Life is a game, un viaggio  nel mondo dei rider. La nostra intervista a Luca Quagliato e Laura Carrer

Life is a game, un viaggio nel mondo dei rider. La nostra intervista a Luca Quagliato e Laura Carrer

Di Filippo Magnifico

Ogni giorni vediamo i rider correre per le strade della nostra città, ma ci siamo mai chiesti com’è la loro vita?
Troppo spesso dimentichiamo che dietro ogni consegna c’è una persona, con sogni, speranze al di là di quella bicicletta o di quel motorino. Sono studenti che cercano di pagarsi gli studi, immigrati che lottano per costruirsi una nuova vita, lavoratori che cercano di sbarcare il lunario, sfidando il tempo, affrontando traffico, intemperie e ostacoli.
Sono tantissimi, non solo in Italia, e ora c’è un film che è riuscito a dar loro una voce. Stiamo parlando di Life is a Game di Luca Quagliato e Laura Carrer.

Girato durante le ore notturne in diverse città europee, Life is a Game è composto da una serie di interviste in cinque lingue, che sono state montate per creare un dialogo universale. Tredici rider provenienti da tre continenti diversi raccontano la loro esperienza, mentre le interviste sono intervallate da segmenti animati realizzati da Marco Meloni, che narrano la storia di Emma. Un personaggio di finzione, un simbolo attraverso il quale vengono narrati alcuni fatti di cronaca realmente accaduti. Grazie al punto di vista di Emma, lo spettatore può vivere in prima persona le sfide e le difficoltà del lavoro del rider all’interno della città.
Un lavoro che con il passare del tempo ha assunto i connotati tipici dei video game. Solo che non si tratta di un gioco, questa è la vita.

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Luca Quagliato e Laura Carrer, con i quali abbiamo discusso vari aspetti di questa opera, a partire dalla sua genesi.

Come nasce questo progetto e quanto c’è voluto per realizzarlo?

Luca Quagliato: per quanto mi riguarda il progetto nasce da un’esperienza diretta. Ho lavorato come rider per alcune multinazionali del settore, la prima volta nel 2015 e successivamente nel 2020 durante la pandemia. A distanza di 5 anni mi sono ritrovato ad utilizzare le applicazioni per lavorare trovandomi di fronte a un’evoluzione che definisco inquietante: se nel 2015 l’applicazione era piuttosto rudimentale e dipendeva dalla gestione diretta di alcuni dispatcher umani, nel 2020 l’app assomigliava più alla schermata di un videogioco tra suoni, numeri e cifre come quelli delle slot machine, la presenza di premi e punizioni per spingerti a lavorare di più.
Nel 2020 si è parlato molto dei rider, venivano però rappresentati quasi sempre come “uomini in divisa” (divisa che tra l’altro è pubblicità gratuita per il marchio) e quasi mai come esseri umani..da qui è nata l’esigenza di dare loro voce in quanto lavoratori e lavoratrici alle prese con un mondo del lavoro in continuo cambiamento che li mette al centro dell’attenzione ma quasi mai li ascolta.
Grazie al supporto di Irpi Media abbiamo quindi potuto avviare la produzione di un film documentario che si prospettava difficile.
Il primo passo è consistito nello scrivere la sceneggiatura della parte animata. Ci siamo ritirati in un casolare nella maremma toscana e insieme a Guglielmo Trupia (montatore del film che ha seguito la produzione sin dai primi istanti) abbiamo scritto a 6 mani una storia di finzione che andava a raccontare una serie di dati, fatti di cronaca, aneddoti, testimonianze raccolte in modo informale e che avesse al centro il concetto di gamification nel lavoro tramite piattaforma.
Nel periodo successivo abbiamo iniziato la ricerca di soggetti da intervistare partendo da Milano e andando poi in altre città europee (Bruxelles, Barcelona, Atene, Berlino). Una sequenza di viaggi molto faticosi e intensi in quanto le interviste andavano girate di notte e in strada, inseguendo le disponibilità dateci dai rider. La troupe era ridotta all’osso: io alla camera e alle luci, Laura nel duplice ruolo di intervistatrice e alle prese con la registrazione dell’audio in presa diretta, un traduttore o traduttrice dove era necessario.
Di ritorno da questi due mesi di viaggi il film ha preso forma in parallelo: il montaggio di più di 20 ore di girato in 5 lingue e la creazione di una struttura narrativa che ha preso forma in sala montaggio. L’inizio del lavoro di animazione a cura di Marco Meloni a partire dallo storyboard, il design di personaggi e ambienti, il disegno e l’animazione che terranno Marco inchiodato alla sedia per un intero anno di lavoro. La composizione della colonna sonora originale a cura di Alek Hidell che accompagna le scene di animazione.

Laura Carrer: nel 2020 ho iniziato a occuparmi giornalisticamente di gig economy, cercando di capire in che modo le multinazionali del settore stessero modificando il lavoro, la ristorazione, la città. Quando ho incontrato Luca, nel 2021, abbiamo deciso potesse essere utile parlare della situazione dei rider in Europa cercando di restituire dignità a lavoratori spesso emarginati. Per questo il documentario racconta in prima persona la loro voce.

