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Tartarughe Ninja: Caos mutante, la recensione

Pubblicato il 28 agosto 2023 di Lorenzo Pedrazzi

Solo un grande successo poteva incoraggiare gli studios di Hollywood a sperimentare con l’animazione digitale: Spider-Man: Into the Spider-Verse ha rinfrescato un settore che, nelle produzioni statunitensi, stava ormai ristagnando fra i cliché visivi e narrativi delle realtà dominanti (Pixar, Dreamworks e Illumination), dimostrando la forza espressiva di un medium che trae grande giovamento dalla contaminazione degli stili. Tartarughe Ninja: Caos mutante non esisterebbe senza quel clamoroso precedente, o almeno non in questi termini. Laddove il film del 2007 – l’ormai dimenticato TMNT di Kevin Munroe – attingeva dal cinema d’animazione dei primi anni Duemila, Caos mutante è plasmato invece sulle innovazioni di Sony Pictures Animation, e non solo a livello grafico.

L’intuizione vincente risiede in un dettaglio che, pur facendo parte del titolo originale, è sempre stato ignorato dalle vecchie trasposizioni: Teenage Mutant Ninja Turtles. Le quattro tartarughe dovrebbero essere adolescenti, ma non sono mai state caratterizzate come tali sullo schermo, voci comprese. Stavolta, invece, la produzione ha scritturato quattro teenager per i ruoli principali, con evidenti ripercussioni sui personaggi stessi. Leonardo (Nicolas Cantu), Michelangelo (Shamon Brown Jr.), Raffaello (Brady Noon) e Donatello (Micah Abbey) parlano e si atteggiano come ragazzi della Generazione Z, ma la loro “diversità” li costringe a vivere isolati, rinunciando a quella socialità che è basilare per ogni adolescente.

Com’è già accaduto in passato, anche questa rilettura delle Tartarughe Ninja è in gran parte autonoma, frutto del gusto degli autori. Il fumetto di Kevin Eastman e Peter Laird nasce come opera autoprodotta, una parodia dei fumetti commerciali (soprattutto il Daredevil di Frank Miller) da un punto di vista underground. Inutile cercare la medesima impronta indie nel film di Jeff Rowe, se non nel tratto piacevolmente irregolare: l’intera veste grafica, non a caso, è ispirata ai disegnini che un teenager potrebbe abbozzare ai margini del suo quaderno. Come in Spider-Man: Into the Spider-Verse e nel suo sequel, l’animazione sceglie di rendere palesi i suoi elementi costitutivi, invece di nascondersi dietro una pulizia rigorosa e asettica. Il tracciato della matita è ben visibile, i colori sono sfumati come in un acquerello, mentre le fisionomie appaiono sproporzionate e grottesche: come scarabocchi in movimento.

La trama di Tartarughe Ninja: Caos mutante non è altrettanto originale, ma fa il suo dovere. La genesi delle tartarughe rimane la stessa, pur con qualche differenza rispetto alle iterazioni precedenti: una sostanza mutagena creata dallo scienziato Baxter Stockman (Giancarlo Esposito) cola nelle fogne di New York City dopo che gli uomini del Techno Cosmic Research Institute prendono d’assalto il suo laboratorio, e trasforma quattro tartarughe in animali antropomorfi, insieme al topo Splinter (Jackie Chan). Quest’ultimo le cresce come un padre, e insegna loro le arti marziali – apprese da film e video istruttivi – perché si difendano dai pericolosi umani. Ormai adolescenti, Leonardo, Michelangelo, Raffaello e Donatello sognano di vivere una vita normale, ma ignorano che là fuori esistono altri mutanti come loro. La mosca Superfly (Ice Cube) guida infatti una gang di animali antropomorfi che pianifica di conquistare la Terra, e toccherà alle tartarughe il compito di fermarli, con l’aiuto dell’aspirante reporter April O’Neil (Ayo Edebiri).

Al netto di qualche dialogo espositivo un po’ troppo didascalico, la sceneggiatura di Jeff Rowe, Dan Hernandez, Benji Samit, Seth Rogen e Evan Goldberg ha un merito notevolissimo: parla la stessa lingua del suo pubblico di riferimento. Le tartarughe condividono l’immaginario della Generazione Z, e il film stesso ne rievoca i ritmi concitati, la sovrapposizione delle voci, il ricorso alle citazioni pop e l’accumulazione di stimoli sensoriali. La mano di Rogen e Goldberg, due nerd che sanno il fatto loro, si sente moltissimo nell’approccio disincantato al materiale di partenza, e dimostra come la coppia sia in grado di creare intrattenimento anche nei limiti del cinema per famiglie. Il loro sguardo postmoderno non ha eccessi metanarrativi (per fortuna), ma si limita a compiere un’operazione di recupero sull’immaginario collettivo: esemplare, in tal senso, l’utilizzo di vecchi successi musicali come No Diggity e What’s Up?, peraltro senza la banalità di altre produzioni simili (pensiamo alle canzoni trite e ritrite di Super Mario Bros., ad esempio). Qui la selezione dei brani rimanda all’epoca di maggior successo delle tartarughe – c’è molto hip-hop dell’East Coast anni ’90 – e il modo in cui vengono usati non è affatto scontato. La colonna sonora originale di Trent Reznor e Atticus Ross riempie i vuoti, aggiungendo un efficace controcanto alle loro avventure.

Nei fatti, Tartarughe Ninja: Caos mutante è una storia di origini che racconta la formazione dei nostri eroi come paladini del bene, ma con motivazioni credibili per quattro teenager. Inizialmente, ai protagonisti importa solo di essere accettati, e gli strumenti della Generazione Z non fanno che rendere più dolorosa la loro emarginazione: social network, cellulari e tablet li espongono a una realtà allettante che non possono vivere in prima persona, costringendoli al ruolo di spettatori passivi. Il fatto che debbano “solo” salvare il mondo per entrare a far parte della società la dice lunga sulle nostre capacità di accoglienza, ma l’esito finale è un sogno di integrazione che fa bene al cuore.