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Cento domeniche, la recensione del film di Antonio Albanese

Pubblicato il 22 novembre 2023 di Lorenzo Pedrazzi

È significativo che, per il suo film più drammatico, Antonio Albanese abbia deciso di tornare nei luoghi in cui è cresciuto. Nato a Olginate (provincia di Lecco) da genitori siciliani, Albanese ha edificato la sua carriera su un umorismo acuto e grottesco, intriso di satira socio-politica e impegno civile. Come attore, non è nuovo al cinema drammatico, ma Cento domeniche è la sua prima regia pienamente ascrivibile a questo genere, dove uno sguardo meticoloso sul presente si unisce al racconto di un dolore collettivo, e l’autenticità dei personaggi – con i loro sacrifici e tragedie – è sempre al primo posto.

Albanese interpreta anche il protagonista Antonio Riva, operaio specializzato che faceva il tornitore in un’azienda del lecchese. Prepensionato perché l’impresa non naviga in buone acque, Antonio continua a dare una mano al titolare, Carlo Bonacina (Elio De Capitani), che in cambio gli ha lasciato un orto in gestione gratuita. Divorziato, è in ottimi rapporti con l’ex moglie Margherita (Sandra Ceccarelli) e ha una relazione clandestina con Egle (Donatella Bartoli), una donna sposata. Quando sua figlia Emilia (Liliana Bottone) gli annuncia che sta per sposarsi, Antonio è felicissimo: non desidera altro che offrire alla figlia un bel matrimonio, e accompagnarla all’altare come facevano per gioco quando era bambina.

Antonio ha circa ottantamila euro da parte, e chiede alla banca locale di prelevarne trentamila per pagare sia il ricevimento di Emilia sia l’apparecchio acustico dell’anziana madre Sara (Giulia Lazzarini), con cui vive. Il direttore della banca gli dice che i suoi risparmi sono stati tutti investiti in azioni, e che in questo momento non conviene toglierli da lì, quindi gli propone un finanziamento che potrà ripagare grazie alle azioni stesse. L’uomo ignorava di aver investito il denaro in quel modo – era convinto che fossero solo delle obbligazioni – ma accetta perché si fida della banca, con cui tutta la provincia intrattiene rapporti sicuri da decenni. Ben presto, però, scopre che l’istituto rischia il fallimento, e che i suoi risparmi sono quasi spariti. Antonio precipita quindi in una spirale di depressione e smarrimento, da cui né gli amici né la famiglia sembrano poterlo salvare.

Cento domeniche dedica molta cura nel ritrarre una provincia tranquilla e laboriosa, dove i rapporti professionali si evolvono spesso in legami affettivi, e il senso di comunità è evidente. Antonio gioca in una squadra di bocce con tre ex colleghi, è in confidenza con il suo vecchio datore di lavoro, e in banca lo conoscono talmente bene che non hanno problemi a farlo entrare dalla porta di emergenza, dato che quella girevole gli mette ansia. È un ambiente consolidato da decenni di familiarità e amicizia, ma che si sgretola quando la banca stessa va in crisi. Eppure non si tratta di un luogo sociale, di un centro culturale o di una parrocchia, ovvero quegli spazi di aggregazione che un tempo rappresentavano il fulcro del villaggio; è “solo” una banca. Il film di Albanese ci ricorda però la centralità del capitale nel sistema in cui viviamo, al punto che il fallimento di un istituto di credito – e la conseguente erosione dei risparmi – influisce persino sulla salute mentale, sui rapporti sociali e sulla fiducia reciproca.

Mentre la vita di Antonio va in pezzi, Cento domeniche traccia la fine del ceto medio, immiserito da anni di politiche neoliberiste che tendono sempre a privilegiare l’1%. La banca in questione aveva fidelizzato i clienti attraverso un rapporto di prossimità, ma le nuove direttive non lo permettono: i direttori delle filiali vengono fatti ruotare di continuo, e gli stessi impiegati subiscono coercizioni che ne minano l’onestà. Antonio è quindi vittima della stessa fiducia che riponeva nella banca, nel suo ex datore di lavoro e nel sistema in cui è cresciuto. Il merito di Albanese e del co-sceneggiatore Piero Guerrera, però, è di inserire il protagonista all’interno di una rete sociale vivace, dalla quale si sente progressivamente isolato. Antonio ha una madre, un’ex moglie, una figlia, un’amante, molti amici: non è un paria, bensì un membro attivo e rispettato della sua comunità. Si preoccupa di non essere un peso per la figlia, e ci tiene a rispettare proprio quelle tradizioni matrimoniali che caratterizzano il ceto medio. La sua straordinaria dignità è certamente un veicolo per l’empatia, ma lo rende anche il simbolo dell’uomo comune, pacato e perbene, che paga per colpe non sue.

La regia rigorosa e naturalista di Albanese valorizza la credibilità dei fatti, stabilendo un contrasto significativo con l’atmosfera intimista dei ricordi: è soltanto laggiù, nel territorio della nostalgia, che le immagini si fanno rarefatte, luminose e confortanti. Cento domeniche, insomma, dà voce a un’umanità che affronta difficoltà reali, e si ritrova a convivere con una vergogna causata da responsabilità altrui. Anche per questo, l’aspetto meno convincente è forse l’esasperazione del finale, che esula dall’esperienza comune: non era necessario arrivare a tanto, in un racconto tendenzialmente verista come questo. La sincerità dell’opera, comunque, non ne viene intaccata, e nemmeno la sua forza espressiva. Dal momento in cui Antonio mette piede in banca, il film imbocca un sentiero angoscioso che procede gradualmente verso la rovina. Sul volto del bravissimo Albanese – che sembra quasi tornare ai tempi di Giorni e nuvole – si coagulano i segni della giusta battaglia, quella che scava fino all’anima di una persona e la cambia per sempre.