Cos’è il presente nel nuovo film di Aki Kaurismäki? Il regista finlandese ambienta Foglie al vento (in originale Kuolleet lehdet, “foglie morte”) al giorno d’oggi, eppure le radio che vomitano notizie sulla guerra in Ucraina paiono vecchie di sessant’anni, e i bar di periferia non hanno niente di contemporaneo. A rendere il contesto ancora più ambiguo, un calendario appeso al muro indica l’autunno del 2024, come se il corso della Storia fosse esploso in tanti frammenti contraddittori.
La verità è che Kaurismäki congela il tempo in una dimensione astratta, dove gli eroi emarginati del suo cinema restano sempre indietro, abbandonati dalle ultime evoluzioni della società e della tecnologia. Il presente non è roba per loro: sia Ansa (Alma Pöysti) sia Holappa (Jussi Vatanen) vivono lontani dalla contemporaneità, senza computer né social network, e abitano spazi in cui il tempo sembra davvero essersi fermato. Lei lavora in un supermercato di Helsinki con contratto a zero ore, lui è un operaio con problemi di alcolismo. Dopo un primo incontro al karaoke, si ritrovano per caso quando Alma viene licenziata dal supermercato, e comincia a lavorare in un bar. Tra incidenti e numeri di telefono smarriti, però, la cattiva sorte continua a ostacolare la loro relazione, e anche l’alcolismo di Holappa non aiuta.
Come si diceva all’inizio, quello di Foglie al vento è un tempo ambiguo, sospeso, dove la tecnologia odierna rischia soltanto di essere un ostacolo: le offerte di lavoro si trovano esclusivamente tramite computer (che Alma non possiede), mentre il cellulare è inutile se il numero della persona amata vola via nella brezza serale. Kaurismäki, però, sa bene che l’amore cela in sé una forma di riscatto. Il suo terzo film, Ombre nel paradiso, aveva già esplorato le asperità di un rapporto tra “perdenti”, e la medesima concatenazione di paradossi riecheggia anche qui, aggiornata sotto una luce ancora più tenera e umoristica. Il regista finlandese torna a raccontare quella classe operaia che gli sta tanto a cuore, ma senza la pornografia della povertà né il pietismo che vediamo spesso altrove. C’è una dignità anche nella solitudine, e sia Alma sia Holappa non la perdono mai.
In tal senso, Foglie al vento nutre l’idea rilkiana dell’amore come incontro di due solitudini, che incespicano l’una nell’altra proprio quando sono sul punto di arrendersi. Un amore privo di retorica, e senza quel mito della spontaneità che Hollywood ci costringe a ingurgitare da decenni. La relazione tra Alma e Holappa è goffa e piena di fraintendimenti, come spesso accade nella vita. La stessa recitazione atona e innaturale degli interpreti, tipica dei film di Kaurismäki, suggerisce la difficoltà di entrare in contatto con l’altro, e anche un totale disinteresse per l’esasperazione del melodramma. Al contrario, essa favorisce una comicità paradossale, tutta giocata sui toni laconici e sui volti impassibili.
Soltanto le notizie sul conflitto in Ucraina scalfiscono l’imperturbabilità dei personaggi, e sono un controcanto che ritorna periodicamente nel corso del film. Ma non si tratta soltanto di esprimere un generico disgusto per la guerra: Kaurismäki ci ricorda che la Finlandia vive la crisi bellica con un’intensità persino maggiore, in quanto paese confinante con la Russia. E, indipendentemente dall’ambientazione temporale, la guerra non si esaurisce mai. Potrebbe anche essere l’autunno del 2024, ma le notizie sono sempre le stesse, i massacri non cambiano: è l’eterno ritorno dell’orrore. Così, l’amore non rappresenta solo il riscatto di due infelici, bensì un rifugio dove trovare il meglio che l’umanità abbia da offrire. Si può guardare insieme un film dell’amico Jim Jarmusch (che condivide con Kaurismäki proprio lo stesso umorismo deadpan), adottare una cagnolina che rischia la morte, o perdersi nelle espressioni più vaste della musica popolare, compresa quella del duo finlandese Maustetytöt, che fa un cameo nel film: in ogni caso, l’importante è sempre (ri)trovarsi al momento giusto, e fare almeno un pezzo di strada fianco a fianco.