A 93 anni, Clint Eastwood non si è ancora fermato. Non potrebbe né saprebbe come farlo e Gran Torino, uscito esattamente 15 anni fa, è e rimane una prova di quanto Eastwood regista sia e rimanga unico e inimitabile, per la sua capacità di spiazzare, sorprendere, di andare lì dove pochissimi (soprattutto del fronte politico avverso) oserebbero e di farlo sempre alla grande. E allora eccoci ancora a bordo di quell’auto.
Walt Kowalski, protagonista di Gran Torino, nella cinematografia di Eastwood ha una posizione ben precisa. Di base si pone a metà tra elogio dei vari Callaghan, Stranieri Senza Nome, e di Eastwood stesso come creatura cinematografica sempre uguale eppure diversa. Gran Torino è un film molto particolare, perché bene o male parla di un perdente, o comunque di un uomo che è arrivato alla fine dei suoi giorni, senza aver ottenuto nulla di ciò che sperava, di ciò che sognava. Kowalski è rimasto vedovo, i suoi figli lo trascurano, gli hanno donato dei nipoti egoisti, stupidi ed ignoranti, lui passa le giornate da solo, a digrignare contro il mondo, con solo il cane a tenergli compagnia e il suo astio verso gli altri. In particolare, ce l’ha con i nuovi vicini, dell’etnia Hmong. Reduce della guerra di Corea, nel momento in cui l’adolescente Thao cerca di rubargli la sua Gran Torino, comincia un processo di conoscenza, avvicinamento proprio con quegli strani vicini asiatici, emigrati negli Stati Uniti per aver combattuto al fianco degli americani durante la Guerra del Vietnam. Clint Eastwood, rende il suo protagonista ad un tempo incredibilmente forte, perché ancorato comunque a dei valori sacri dell’America di cui cerca di rendere partecipe il suo nuovo pupillo, e debole perché fuori tempo massimo, armato di una decisione a cui fa da contrasto una fragilità fisica, che di giorno in giorno si fa sempre più evidente. Eppure, non per questo Eastwood rinuncia ad impugnare la pistola, a lottare contro bulli, gang di strada, con un fare ad un tempo paterno e assieme incredibilmente estremista ma impossibile da disapprovare. Ma, nel profondo, Gran Torino è un dito puntato di Eastwood contro sé stesso, la sua generazione, ma più in profondità proprio l’America che si crede tanto nobile, paritaria, terra della libertà e del coraggio e verso le minoranze ha sempre usato un ostracismo che proprio lui, narratore libertario di destra, porta alla luce con questo film. Perché, ed è questo il punto fondamentale, Gran Torino non è semplicemente stupendo per la trama e i personaggi, l’ironia malinconica che lo domina, ma per il coraggio di dire le cose come stanno.
Million Dollar Baby aveva fatto in modo che si parlasse della discriminazione delle donne nella società americana, dell’eutanasia, qui invece si parla del razzismo, di un’America che è fatta di tante etnie che non comunicano, se non quando è proprio assolutamente necessario. Quella macchina, simbolo di quella America di una volta, dei bei tempi passati per Kowalski, diventa la metafora di un passaggio di testimone così come la cintura da carpentiere. Non solo da una generazione all’altra, ma da un’etnia all’altra. Eastwood sarà pure di destra ma crede fermamente nella libertà individuale, sia per quello che riguarda i diritti civili che politici e questo film, politicamente il suo più impegnato ed audace, si mette di traverso sia a destra che a sinistra, rimarcando di entrambe le barriere gli enormi limiti a livello di coerenza e linea d’azione e di pensiero. Kowalski, infine, già condannato a morte da un tumore, sceglierà di sacrificarsi per salvare proprio l’innocenza di Thao, deciso a vendicare lo stupro della sorella a tutti i costi. Non spara ai cattivi, li fa finire in galera e questa, senza ombra di dubbio, è una di quelle scelte narrative che nessuno si sarebbe aspettato all’epoca da Eastwood, per tanti anni un ammazzasette di professione. In un certo senso, egli opera un rinnovato ottimismo sia verso l’iniziativa del singolo, ma anche verso il sistema, la società, proprio in virtù di una necessità di rinnovamento morale, che il suo protagonista infine accetta anche per sé stesso. Gran Torino avrebbe meritato sicuramente molti più plausi di quanto la critica di casa gli riservò ma era qualcosa a cui probabilmente Eastwood era preparato. Rimane ad oggi uno dei suoi film più amati dal grande pubblico, una delle dimostrazioni più alte della sua capacità di essere classico come modalità narrativa ma incredibilmente moderno per semantica. E a guardare anche il moderno corso per così dire “inclusivo” di Hollywood, bisogna ancora trovare un film che sia stato capace di parlare di una comunità non wasp in modo così intimo, profondo, scevro da retorica, ma anche da quella visione esotica che in realtà è sempre stato anche un modo per tenerli a distanza. Rimane uno dei suoi film migliori grazie alla capacità di aggrapparsi alle piccole cose quotidiane, di evitare retorica e pietismo, di essere.