Il meglio di Robert De Niro in 5 film leggendari

Il meglio di Robert De Niro in 5 film leggendari

Di Giulio Zoppello

“Qual è il miglior attore con cui hai mai lavorato?” “Io…”. Era solo una battuta quella che Robert De Niro sparò al The Late Show di Stephen Colbert 4 anni fa, lo fu soprattutto perché poi citò Marlon Brando, definendolo un punto di riferimento. Ma risulta davvero difficile non trovarvi un brandello di verità quando si parla di lui, di Robert Anthony De Niro Jr., newyorkese doc, mix genetico di Molise, Irlanda, Francia, Olanda e Germania. I suoi 80 anni sono una data importante, irrinunciabile, per chiunque ami il cinema anche solo alla lontana. Celebrarli scegliendo i 5 film più iconici è uno dei compiti più gravosi, infidi e ingrati che esistano, ma è anche un modo per ripercorrere una carriera senza pari.

Toro Scatenato

Jake LaMotta rimane una figura assolutamente mitologica della storia della boxe. Italo-americano figlio del Bronx diroccato e privo di prospettive, pugile tanto sensazionale e agguerrito, quanto sostanzialmente incapace di avere una vita normale, nelle mani di De Niro diventa una delle anime torbide più incredibili mai viste sul grande schermo. Coadiuvato da un Joe Pesci in stato di grazia, Robert De Niro fu capace di creare un vero e proprio simbolo eterno del peggio del machismo, della violenza e della sopraffazione esercitata da un uomo verso le donne ed anche verso sé stesso. Film forse più intimo e personale nella carriera di Martin Scorsese, ha in lui un personaggio che definire sgradevole è addirittura riduttivo, ma per il quale è impossibile non provare anche una profondissima pietà. Questo per la perfetta coscienza del suo rappresentare un risultato coerente con un certo ambiente e una certa parte della società, quella degli ultimi, degli abbandonati, dei crudeli perché disperati e privi di possibilità. Toro Scatenato gli fruttò uno strameritato Oscar come Miglior Attore Protagonista, l’unico fino ad oggi finito nelle mani di questo attore, dedicatosi anima e corpo a questo ruolo. De Niro si sottopose ad allenamenti a dir poco sfiancanti, così come fu capace di mettere su chili, dando l’inizio ad un iter di trasformazione del corpo dell’attore, che poi moltissimi altri hanno seguito.

Il Cacciatore

Capolavoro firmato da Michael Cimino, Il Cacciatore è e rimane il film simbolo della tragedia nella giungla e tra le risaie del Sud est asiatico, di quei ragazzi partiti dall’America sicuri di imitare la gloria dei padri della Generazione Gloriosa, e invece tornati a casa spezzati o nel corpo o nello spirito.
Robert De Niro con il suo Mike, compone assieme a un bravissimo Christopher Walken e a Meryl Streep un triangolo non solo sentimentale ma anche esistenziale, in cui egli rappresenta la parte più coraggiosa, matura ma comunque tragica di quel gruppo di amici, cambiato per sempre dalla Guerra in Vietnam.
Film a dir poco straordinario per la sua eleganza formale, per la potenza e carica emotiva, Il Cacciatore gli permette come forse mai prima di allora, di esibire quella sua recitazione solo apparentemente sotto le righe, custode di un’anima irrazionale e violenta, che egli odia ma che è sempre sul punto di esplodere, sovente nei modi meno prevedibili e giusti. Straordinario per come sa lavorare sulle microespressioni e sui gesti più banali per trasmettere emozioni e stati d’animo, il personaggio di Mike rimane una delle sue prove d’attore più sontuose di sempre, nonché l’acuto per eccellenza di quella New Hollywood, di cui Robert De Niro è stato senza ombra di dubbio l’interprete più rappresentativo. Altra Nomination agli Oscar come Miglior Attore Non Protagonista e un altro pezzo di storia del cinema appiccicata addosso.

