Quando si tratta di facce da cinema, pochissimi attori possono rivaleggiare con Malcolm McDowell, che ha avuto la fortuna e assieme la sfortuna, di sposarsi a capolavori estremi in quel cinema degli anni ‘70 in cui si osava ad un livello incredibile. Un fatto che forse da un certo punto di vista lo ho anche limitato.
Oggi, che compie 80 anni, è però giusto guardare oltre il capolavoro di Kubrick o Brass, andare più nel dettaglio nella carriera di un’interprete che ho saputo destreggiarsi anche in altri generi, mettendo a disposizione quel suo cipiglio rapace per film accattivanti, originali e potenti.
Il capolavoro di Stanley Kubrick è senza ombra di dubbio non solo il film per il quale Malcolm McDowell verrà ricordato in eterno, ma si può dire che ad un tempo ne abbia cambiato nel meglio e in peggio la carriera d’attore. Nei panni di Alexander DeLarge, capo di quella banda di teppisti che si lascia andare ad ogni tipo di violenza e depravazione in una Londra futuristica, distopica e violenta, Malcolm McDowell in Arancia Meccanica dimostrò una presenza scenica, una dedizione e un carisma semplicemente stratosferici.
Essere luciferino, infantile tanto quanto crudele, dedito ad ogni tipo di depravazione, Alexander diventa il simbolo bene o male di un futuro immaginato da Kubrick, sull’accesso come regolarità, su un mondo in cui la sessualità è basata sull’egoismo e l’ingordigia, sulla frustrazione. Allo stesso tempo, il suo percorso di falsa redenzione, l’iconica scena del trattamento Ludovico, rappresentano dei momenti iconici della storia della cinematografia. Soprattutto, la suprema rappresentazione del concetto di violenza nella società per Kubrick, il suo utilizzo e assieme la sua ipocrita condanna al di fuori delle maglie di essa, hanno in lui un simbolo attualissimo. Ad oggi, Alexander può essere ritenuto non solo un’icona culturale, ma uno dei personaggi più importanti e profondi della settima arte, in virtù della sua natura sia di vittima che di carnefice, del contenere il peggio di ciò che l’animo umano possa concepire. Senza ombra di dubbio uno dei protagonisti più importanti del cinema, in una delle interpretazioni più viscerali e indovinate di sempre.
Film che fece discutere tanto, anzi tantissimo, Caligola di Tinto Brass in quel 1979 destò scalpore, fece discutere, venne censurato e proibito in tantissimi paesi; eppure, non si può negare che la sua eredità, ciò che ha rappresentato, abbiano superato ogni ostacolo, così come il pericolo di rimanere semplicemente una manifestazione del cinema di quel periodo. La storia è nota, si rifà con notevole libertà ma anche con una volontà di restituirci un certo spaccato d’epoca, alla vita del controverso imperatore romano.
Malcolm McDowell si presta con fare seducente e diabolico ad un personaggio folle, eppure ad un tempo incredibilmente seducente nella sua putredine, in cui si parla del concetto di potere come di qualcosa di ipnotico ma allo stesso tempo di impalpabile. Film che utilizza a piene mani ogni tipo di nudità, oscenità, carico di una violenza tanto gargantuesca da essere ben poco credibile, Caligola permette però a McDowell di muoversi dentro i panni di uno dei personaggi più misteriosi e controversi di sempre, a cui sa donare ogni sfumatura della follia, della mancanza di equilibrio, così come del concetto di solitudine.
Il potere da politico diventa carnale, diventa quello di vita e di morte in un lungometraggio che alla fine è anche un ragionamento sul monoteismo, sull’ingiustizia che governa il mondo, con una visione pessimistica, cinica e mostruosa della Storia, in antitesi al colossal hollywoodiano e al peplum.
