John Malkovich: i migliori 5 film di un interprete fuori da ogni schema

John Malkovich: i migliori 5 film di un interprete fuori da ogni schema

Di Giulio Zoppello

Con quella faccia un po’ così, con quell’espressione un po’ così, John Malkovich non poteva che essere un attore. Sguardo di ghiaccio, sorriso beffardo, Malkovich ha prestato il suo volto ad ogni possibile personaggio, confrontandosi con action, commedie, drammi in costume, thriller, cinema di genere, film storico, lasciando ogni volta un segno indelebile. Sovente è stato un villain, altre volte una maschera, ma certo scegliere i suoi 5 ruoli più iconici per celebrare i suoi 70 anni è una bella fatica, vista la sua fertilissima carriera.

Nel Centro del Mirino

Nel 1993 Wolfgang Petersen arruola Clint Eastwood, lo fa diventare Frank Horrigan, un agente segreto perseguitato dal ricordo della morte di Kennedy e gli mette di fronte John Malkovich nei panni di Mitch Leary, ex killer della CIA deciso ad assassinare il Presidente degli Stati Uniti. Prova strepitosa da parte di Malkovich, che rende con la sua sola presenza Nel Centro del Mirino uno dei migliori action degli anni ’90, confezionando un villain per il quale, a dispetto della follia, non si può che provare profonda ammirazione. Lucido, disciplinatissimo, gelidamente determinato, creativo trasformista, il suo Leary è però anche leale, coerente e coraggio pur se folle. In lui di base vi è anche l’altro volto della Storia americana, in un uomo reso folle dei delitti che ha commesso per gli interessi del suo paese. La sua contrapposizione con l’Horrigan di un Eastwood in realtà molto vulnerabile è il sale di un duello in cui Siegel, Kurosawa e Hitchcock si incrociano, donandoci un thriller eccezionale, con una sceneggiatura armata di dialoghi che sono sorprendentemente profondi e tutt’altro che accessori. Malkovich avrebbe ricevuto una candidatura all’Oscar come Miglior Attore Non Protagonista per questa sua interpretazione, senza ombra di dubbio quella che più lo ha fatto rimanere impresso nella memoria collettiva.

Le Relazioni Pericolose

Nessun altro film in costume negli anni ’80 può rivendicare la raffinatezza, l’eleganza, la cinica disamina e straordinaria caratura globale de Le Relazioni Pericolose di Stephen Frears, tratto sia dal romanzo di Choderlos de Laclos che dalla pièce teatrale di Christopher Hampton, con cui John Malkovich tocca vette inedite di eccellenza nei panni del Visconte Sébastien di Valmont. Assieme a Glenn Close, qui la mefistofelica e crudelissima Marchesa Isabelle de Merteuil, forma una delle più straordinarie coppie cinematografiche di tutti i tempi, un simbolo di perdizione, sofisticato sadismo, astuzia ed assieme di sconfitta e rimorso. Prede delle cattive intenzioni di entrambi vi sono la giovane Marie de Tourvel (Michelle Pfeiffer), prima ancora Cécile de Volanges (Uma Thurman) e anche il marito di Marie, Raphael Danceny (Keanu Reeves). La scommessa tra i due individui sadici e crudeli, in realtà profondamente attratti l’uno dall’altra, diventerà però un boomerang che vedrà alla fine Valmont sconfitto dai sensi di colpa, più che dalla spada di Danceny, per l’amore che prova veramente per Marie e l’impossibilità di conquistare veramente la Marchesa. Se la Close definisce un nuovo concetto di villain cinematografica al femminile, Malkovich, gelidamente charmant, elegante, viscido eppure stoico, ci regala un uomo capace però all’ultimo di redimersi, di riconoscere che ha sprecato la vita facendo del male agli altri.