Taxi Driver

Travis Bickle è il suo personaggio più folle, più stralunato, più sopra le righe, forse anche il più leggendario da certi punti di vista, se non altro per l’anomalia che rappresenta ancora oggi, in una cinematografia abitata da uomini controversi, ambigui, ma connessi alla quotidianità. Con Taxi Driver di Martin Scorsese, Robert De Niro si connette ancora una volta al Vietnam, ma questa volta all’interno di un racconto onirico, grottesco, violentissimo, nei panni di questo tassista/giustiziere. Il tutto dentro una metropoli che è una giungla sanguinolenta e folle. Ritratto ad un tempo patetico e glorioso della mediocrità dell’uomo comune, della follia sopravvissuta ad una New York mai come prima di allora ostile e selvaggia, Taxi Driver in quel 1976 rivoluziona il genere noir, il thriller psicologico e (al netto di un altro folle mancato riconoscimento da parte dell’Academy) rimane anche uno dei film più influenti di sempre. De Niro creò una sorta di mostro, simbolo dell’alienazione e della solitudine insita nella società moderna, soprattutto per chi era tornato con l’anima in frantumi da un conflitto. Allo stesso modo, è una grandiosa odissea sul concetto di diversità della norma, sulla realtà dell’emarginato come reietto in una realtà verso la quale non può che nutrire rancore, odio, che mal celano la volontà di sentirsi comunque incluso, di avere un riscatto che però non arriva mai, se non all’interno della propria mente. Robert De Niro ancora oggi strega dal primo all’ultimo minuto, mettendo la sua firma su alcune delle scene poi diventate più iconiche della storia del cinema.

Il Padrino Parte II

Si sarebbe dovuto aspettare HeatLa Sfida di Michael Mann per vedere finalmente assieme sul grande schermo Robert De Niro e Al Pacino. Fino a quel momento, ci si era dovuti accontentare (per così dire) de Il Padrino – Parte II, secondo capitolo della mitica trilogia di Francis Ford Coppola. Se nel primo film era stato il monumentale Marlon Brando a donare il proprio charme e la propria straordinaria espressività a Don Vito Corleone, Robert De Niro fu capace di stargli alla pari, mentre ci illustrava i primi anni della vita del futuro padrino. Qui vediamo la sua trasformazione da povero migrante, oggetto di soprusi e tirannia da parte del boss locale, a fredda e letale mente capace di sostituirvisi, di cominciare quella lenta scalata al potere, che l’avrebbe reso infine uno dei boss più potenti di Cosa Nostra d’oltreoceano. Film diviso a metà tra il presente di Michael e il passato della sua famiglia, ha in lui un protagonista eccezionale, per come De Niro sa dipingere la realtà storica di quegli anni. Attraverso Vito vediamo l’emarginazione, la fame, l’ingiustizia e quindi il crimine come necessità per tutti coloro che, arrivati dal povero stivale italico, erano sbarcati in cerca di fortuna. Forse nessun personaggio della saga de Il Padrino ha un significato antropologico e sociale così profondo, questo grazie a lui, inquietante quanto basta nel saper creare una metamorfosi quasi kafkiana, dove dietro i modi suadenti, la parlantina rassicurante, si intravede la lenta presa di coscienza chi si rende conto, che solo con la violenza potrà riscattare la sua esistenza. Interpretazione straordinaria, anche perché creata con un incredibile padronanza del dialetto siculo, nonché con il suo solito lavoro in sottrazione, capace di suggerire ed evocare, più che dimostrare in piena luce.

C’era una volta in America

L’ultimo film di Sergio Leone avrebbe procurato al grande regista tantissimi dispiaceri, aggravato le sue condizioni di salute, a causa dello scellerato montaggio deciso dalla casa di produzione, che generò il flop terrificante al botteghino di questo meraviglioso gangster movie. C’era una volta in America ha permesso a Robert De Niro di abbracciare il suo personaggio in assoluto più ambiguo, più affascinante e più memorabile: Noodles. Malinconica e bellissima tragedia, che unisce in sé la componente del crime a quella del film di formazione, C’era una volta in America lo vede nei panni del protagonista, in assoluto il gangster più realistico, meglio interpretato, più umanamente complesso che si sia mai visto.
Assieme a James Woods, De Niro mette in scena quella che in certi momenti appare quasi una tragedia shakespeariana, in cui l’amicizia più fraterna pare quasi accarezzare le corde dell’erotismo rinnegato.
Se non fosse stato per Robert De Niro, Sergio Leone non sarebbe mai riuscito a farci comprendere la sua finalità ultima: darci uno sguardo reale, cinico e crudo dell’anima di un criminale, capace di essere apparentemente romantico e devoto alla donna che dice di amare, salvo poi lasciarsi andare ad una delle scene di stupro più strazianti della storia del cinema. Anche grazie alle bellissime musiche di Ennio Morricone, C’era una volta in America diventa per Robert De Niro un’opportunità con cui fare sfoggio di tutta la sua gamma espressiva, donandoci uno dei protagonisti cinematografici più in simbiosi con il concetto di ambiguità morale di sempre. Il fatto che anche questa interpretazione sia stata ignorata dall’Accademy fa capire quanto questo straordinario attore sia ancora oggi in credito.

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