottesco nella Wall Street anni ‘80

Leonardo DiCaprio accarezzava da moltissimo tempo l’idea di interpretare Belfort. Scorsese con The Wolf of Wall Street ebbe la possibilità di creare il suo film più politicamente rilevante, assieme a Killers of the Flower Moon. Di fatto il suo fu un puntare un dito contro il vero volto dell’America più volgare, materialistica e infida, quella che proprio Scorsese, da simbolo imperituro della New Hollywood che fu, ha sempre detestato. Quel volto è fatto di retorica, spietatezza, egoismo, consumismo, ipocrisia, amoralità e soprattutto opportunismo. C’è un filo adamantino che lega The Wolf of Wall Street a quel Wall Street con cui Oliver Stone ci dette Gordon Gekko, ritratto fatto e finito di alcuni dei personaggi più realmente spietati, tra cui proprio Belfort. E pensare che tra i due è quello di Stone il più fantasioso, è assurdo. Ma eravamo al tempo in cui quel mondo finanziario, grazie all’indulgenza dei governi di Ronald Reagan e Margaret Thatcher e a ciò che erano diventate la borsa di New York quella di Londra, diventò sostanzialmente una giungla in cui non resisteva più nessuna regola, in cui cominciava una creazione artificiale di potere, denaro e illegalità che perdura ancora oggi. Ma Leonardo DiCaprio, nei panni di Belfort, fa qualcosa di più: prende l’american dream che in quegli anni ’80 era stato innalzato a vette inimmaginabili, e ci parla di un comune uomo la cui vita pare già avviata verso la tranquilla prevedibilità con la moglie i figli. Questo fino a quando gli si presenta un’occasione di fare la cosa che sa fare meglio: fottere il prossimo. Sì, perché The Wolf of Wall Street parla di questo per tutte e tre le su ore e di come farlo all’inverosimile, continuamente, in nome di una ricchezza che, naturalmente, è a portata di tutti e di nessuno. Il denaro, il successo, sono il mezzo attraverso il quale l’uomo mediocre prova a sentirsi migliore degli altri, quegli altri che nella realtà, intimamente, egli odia perché gli ricordano quanto non sia eccezionale. Perché, ed è questo il punto, il Belfort di DiCaprio è molto distante dal suo Gatsby, dal suo Howard Hughes di The Aviator. Egli è un uomo banale che millanta doti, qualità e carisma, che nella realtà sono totalmente assenti, come scoprirà egli stesso alla fine della festa. Nessun sogno, nessuna epoca dorata, il mito degli yuppies per Scorsese diventa un carnevale carnale, lussurioso, caricaturale, con cui il regista riprende la narrativa della scorciatoia, già analizzata in modo drammatico con i suoi gangster movies.

Un film capace di distruggere il mito yuppie in modo definitivo

The Wolf of Wall Street è geniale nel farci comprendere come non possiamo comprendere ciò che facevano Belfort e i suoi scherani, su cui svetta un Jonah Hill semplicemente stratosferico, falso amico perfetto, perché ciò che The Wolf of Wall Street ci fa comprendere è che nella realtà in quel mondo di veri affetti, di veri contatti umani, non ve ne sono. La sensualissima Margot Robbie, arrampicatrice sociale, quasi un personaggio shakespeariano se non fosse per la plasticità da Barbie che abbraccia, non è meno artificiale di quei soldi che DiCaprio tiene per le mani per così tanto tempo e che poi improvvisamente spariscono. The Wolf of Wall Street fu accusato da alcuni di assolvere oppure glorificare Belfort, ma la realtà è che quello che ci mostra è soprattutto il suo punto di vista. Lo fa con un ritmo fantastico, una sceneggiatura fiume per un fiume che però scorre come una macchina da Formula Uno, mentre ci mostra yacht, ville faraoniche, il meglio del decennio pop e consumista che si schiude di fronte a noi, sommerso da ogni tipo di droga immaginabile, dalle malattie veneree, dal sesso che diventa omogeneizzato, da fare al microonde. Scorsese è maestro nel mostrarci l’inevitabilità del gioco d’azzardo esistenziale. Anche qui vince il banco alla fine, tutto finisce, arriva la legge, quella vera, quella che ancora esisteva, prima che Adam McKay ci facesse capire ne La Grande Scommessa che neppure quella è rimasta oggi. Il valore politico di The Wolf of Wall Street è immenso, non solo perché è uscito pochi anni dopo quella crisi immobiliare che aveva avuto proprio nel mercato finanziario l’assassino uscito impunito, ma perché ci ricorda che, bene o male, negli Stati Uniti il concetto di comunità non esiste. L’America è nata nelle strade e nelle strade rimane, esistono tribù, lotte per il territorio, esistono solo i soldi, il denaro, l’individuo. Ed ecco perché in fin dei conti, non ci deve sorprendere se a uomini come Belfort, oggi si sono sostituiti Bezos, Musk, Gates, Zuckerberg, altri nessuno furbi, impegnati a spiegarci perché loro sono incredibili, così come fece DiCaprio. Leo fu derubato di un Oscar strameritato, così come Scorsese, Hill e gli altri, perché in fondo, se c’è una cosa che The Wolf of Wall Street ci ha ricordato, è che non puoi mostrare la verità agli americani, correranno dal prossimo pifferaio magico piuttosto.

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