Cinema Recensioni The Doc(Manhattan) is in
Questa de Il ragazzo e l’airone, il nuovo film di Hayao Miyazaki e del leggendario Studio Ghibli – pellicola in uscita da noi al cinema l’1 gennaio 2024, per Lucky Red, che ho avuto modo di vedere in anteprima domenica scorsa a Lucca C&G – è una recensione no spoiler. Anche perché, pur volendo, Il ragazzo e l’airone è un film che sarebbe difficile raccontare. Ma non perché, attenzione, sia un film di difficile comprensione: basta lasciarsi trasportare e cullare dal Maestro in un viaggio di due ore in un altro – per molti versi il definitivo – dei suoi mondi fantastici. Basta, in fondo, chiedere alla propria testa di cercare di metabolizzare il tutto solo a fine visione, soltanto quando il tuo viso sarà dipinto di celeste dai titoli di coda, e intanto lasciare che a godersi lo spettacolo siano occhi, orecchie e cuore.
Se Il ragazzo e l’airone fosse davvero l’ultimo-nel-senso-di-ultimo film di Hayao Miyazaki, se 10 anni dopo Si alza il vento dovessimo davvero fare i conti con l’ultima opera di questo Gigante del mondo dell’animazione, avrebbe senso che la storia del dodicenne Mahito si apra nel Giappone del 1943, sotto le bombe incendiarie come quelle di Una tomba per le lucciole, e poi ti porti sottobraccio in un altro mondo al di là dello specchio, in compagnia di una creatura con tanti denti, come ne Il mio vicino Totoro. Il suo ultimo dono al mondo del cinema, chiamato a chiudere un cerchio con le prime due pellicole Ghibli, uscite nell’ormai lontano 1988. Avrebbe perfettamente senso, già, ma per quanto Il ragazzo e l’airone sia letteralmente pieno di rimandi alle sue opere precedenti (ci arriviamo tra un attimo), ci piace pensare che Miyazaki abbia davvero accantonato il desiderio di smettere, e saprà regalarci ancora altro. Costringendo di fatto il suo povero produttore, lo scaltro e perennemente in ciabatte Toshio Suzuki, a lavorare pure lui finché avrà respiro, certo. Ma quello è un altro discorso.
Il viaggio tra la nostra e un’altra realtà da parte di Mahito, anche lui non casualmente figlio di un produttore di componenti per aerei da guerra, come lo stesso Miyazaki, è un guscio di noce che fluttua sempre più velocemente tra immagini e suggestioni, in un’avventura dai tratti onirici a metà tra Lynch, Paprika di Satoshi Kon e i sogni di Guido Anselmi/Mastroianni in 8 1/2.
Tanto che, quando questo viaggio si conclude, dopo due ore di ipnosi collettiva in cui un’intera sala si chiede come sia stato possibile dar vita a quelle animazioni, a quel grande spettacolo pressoché senza paragoni – la risposta è: anche con una mole di lavoro e un budget altrettanto senza precedenti – arriva il momento di assorbire il tutto, di mettere insieme i pezzi. Il ragazzo è l’airone non solo chiama in causa attraverso tutta una serie di rimandi, dicevamo poco sopra, l’intera carriera del sensei, ripercorrendo a ritroso tutta l’epopea dello Studio Ghibli e andando ancora più indietro, fino a Conan e Lupin III, ma ci butta dentro anche Biancaneve e i sette nani, Alice, La divina commedia di Dante e tantissimo altro. E, ovviamente, l’opera da cui il film ha tratto il suo titolo originale, E voi come vivrete? (Kimi-tachi wa dō ikiru ka?), il romanzo formativo del 1937 di Genzaburō Yoshino, che ne Il ragazzo e l’airone è proprio presente fisicamente: un libro che Mahito legge e dal quale viene travolto sul piano emotivo.
E più gli strati aumentano, più il caleidoscopio di immagini prende velocità, più tutto continua a cambiare in continuazione attorno a Mahito, e i confini tra cosa avviene realmente e cosa è invece una proiezione privata e magica nella sua testa (ma con conseguenze altrettanto concrete) si fanno via via più labili, e il simbolismo sempre più accentuato. Simboli di cosa, poi? Spiegarlo non è semplice. Oppure è in effetti semplicissimo. Tranquilli: ha senso.
Chi o cosa è l’airone? Che cosa rappresentano i suoi compagni di penne, come i pellicani e i parrocchetti cannibali e il loro re? Di quale equilibrio si parla, nel finale? E ci fermiamo solo ai primi interrogativi a cui proverete a dare risposta. A Il ragazzo e l’airone, sin dalla sua uscita nelle sale giapponesi lo scorso luglio, sono stati attribuiti tanti significati diversi. È la lettera d’amore di un nonno ai suoi adorati nipotini, per quando lui non ci sarà più. No, è il testamento artistico di chi ha fatto grande l’animazione nipponica e ora lancia la sfida a una nuova generazione (dopo aver fagocitato ogni possibile erede che gli venisse accostato, figlio compreso). No, è il messaggio di un artista 82enne ai giovani di oggi, per spronarli – una costante in tanti suoi lavori sin dagli anni Novanta – a trovare il proprio punto di equilibrio, il proprio posto nel mondo. Oppure, più semplicemente, è tutto questo e qualunque altra cosa vogliate vederci.
Proprio quella forte componente affidata all’interpretazione del singolo spettatore, senza gonfiarlo di spiegoni, che poi è l’elemento che ha reso immortali alcune pellicole nella storia del cinema. Tutto quello che accade a Mahito, il giovane Miyazaki alle prese – anche letteralmente – con un Miyazaki di oggi in versione Super Marino Bartoletti, è un nuovo Monolite di Kubrick che avrà esattamente il senso che tu spettatore, ascoltando il discorso per immagini fatto dal maestro, vorrai dargli. E andrà benissimo così, e sarà quello che ne porterai con te.
Il ragazzo e l’airone è da una parte una summa e il punto probabilmente più alto, sotto un profilo squisitamente artistico, di sessant’anni di carriera spesi a far volare una matita su un foglio e attraverso ciò i sogni di più generazioni, dall’altra è un film molto diverso da tutto quanto voi abbiate mai visto di Hayao Miyazaki. Tanto che, per adeguarsi a queste regole d’ingaggio differenti, anche la colonna sonora di Joe Hisaishi ha cambiato pelle, lasciando le sue consuete e meravigliose fughe fantasy per un accompagnamento sonoro più cupo, ma non per questo meno memorabile.
Il mondo là fuori, ci dice questo splendido signore con gli occhiali a cui dobbiamo così tanto, è sempre più orribile. Ma basta conservare la speranza, e un cuore, per continuare a seguire la tua strada, qualunque essa sia: se sarà solo una pila di sassi o una torre dall’equilibrio difficile ma possibile, in fondo, come vivrai, spetta innanzitutto a te deciderlo.