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La società della neve, recensione del film di chiusura di Venezia 80

Pubblicato il 09 settembre 2023 di Lorenzo Pedrazzi

Ci sono alcune foto che documentano la vita dei sopravvissuti al disastro aereo delle Ande, quando il volo 571 delle forze aeree uruguayane si schiantò tra il Cerro Sosneado e il vulcano Tinguiririca, nel 1972. I giocatori dell’Old Christians Club, una squadra di rugby di Montevideo, si trovavano a bordo insieme ad accompagnatori e familiari, diretti a Santiago del Cile per una partita. I superstiti dell’incidente sono visibili tra i rottami del velivolo, mentre cercano di sorridere davanti alla fusoliera distrutta, seduti sulla neve o in quel che resta della cabina. Ma per chi sono state scattate quelle immagini? Il narratore de La società della neve (interpretato dall’ottimo Enzo Vogrincic) non può fare a meno di chiederselo, mentre i sopravvissuti vedono assottigliarsi ogni speranza di salvezza. Forse il fotografo voleva aggrapparsi agli ultimi brandelli di normalità, e offrire ai posteri – ma anche a sé stesso e ai suoi compagni di sventura – la testimonianza di un momento eccezionale.

Il film di Juan Antonio Bayona, basato sull’omonimo libro di Pablo Vierci che raccoglie le testimonianze dei superstiti, accenna una riflessione sull’eredità delle immagini e sulla varietà dei loro significati: ricordo commosso per i familiari, cronaca da indagare per gli storici, strumento di comunicazione per i media. È solo un cenno, ma attraversa la ricostruzione degli eventi fin dall’inizio del viaggio, quando le foto in aeroporto o durante il volo prefigurano la tragedia imminente. Rispetto alle trasposizioni precedenti (I sopravvissuti delle Ande di René Cardona, 1976; e Alive di Frank Marshall, 1993), La società della neve adotta uno sguardo più intimista, sfruttando le foto e la narrazione extradiegetica come tessuto connettivo della vicenda. Anche la notevole durata, oltre a permettergli di scendere maggiormente nei particolari, aiuta a stabilire una connessione con i personaggi: la loro esasperazione è tangibile, e il minutaggio restituisce l’idea di una lunga lotta per la sopravvivenza che consuma il corpo e la mente.

In effetti, Bayona è bravo a insistere sull’emotività del pubblico fino a scardinarne le resistenze, come già aveva fatto (ovviamente in un contesto molto diverso) con Sette minuti dopo la mezzanotte. La sfida, qui, consiste nell’individuare il giusto equilibrio tra le esigenze della cronaca e la delicatezza del racconto umano, ma il regista non ha difficoltà a trovare il baricentro: le impensabili conseguenze del disastro sono narrate per gradi, e la decisione sofferta di cibarsi dei cadaveri dei compagni non è affatto immediata; al contrario, è il frutto di una circostanza estrema, in cui l’assenza di cibo si aggiunge alla scoperta che le ricerche sono state interrotte. Poiché tempi disperati richiedono misure disperate, i passeggeri del volo 571 sono costretti a “reinventare la vita stessa”, dando luogo a una comunità dove le regole del nostro mondo sono forzatamente sospese. La società della neve prende il titolo da questa situazione emergenziale, che sovverte la quotidianità e le sue norme.

Bayona dimostra tanto le sue capacità tecniche (la scena dell’incidente è magistrale) quanto la sua sensibilità nei confronti della tragedia, a partire dall’omaggio alle vittime, i cui nomi compaiono a schermo dopo ogni decesso: una scelta doverosa per evitare quell’anonimato che spesso caratterizza il cinema catastrofico. L’esito finale pizzica le corde giuste, poiché valorizza le capacità di sopravvivenza delle persone comuni in situazioni non comuni, e i sacrifici necessari per il benessere collettivo. Le foto, in fin dei conti, testimoniano proprio questo.