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Hors-Saison, la recensione del film di Stéphane Brizé da Venezia 80

Pubblicato il 08 settembre 2023 di Lorenzo Pedrazzi

Avete mai vissuto un amore inespresso, non pienamente compiuto o finito troppo presto? Quella sensazione indefinibile di mancanza, dai contorni troppo sfumati perché si possa cogliere nella sua interezza, è lo spettro che si aggira in Hors-Saison di Stéphane Brizé, scritto dal regista francese con Marie Drucker come reazione indiretta alla pandemia di Covid.

Dopo l’acclamata trilogia sul mondo del lavoro, la chiusura forzata delle aziende e di altre attività professionali – già al centro dei suoi film precedenti – ha stimolato Brizé a meditare sulla “precarietà dell’esistenza”, e sulla consapevolezza di quelle scelte che determinano le nostre vite. Il cineasta ha distillato le sue riflessioni nella storia di Mathieu (Guillaume Canet), attore che si reca in una cittadina costiera della Francia occidentale per una settimana di talassoterapia, lontano dal caos di Parigi. È inverno, il paese sonnecchia di fronte all’oceano grigio, e Mathieu rimugina sulla sua vita: stava per compiere il salto dal cinema al teatro, ma un mese prima del debutto ha preferito rinunciare, preoccupato di non essere all’altezza. Mentre la moglie distante ha poco tempo per lui, una vecchia fiamma si rifà viva: è Alice (Alba Rohrwacher), insegnante di piano con cui ha avuto una storia quindici anni prima. Vive in quello stesso paesino, e gli chiede di incontrarla per rivangare i tempi andati.

Lo spettro di cui si parlava all’inizio li perseguita entrambi, e si nutre di quell’atmosfera contemplativa che caratterizza proprio il mare d’inverno. Con inquadrature fisse e lenti movimenti di macchina, Brizé tesse per immagini un clima di dolce nostalgia, spingendosi fino al punto in cui la mestizia diventa quasi piacevole. Ciò che rende Hors-Saison tanto rassicurante è la coscienza di un sentimento che ci accomuna tutti, in un modo o nell’altro: il timore di aver perso delle occasioni, il pensiero di come sarebbe andata con quella persona, di cosa sarebbe successo se avessimo avuto più fiducia in noi stessi e nel prossimo. La sensazione di non aver dato tutto, e che saremmo altrove se l’avessimo fatto.

È vero per Alice, che ritiene di non aver mai coltivato abbastanza le sue ambizioni da compositrice, e che vede nel famoso Mathieu l’esponente di un’umanità incompatibile con la sua. Lei crede di essere una nullità, ma lui non è mai stato di quell’idea; anzi, ora si sente un codardo per aver abbandonato la produzione teatrale, riecheggiando così le impressioni che Alice ha di sé stessa. Ognuno combatte la propria battaglia, e non si accontenta di quello che ha. Eppure, i due vecchi amanti ritrovano in fretta la loro sintonia: parlano un linguaggio condiviso fatto di ricordi comuni, attrazione taciuta e umorismo, come si vede negli spassosi messaggi che si scambiano. Peraltro, Brizé ha un modo davvero interessante di rendere “a schermo” la messaggistica istantanea, mostrandola attraverso cartelli che rievocano le didascalie del cinema muto. L’esito è buffo e affascinante, poiché unisce due epoche lontanissime tra loro.

L’ironia ha un ruolo più importante di quanto potrebbe sembrare. Hors-Saison si diverte a calare Mathieu in piccole situazioni paradossali, giocando con una comicità quieta e laconica: come a dire che si può ridere di sé stessi anche nei momenti più malinconici, e che farlo può essere salvifico. Al contempo, il desiderio reciproco è una forza potente che complica la separazione, e forse è anche per questo che l’epilogo si trascina fin troppo a lungo, accumulando diversi possibili finali. Il resto si fisserà nella memoria degli amanti, come la sorprendente sequenza con gli imitatori degli uccelli, momento surreale e magnifico che aleggia sospeso nel tempo: impossibile non ammirarne l’insolita magia, e scoprire che qualcosa ci è rimasto addosso come salsedine nel vento d’inverno.