Fargo 5 è un bellissimo ritorno alle origini

Fargo 5 è un bellissimo ritorno alle origini

Di Giulio Zoppello

Fargo continua ad essere la dimostrazione che alla fine, per continuare ad avere la qualità che tutti sogniamo dalla serialità televisiva e dal cinema, serve solo una cosa veramente: la giusta qualità di scrittura. Paradosso o coincidenza che sia, vista la recente lotta da parte degli sceneggiatori e attori contro le Majors, questa quinta stagione, naturalmente a sé stante e autoconclusiva, è un perla visiva e narrativa, un altro tassello dentro un universo seriale che sa parlarci dell’America, delle sue contraddizioni, del velo di zucchero con cui copre il proprio marcio.

Fargo

Fargo 5 è la logica continuazione di un racconto sull’empietà

Fargo 5 ha come protagonista la giovane Dorothy “Dot” Lyon (Juno Temple), sposata con il timido ed insicuro venditore di auto usate Wayne (David Rysdahl) e madre della giovane Scotty (Sienna King). Vivono a Minneapolis, conducono una vita tranquilla, o almeno così dovrebbe essere, visto che Dot finisce in galera per aver steso con un taser per sbaglio un agente di polizia al termine di una riunione scolastica. Appena uscita, manco il tempo di riprendersi ed ecco che viene rapita dal sicario Ole Munch (Sam Spruell). Sul rapimento indaga l’agente Indira Olmstead (Richa Moorjani) che rimane a dir poco sorpresa quando viene a sapere che la donna è tornata a casa e nega il rapimento. Il tutto a dispetto del fatto che mentre fuggiva da Munch, sia stato coinvolto anche l’agente Witt Farr (Lamorne Morris) in una sparatoria. I sospetti su Dot sono condivisi anche dalla suocera, la dispotica ed arrogante Lorraine (Jennifer Jason Leigh). Ma tutti loro ignorano che dietro tutto questo si nasconde lo Sceriffo Roy Tillman (John Hamm) e il di lui figlio Gator (Joe Kerry), che spadroneggiano nel Nord Dakota. Ma che cosa lega Roy a Dot? E perché la donna mente sul rapimento? Fargo 5 porta la firma di Noah Hawley e continua in modo coerente, come le stagioni passate, il suo racconto incentrato sul confronto tra passato e presente, tra modernità e tradizione, in quell’America distante dalle coste e dalla narrativa mainstream hollywoodiana, dei grandi spazi e silenzi, dove la follia e la violenza sono sempre dietro l’angolo. Lo fa con un cast sensazionale, ma soprattutto una costruzione narrativa perfetta per come sa coniugare semplicità a stratificazione, significati con un’atmosfera che (come sempre è stato in Fargo) sa abbracciare la dramedy. Qui in particolare affascina come l’insieme faccia salti tra passato e presente, ma soprattutto come metta al centro più che l’intreccio in sé, i personaggi, armandosi di quella ambiguità che i Coen, da sempre, hanno abbracciato come pilastro assoluto della loro semantica, del loro modo di concepire il racconto cinematografico.

Fargo

L’intrigante distruzione di ogni mito fondativo dell’America

Non sfuggirà fin da subito come Fargo 5 sia dominato da due personaggi su tutti: Dot e Roy. Sono in antitesi in modo totale, assoluto, netto ed è giusto che sia così, perché in loro la serie concentra tutto ciò che serve per decostruire l’american dream, il mito della Frontiera. Ma poi potremmo aggiungerci la famiglia, il focolare domestico, il matrimonio, insomma la serie immette in una storia connaturata da una dose abbondante di violenza e una negazione del concetto di giustizia e di legge. O meglio esiste, ma è quella della Frontiera, in cui Hamm riesce a cesellare una sorta di decostruzione del John Dutton interpretato da Kevin Costner in Yellowstone. Machista, manesco, possessivo, fascista armato di Stetson, è la personificazione di quell’America che crede nelle tre B: Bibbia, Botte da orbi e Bossoli. Lei? Lei è una tigre travestita da coniglio, è il volto reale e cinico di un’emancipazione che deve essere per forza di cosa prevaricazione. Si è scelta un marito tonto e manovrabile per abbracciare un benessere materiale distante dal suo passato, dal giogo del ruolo uomo-donna che per lei deve essere rovesciato perché di parità tra sessi (altro elemento centrale non solo in questa stagione) nel mondo reale non ve n’è traccia. Se Scorsese diceva che l’America è nata nelle strade, Fargo insiste nel dirci che invece è nata nelle famiglie, in quei nidi di invidia, odio, materialismo, di cui Jennifer Jason Leigh è simbolo perfetto e odioso, eppure anche in lei Fargo 5 costruisce un simbolo di forza femminile, staccata però (e non potrebbe essere altrimenti) da una positività che non può sopravvivere in questa serie, abitata da delitti, bugie, assassini, violenza e sangue. Il tutto però sempre con quello stile a metà tra esserci e farci, che il pubblico ha imparato ad amare così come i personaggi sordidi, mediocri, vili e violenti che Fargo porta sempre in dote. Insomma, se avete amato le passate stagioni, questa proprio non potete perdervela.

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