Gangster N° 1 di Paul McGuigan è uno dei migliori crime usciti dalla Gran Bretagna nel XXI secolo, un film in grado di accarezzare anche le corde del thriller, del neo noir, ma soprattutto di decostruire i topi del genere, portandoci in una Londra sanguinolenta e brutale. Assieme a Paul Bettany, Malcolm McDowell interpreta “Gangster”, personaggio all’interno del quale possiamo ritrovare alcuni dei più iconici personaggi della malavita londinese. Ecco allora che ci troviamo in un continuo flashback flashforward tra gli anni ‘70 e la modernità, in cui seguiamo il lento scivolare nella pazzia di un uomo privo di ogni forma di empatia e di lealtà, se non verso quel Freddie Mays (David Thewils) verso il quale ha chiaramente una gelosia che maschera un’omosessualità repressa e violenta. Attraversato da un black humor irresistibile, Gangster N° 1 distrugge completamente l’epica, il concetto di amicizia virile che avevano illuminato film come C’era una volta in America, Scarface o simili. Malcom McDowell interpreta il Gangster nel momento del suo tracollo, ne fa un uomo disturbato e oscenamente violento, assolutamente incapace di fermarsi mentre abbraccia l’autodistruzione. Eppure, allo stesso tempo Paul Bettany e McDowell ci donano uno dei ritratti più onesti, realistici, della mentalità criminale, di quel connubio di ingordigia, egoismo, violenza e malvagità che il cinema spesso ha nascosto, per abbracciare una visione inutilmente romantica e consolatoria.
Diretto da Robert Altman, The Company vent’anni fa ci dona uno degli sguardi più belli, intimi, quasi semi documentaristici, sulla realtà complessa e spietata delle compagnie di danza moderne. Il Joeffrey Ballet è un piccolo universo comandato con fare dittatoriale, narcisista è alquanto eccentrico da Alberto Antonelli, direttore artistico che guida la compagnia verso uno spettacolo che deve, inesorabilmente, essere perfetto. The Company segue soprattutto le vicende di Loretta Ryan (Neve Campbell) a cui con lo spettacolo può offrire una seconda chance non solo a livello di carriera, ma anche per distrarsi da una vita privata alquanto tormentata. Film corale, pur avendo nella realtà la volontà di farci perdere dentro una sorta di labirinto ammaliante e realistico, seducente visivamente, nei dialoghi e nelle interazioni, permette a McDowell di abbracciare un altro personaggio eccentrico, ma questa volta incredibilmente realistico.
Film a dir poco straordinario dal punto di vista ed estetico, con una regia e una fotografia magnifiche, The Company viene utilizzato da Malcolm McDowell per omaggiare e lo stesso tempo sbeffeggiare i tanti grandi registi che ha incontrato nella sua carriera. Film definitivo quindi su questi uomini al comando, sicuri di essere quasi illuminati da una sorta di luce divina, di avere una sorta di potere ultraterreno verso gli altri, banalissimi mortali. Anche per questo, anche grazie al suo personaggio, the Company diventa un grande tributo alla fatica di chi vive in quel mondo, così come uno sberleffo al peggio in esso contenuto.
Un film come questo oggi sarebbe impossibile da creare, non fosse altro per la paura di un’imitazione che purtroppo negli Stati Uniti, è diventata una sorta di calamita. Eppure, Se… è il primo film della storia a mostrare una sparatoria all’interno di un istituto scolastico, in un film in cui Malcolm McDowell interpretava uno degli studenti più giovani all’interno di un collegio in cui vigevano abusi sessuali, bullismo, violenze. Soprattutto si celebrava una metafora perfetta del classismo che ancora oggi ammorba il sistema educativo e la società stessa britanniche. McDowell nel film di Lindsay Anderson veste i panni per la prima volta di Mick Travis, che poi avrebbe ripreso in O Lucky Man! e Britannia Hospital. Film eccezionale per il suo simbolismo, premiato con la Palma d’oro al Festival di Cannes del 1969, Se… oltre a lanciare il giovane attore inglese e a farlo scegliere da Stanley Kubrick per Arancia Meccanica, mette in mostra per la prima volta coraggiosamente una disamina dell’ipocrisia della società, della violenza che la pervade, della repressione che colpisce gli ultimi, i diversi, mettendo alla berlina anche la religiosità bigotta e le istituzioni in generale. Quello di Mick Travis, un po’ ribelle un po’ pazzo stralunato, rimane il personaggio a cui McDowell ha dato di più nella sua carriera, forse anche il più rivoluzionario in senso generale.