Essere John Malkovich

In assoluto il film più strambo e geniale degli anni ’90, Essere John Malkovich porta la firma di quel matto di Spike Jonze, e rappresenta ancora oggi qualcosa di unico, inimitabile e alienante. John Malkovich interpreta sé stesso, vittima di una sorta di macchinazione ordita dal marionettista sfigato Craig Schwartz (John Cusak), con la complicità della debole moglie Lotte (Cameron Diaz). Craig, infatti, finito a fare l’impiegato, ha scoperto dietro ad un mobile un passaggio che permette di trovarsi letteralmente dentro la testa di Malkovich e nel giro di poco tempo lo usa, con risultati disastrosi, soprattutto perché innamorato della collega Maxine (Catherine Keener). Essere John Malkovich ha una delle migliori sceneggiature di quel decennio, ed è e rimane uno dei ruoli più iconici di Malkovich, strumento della distruzione della distanza tra attore e realtà, attore e finzione. Grottesco, a metà tra sogno e allucinazione, connesso al concetto di fluidità sessuale, di distruzione del credo borghese e del mito del successo, Essere John Malkovich rimane uno dei film più assurdi mai presi da un attore, con cui fare a pezzo la concezione di sé e la stessa idea di fiction cinematograficamente intesa. Connesso profondamente al tema del doppio, della maschera, alla psicanalisi e alla distruzione del concetto di divismo, è un gioiellino da recuperare.

Uomini e Topi

Tratto dal capolavoro di John Steinbeck, Uomini e Topi di e con Gary Sinise è uno dei film più importanti nella carriera di John Malkovich. Sinise è George Milton, che si prende cura dell’amico e compagno di vita Lennie, a cui John Malkovich dona un’interpretazione incredibilmente complessa, dietro la sua apparente semplicità. Come nel romanzo di Steinbeck, qui domina un quadro storico desolante sulla Grande Depressione nelle Grandi Pianure, dove un’umanità varia e variegata costringe i due a continui riadattamenti. Assieme si spostano di ranch in ranch cercando lavoro e calore umano, ma troveranno invece spesso ostilità ed incomprensione. All’intensità e carisma di Sinise, Malkovich risponde dipingendo un’anima innocente, quasi infantile, candida, e per questo vittima della crudeltà dell’uomo e della Storia. Giustiziato infine dall’amico per pietà, per evitargli un terribile linciaggio dopo che ha involontariamente ucciso una donna, permane come simbolo di un qualcosa di puro e assieme di incompleto, anche grazie alla straordinaria capacità gestuale e mimica di Malkovich. Forse il suo personaggio più difficile, più lontano dalle sue “corde”, ma anche quello che ne confermò lo status di attore a 360 gradi, capace di confrontarsi con i ruoli più ostici e complicati.

Con Air

Ebbene sì, c’è anche uno degli action più muscolari, epici, zozzi e ignoranti degli anni ’90. Che cosa ci fa qui? Ma semplice, se non fosse per John Malkovich, per il suo Cyrus “The Virus”, di certo non sarebbe bastato il capelluto Nicolas Cage e il resto del cast a rendere Con Air di Simon West un’icona vera e propria del genere, che in quel decennio trionfava ovunque. Sorta di mix perfetto tra film di fuga carcerario, action dalla grana grossa, dramma ad alta quota, Con Air ruota completamente attorno alla capacità con cui Malkovich riesce a disegnare un villain strettamente connesso all’idea di ragno tessitore. Di base Cyrus altro non è che una sorta di Moriarty, un genio tuttologo a capo di una ciurma di belve. Spietato, stratega geniale, manipolatore, grazie a Malkovich si erge come una delle nemesi più originali di ciò che era il cinema dei blockbuster di quegli anni, restando sempre sotto le righe, ma in grado di dominare ogni singola scena con uno sgurdo, senza mai cedere all’atmosfera generale, fracassona, piena di battute da bar e con una dimensione da disaster movie spesso grossolana ma efficace. Malkovich si muove come una serpe infida, da cui è impossibile cavare ogni verità, leggere le intenzioni o anticipare le mosse, persino per i suoi stessi uomini, che non esita a sacrificare ogni volta che può. Davvero una canaglia inimitabile.

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