Avete incontrato molte difficoltà durante la realizzazione?

Luca Quagliato: le difficoltà sono state molteplici: siamo una piccola produzione indipendente e abbiamo dovuto gestire la complessità di un film ambizioso e complesso. Forse la cosa più complessa è stata mantenere la calma e cercare di mantenere il gruppo coeso risolvendo i normali attriti dovuti alla tensione che comporta lavorare a un progetto così difficile. C’è poi il tema delle scadenze: è vero che un film indipendente non ha una data di uscita obbligata, ma un pensiero è stato fatto anche per poter avere il film disponibile per l’autunno e non “bruciarsi” la stagione di proiezioni e festival in arrivo. In poche parole: mal di testa e tanto stress.

Come siete entrati in contatto con i rider?

Laura Carrer: venire a contatto con i rider non è affatto semplice, sia perchè è difficile avvicinarsi a chi lavora così freneticamente in città, sia perché c’è una grande diffidenza da parte loro nei confronti dei giornali. I media italiani non sempre hanno raccontato il settore in maniera completa o per quanto possibile verificata, né hanno incluso le voci dei rider in questo racconto. Perciò è stato fondamentale passare da una rete europea di sindacati e collettivi dal basso, molto forte, costruendo con loro una relazione per mesi che potesse permetterci di incontrare poi sul campo i rider e condurre le interviste.

Come hanno reagito nel momento in cui hanno saputo che volevate fare un film su di loro?

Luca Quagliato: non è stato sempre facile ottenere la fiducia di chi volevamo intervistare. Dalla mia parte un po’ di fiducia è arrivata dalla mia esperienza lavorativa precedente come rider. Anche il fatto che non fossimo interessati a inserire nomi e cognomi li ha fatti sentire meno “esposti”. Alla base c’è comunque un rapporto di fiducia che non volevamo assolutamente venisse meno e crediamo di averlo onorato in tutte le fasi del nostro lavoro.

Laura Carrer: se all’inizio c’era un po’ di riluttanza, cosa piuttosto normale in quanto molte persone non ritengono che le loro storie siano rilevanti, man mano i rider si sono aperti e dimostrati contenti di prendere parte al film potendo dire la loro su un lavoro spesso demonizzato e poco raccontato da chi lo svolge.

E come hanno reagito dopo aver visto il film?

Chi ha visto il film si è detto sorpreso nel trovare così tante connessioni tra i rider di diversa provenienza e che lavorano in città diverse. Questo per ora, ma il nostro obiettivo è far sì che il film possa circolare anche in circuiti non convenzionali per arrivare ad ancora più rider in Europa. Ci stiamo lavorando!

C’è qualcosa che vi ha colpito di più tra le dichiarazioni dei rider intervistati?

Luca Quagliato: personalmente sono rimasto colpito dalla consapevolezza di un rider francese che vive a Bruxelles. Dichiara con orgoglio che il lavoro del rider è fondamentale in una città contemporanea e che potrebbe fare molto per facilitare la vita alle persone, ma che le aziende di fatto li mandano in giro solo a consegnare pizze e produrre dati sulla circolazione stradale. Oltre alla soddisfazione dei vizi alimentari di chi può permetterselo, la logistica a basso impatto ambientale e sociale dei rider potrebbe cambiare il modo di vivere la città contribuendo a rendere più sostenibile il nostro stile di vita. Le multinazionali sono interessate a questo? Non sembra, e qui si sente la necessità di far intervenire direttamente i lavoratori e le lavoratrici, magari con società sostenute dal settore pubblico.

Laura Carrer: la storia di una rider colombiana che è emigrata in Spagna e si è trovata senza lavoro perchè la sua laurea nel settore sanitario non è valida in Europa. L’intervista che abbiamo incluso nel film a mio parere getta luce sulla stratificazione delle problematiche che questo settore contiene: mancanza di diritti e insicurezza sul lavoro, alto tasso di vulnerabilità dei lavoratori (molto spesso migranti), quasi impossibilità di svolgere questo lavoro per le donne.

Qual è la cosa che ricordate con più piacere della lavorazione di questo film?

Luca Quagliato: per quanto mi riguarda le visioni dei rough cut in sala montaggio. Vedere come ogni minimo cambiamento possa cambiare la percezione emotiva di una scena è ciò che rende il cinema un’arte così raffinata e potente. Ricordo anche con grande emozione una prima visione privata fatta in studio con una ventina di persone scelte per misurare le reazioni del pubblico: il nostro compito era quello di percepire le reazioni di chi guardava quel film per la prima volta. Un’esperienza pazzesca.

Laura Carrer: concordo. Per non parlare delle interviste, dei viaggi, delle persone che direttamente o indirettamente hanno permesso la realizzazione del film. È molto bello e gratificante aver avuto accesso a tutto ciò!

Avete già in mente un prossimo progetto?

Luca Quagliato: sicuramente guardo con grande attenzione a ciò che succede intorno a me. Vivendo a Milano ci sono almeno due grandi temi sui quali sto riflettendo e studiando..a voi capire quali…

Laura Carrer: mi guardo intorno, e di cose da investigare in città ce ne sono molte. Sicuramente sappiamo di poter contare l’uno sull’altro per il futuro!

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