El Conde, la recensione del film di Pablo Larraín da Venezia 80

El Conde, la recensione del film di Pablo Larraín da Venezia 80

Di Lorenzo Pedrazzi

Pablo Larraín non smette di fare i conti con la dittatura di Augusto Pinochet, già al centro (o sullo sfondo) degli acclamati Tony Manero, Post Mortem e No – I giorni dell’arcobaleno. Il caso di El Conde è però molto peculiare: per la prima volta, il regista cileno affronta l’argomento da una prospettiva satirica e immaginifica, giocando con i generi cinematografici e con un citazionismo mai troppo insistito.

L’idea è riassumibile in poche parole: Pinochet è in realtà un vampiro, e continua a nutrirsi del sangue dei cileni anche nel presente. Nato in Francia nel Settecento, il giovane Pinoche è un ufficiale di Luigi XVI che assiste all’esecuzione del suo Re e di Maria Antonietta, scoprendo ben presto di essere un vampiro immortale. Gira il mondo per decenni prima di fermarsi in Cile, dove prende il nome di Augusto Pinochet (interpretato da Jaime Vadell) e rovescia il governo democraticamente eletto di Salvador Allende. Il suo regime dura dal 1973 al 1988, quando un plebiscito nazionale porta alla convocazione di libere elezioni, da cui esce vincitore Patricio Aylwin. L’anziano Pinochet può solo accettare la sconfitta, finché nel 2006 non decide di fingere la sua morte per ritirarsi a vita privata. La cattiva fama che lo circonda è però impossibile da sopportare, e l’ex dittatore decide ben presto di lasciarsi morire, smettendo di bere sangue. Ciononostante, mentre i suoi figli si contendono l’eredità, una suora in missione segreta per conto del Vaticano riaccende all’improvviso la passione del vampiro.

Se pensate che Pablo Larraín punti tutto sulla satira e ignori l’orrore, state sottovalutando il grande cineasta. El Conde spinge chiaramente sull’ironia, ma sarebbe ipocrita se tralasciasse la brutalità del vecchio despota, qui ritratto come un mostro in senso anche letterale. Larraín indugia persino in alcune trovate splatter per mostrare le imprese di Pinochet, goloso di sangue e cuori freschi, ma al contempo si diverte a citare i classici del genere: il cappotto dell’ex generale diviene un mantello à la Bela Lugosi, mentre l’inquadratura in penombra sul ponte della nave rievoca il Nosferatu di Murnau. A livello generale, la fotografia in bianco e nero di Edward Lachman rimanda proprio ai classici del cinema horror, in particolare i monster movie della Universal.

Ovviamente sono citazioni puramente ludiche, dato che il nucleo del film è molto più politico. Coadiuvato da un notevole gusto per l’assurdo, Larraín ci spiazza fin dall’inizio con una voce narrante inaspettata, e stabilisce una continuità fra gli oppressori di ieri, di oggi e – verosimilmente – anche di domani. La sua visione disincantata del mondo sottolinea l’eterno ritorno della tirannide, che semplicemente si adatta ai tempi e si rinnova. Il Male, insomma, non muore mai: al massimo rinasce sotto nuova veste, e si nasconde dietro apparenze innocue. Lo stesso Pinochet anziano, in fondo, sembra inoffensivo, ma può librarsi in volo per trucidare i cileni quando ha sete di sangue.

Grazie a un terzo atto folle e rivelatore, la sceneggiatura di Larraín e Guillermo Calderón si fa perdonare una parte centrale ingarbugliata, dove la contesa dell’eredità scade in dettagli trascurabili, e l’intreccio sembra non andare da nessuna parte. Ma è solo un’impressione, utile a preparare il terreno per il finale. Netflix impone regole discutibili (come quella di catturare l’attenzione del pubblico nei primi due o tre minuti, cosa che El Conde riesce a fare con naturalezza), ma per fortuna il colosso dello streaming non ha problemi con la blasfemia, e lascia al regista tutta la libertà necessaria. L’esito è paradossale, eppure controllato al decimo di secondo, come le splendide inquadrature panoramiche che sembrano quasi citare le danze volanti di Chagall. Sono in pochi a saper scorgere la bellezza persino nell’orrore, ma Larraín è maestro anche in questo. Non cerca mai soluzioni facili, non asseconda la pancia del pubblico, e si riconferma come uno degli autori più onesti del cinema contemporaneo.

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