Adagio, la recensione del film di Stefano Sollima da Venezia 80

Adagio, la recensione del film di Stefano Sollima da Venezia 80

Di Lorenzo Pedrazzi
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Nonostante le sue recenti esperienze hollywoodiane, Stefano Sollima resta profondamente legato alle atmosfere di una Roma notturna e violenta, dove le dinamiche di potere si esprimono nei legami fra politica e crimine organizzato. Adagio segna il suo ritorno in questa comfort zone, ma la città che ritrova dopo anni di assenza è l’esasperazione di sé stessa: le sue ombre sono ancora più cupe, e la sensazione che qualcosa di orribile stia per accadere non è mai stata così intensa.

L’inquadratura iniziale è emblematica, e si ripeterà diverse volte nel corso del film. I cieli della periferia romana sono pattugliati da elicotteri, diretti verso un gigantesco incendio che costeggia la metropoli. È notte, ma le luci della città si spengono improvvisamente, e soltanto i fari delle auto rimangono a illuminare le strade. Il caldo è insopportabile. In un appartamento, il sedicenne Manuel si prende cura dell’anziano padre (Toni Servillo), e si prepara a uscire per partecipare a una festa. Non è semplice divertimento, però: Manuel deve infatti scattare delle foto per conto di alcuni poliziotti che vogliono ricattare un potente uomo politico, altrimenti finirà nei guai. Quando la situazione prende una piega inattesa, il ragazzo chiede aiuto a due vecchi complici del padre (Valerio Mastandrea e Pierfrancesco Favino) per salvarsi la pelle.

Continui blackout, incendi perenni, clima torrido: Sollima dipinge una città sull’orlo dell’apocalisse, dove la solidarietà umana è agli sgoccioli. Se aggiungiamo la completa sfiducia nei confronti delle istituzioni, il quadro che ne risulta inasprisce una disillusione tipicamente italiana, resa ancora più estrema dopo il trauma del Covid. Il regista, insomma, trasla le ansie del presente in una sorta di futuro molto prossimo, come aveva fatto Virzì lo scorso anno con Siccità: la differenza è che, laddove quest’ultimo aveva scelto la commedia corale, Sollima opta invece per il noir metropolitano, genere che ha maggiormente nelle sue corde.

La mano del regista non ha nulla da invidiare a molti colleghi del cinema internazionale, e la fotografia di Paolo Carnera dipinge inquadrature di grande atmosfera, soprattutto nelle scene notturne. L’impianto tecnico e visivo, però, non è supportato da una sceneggiatura altrettanto efficace: l’intreccio è semplicistico, mentre lo sfondo apocalittico ha qualcosa di pretestuoso, troppo disorganico rispetto alla trama. È palese l’intento di costruire la tensione con passo meditativo (il titolo si riferisce all’omonimo tempo musicale), eppure le attese rischiano solo di diventare tediose, poiché non teniamo abbastanza ai personaggi per preoccuparci del loro destino. Notevole però il lavoro del trio criminale: Servillo, Mastandrea e Favino cercano almeno di proporre qualcosa di diverso dal solito, con Favino completamente irriconoscibile (non solo per l’aspetto fisico, ma per lo stile dell’interpretazione). Da segnalare anche le ottime musiche originali dei Subsonica, che comunicano tutto il disincanto di una fine imminente.

Alla fine, l’unico bagliore di speranza è riposto nelle nuove generazioni, per quanto l’accenno alla diversa sorte dei figli rispetto a quella dei padri sia molto fugace. Resta comunque un tentativo di riflettere sul presente attraverso la speculazione immaginifica, pratica tutt’altro che scontata nel cinema italiano. Non deve stupire che arrivi proprio da uno dei suoi più recenti innovatori, quantomeno sul piano dei generi.

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