Potevamo salutarlo qui al Lido, sarebbe stato bello. Invece William Friedkin se n’è andato un attimo prima di poterci spiegare meglio questo The Caine Mutiny Court-Martial, tratto dal best seller di Herman Wouk e già portato sul grande schermo da Edward Dmytryk con successo. Un cast importante composto da Kiefer Sutherland, Jason Clarke, Jake Lacy, Monica Raymund e Lance Reddick, per un film poco dinamico nel movimento ma molto interessante come dialoghi, energia e significati.
Per il Tenente Stephen Maryk (Jake Lacy) la situazione è molto brutta. Si è ammutinato in mare durante una missione, ha deposto durante un terribile uragano il suo comandante, il Capitano Philip Queeg (Kiefer Sutherland) e ora è sottoposto a processo da una Corte Marziale capitanata dal Capitano Luther Blakley (Lane Reddick). Pare che per l’accusa, rappresentata dal Comandante Katherine Challee (Monica Raymund) la strada sia tutta in discesa, visto che Queeg ha 21 anni di carriera immacolata alle spalle e Maryk è un semplice sottoposto. La tempesta per giunta pare essere stata superata in modo esemplare da parte di Queeg, stando alle informazioni. Non hanno fattoi conti però con l’astuzia e la determinazione dell’avvocato di Maryk, Tenente Barney Greenwald (Jason Clarke) che ha una strategia ben precisa con cui sovvertire il pronostico. Tra domande trabocchetto, testimonianze contradittorie e agguati verbali, in breve tempo il processo diventerà non solo una ricerca della verità, ma uno scontro di intelligenze dell’esito imprevedibile. Friedkin è stato il maestro simbolo dell’ambiguità morale, della strada impervia verso una verità cinica, conflittuale, tessitore di trame torbide ed in cui gli ultimi, i solitari e i diversi dallo standard trovavano rifugio. Il romanzo di Wouk è perfetto in effetti per tale tema, a suo tempo fu salutato come un perfetto simbolo della differenza morale tra società civile e militare, come istantanea di una società fatta di bugie, arrivismo, ingratitudine, maschere che coprono una verità che è molto diversa da ciò che sembra.
The Caine Mutiny Court-Martial è gradevole, forse non il capolavoro estetico o di ritmo che speravamo, in parte è un prodotto semi-televisivo, ma non si può negare che il cast e la progressione siano assolutamente perfette.
The Caine Mutiny Court-Martial è dominato da uno specchio a doppia faccia. Vi è la verità supposta che l’avvocato Greenwald deve trovare, la verità che ognuno in quell’aula può e deve avere, ed infine la verità ultima svelata nel finale. In questo gioco di specchi, la messa in scena teatrale scelta da Friedkin è palesemente canonica e immobile, connessa ad una trama che differisce in diversi elementi dal romanzo, su tutti epoca storica e l’assenza della componente melò. Jason Clarke è un avvocato distruttore, irriverente e audace, aggressivo quanto basta e con un controllo incredibile, ma su tutti domina Sutherland. Il suo Queeg è la perfetta personificazione del patetismo connesso alla divisa, simbolo della mediocrità piccolo borghese insoddisfatta che trova da sempre rifugio nella gerarchia che cerca robot per i suoi scopi. Linguaggio del corpo ed espressività da manuale per l’ex Agente Bauer, che mette sul piatto una delle sue migliori interpretazioni di sempre, in particolare nel finale, spingendoci a provare quasi pena per il suo Queeg, così misero, così vile, così disturbato. The Caine Mutiny Court-Martial però manca in parte nel finale di una chiara direzione semantica, rispetto ad altre opere di Friedkin non vi è uno sviluppo dei personaggi abbastanza coerente e strutturato. Peccato, perché nonostante sia completamente ambientato in un’aula di tribunale, sa come appassionare, come togliere certezze e poi ridarle per finta. Rimane comunque un buon film, anche se privo di un’ambizione sufficiente, per quanto riesca a ricordarci in modo perfetto quanto negli Stati Uniti esistano tre modi diversi di fare le cose: quello giusto, quello sbagliato e quello dell’esercito. Rimane un ottimo trattato sull’ambiguità dell’essere umano e della società americana, così attaccata al mito dell’uomo forte, così piena di falle e di debolezze celate dietro un velo di ipocrisia.