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Elemental: “Mamma, la dobbiamo aiutare”, disse la bambina in sala (recensione senza spoiler)

Pubblicato il 25 giugno 2023 di DocManhattan

Credo che per prima cosa dovremmo sgombrare il campo da possibili equivoci, affrontando proprio questa cosa del “Pixar minore”: una definizione che nelle scorse settimane ho letto di Elemental un po’ ovunque. Battezzare come minore nelle ambizioni una pellicola costata 200 milioni di dollari sarebbe un tantinello difficile: è il doppio di quello che sono costati Super Mario Bros. – Il film e Spider-Man: Across the Spider-Verse. Minore solo nei risultati, allora? Sì, negli USA ha raccolto pochissimo (ci arriviamo dopo), ma basta il box office come metro di valutazione dell’importanza di un film, nel catalogo della sua casa di produzione? No, perché nel caso Cars 3 o persino lo spin-off Planes mollato ai Disneytoon Studios dovrebbero essere film di ben altra pasta rispetto ad Elemental. E non è così. Questa è dunque la storia di un film in parte diverso dai precedenti, ma con cui comunque Pixar ha provato a tornare nel solco della sua tradizione e di quella Disney, dopo aver sperimentato. E il risultato, paradossalmente, non è stato un’accoglienza calorosa come la sua protagonista femminile, ma una secchiata d’acqua gelida.

UNA STORIA D’AMORE

Elemental è diverso nella misura in cui è dal primo all’ultimo minuto una commedia sentimentale. C’è, anche qui, la figura di un padre e il rapporto tra le generazioni e con le tradizioni di famiglia, come in Inside Out, Onward e Red. Ma tutta la storia ruota attorno a una coppia che sfida i pregiudizi per arrivare a ripetersi, più volte, “Ti amo” e baciarsi tra gli ooooh del pubblico. Un Romeo d’acqua e una Giulietta di fuoco inseriti in una chiara metafora di una società multietnica dove, e la cosa viene resa palese all’inizio, gli ultimi arrivati sono sempre quelli per cui è più difficile integrarsi. Per il razzismo e la diffidenza con cui vengono accolti, per il fatto che, in un gesto istintivo di autodifesa, tenderanno a chiudersi a riccio e a restare tra la loro gente. Ed esattamente come avviene nel mondo vero – peraltro, in un Paese come gli USA, il concetto di base secondo cui quasi TUTTI sono discendenti di immigrati in quel luogo, prima o dopo, è verissimo – alle nuove generazioni è demandato il compito di superare diffidenze e vecchie consuetudini. O anche le gaffe delle famiglie più progressiste (quella battuta sulle capacità di linguaggio di una persona che è in realtà madrelingua).

La struttura di Element City, il modo in cui la vita della metropoli si sia adattata ai vari elementi, richiama fin troppo Zootropolis, come del resto la coppia di protagonisti, molto diversi fra loro e alle prese con bias e scogli culturali. Ma se in Zootropolis il messaggio era che siamo tutti uguali, nonostante le apparenze (tanto che una pecora può farsi predatore e viceversa), qui si punta senza troppi giri di parole sul tema dell’integrazione. Il tutto da un’idea e con la regia di Peter Sohn, un newyorkese figlio di immigrati coreani.

BEL PAESAGGIO, POCHI TORNANTI

Ed è tutto visivamente molto bello, i personaggi sono piacevoli, c’è – non che sia una novità assoluta per chi già undici anni fa aveva in catalogo Ribelle – questa riuscita inversione dei ruoli tradizionali per cui è Ember a condurre le danze, farsi eroina d’azione. Ma c’è anche che una volta stabilito il setting e giocata la sua metafora iniziale, Elemental scorre senza particolari colpi di scena o sussulti. È una storia d’amore, in un film d’animazione per famiglie: il lieto fine non è mai in discussione, ovviamente, e allora se non ci metti qualche deviazione lungo il percorso, rischia di sembrare alla fine tutto un rettilinea fatto a 40 all’ora. Bel paesaggio, sì, ma non esattamente il massimo. Zootropolis, nonostante delle premesse simili, era un film diverso, dicevamo: perché era un giallo, e il mistero teneva desta l’attenzione. Questa è una commedia romantica, e ha lo stesso sviluppo di qualsiasi commedia romantica.

Certo, con gli occhi disillusi di un ultraquarantenne che di commedie romantiche simili nella vita ne avrà viste duecento. Agli occhi di un bambino non è necessariamente così. A mia figlia è piaciuto e ne ha già letto pure il libro illustrato: se storie simili funzionano da oltre, boh, tremila anni, è perché fanno leva su sentimenti basilari in ogni individuo che non sia un adoratore del demonio. Elementari, oltre che elementali. Se ci aggiungi il sense of wonder di un o una under 10, magari anche quei momenti d’incertezza, apparentemente drammatici del canovaccio funzionano di più.

In uno di quegli attimi di tensione, una bambina in sala ha detto ad alta voce: “Mamma, la dobbiamo aiutare!”. Come se lei, la mamma, chiunque potessero fare davvero qualcosa in quel momento per Ember. È stato, credo, il parere più accorato su un film che abbia ascoltato negli ultimi mesi.

Poi, a livello personale, credo anche che il “momento Bing Bong”, quella stilettata tra le costole rivolta al pubblico adulto in sala, abbia smesso di funzionare bene come un tempo, per una questione di assuefazione. Te lo aspetti, e proprio perché te lo aspetti, ha vita meno facile. E lo scrive uno che andò a vedere la regia precedente di Sohn, Il viaggio di Arlo, in una condizione d’animo molto particolare, dopo giorni difficili, e venne completamente brasato da quello che per tanti è giusto un film Pixar meno importante, uscito nel cono d’ombra di Inside Out, con pochissimo battage promozionale.

LE IDEE DI PIXAR

Ma tornando a Pixar, c’è davvero una crisi di idee, nella macchina dei sogni che per anni è stata il fiore all’occhiello della produzione animata occidentale? Se di quello parliamo, di idee e non di incassi, a scorrere l’elenco delle sue pellicole degli ultimi tre o quattro anni, non si direbbe. Fatto salvo che, al di là del risultato, ci sono per forza di cose meno spunti in un Toy Story 4 (il capitolo se vogliamo superfluo, giusto per mungere la vacca, di una saga che aveva già avuto una chiosa perfetta con il 3) che in un Red, quest’ultimo, così come Onward, Soul, e perfino il concept e la prima parte di Lightyear, portavano avanti il discorso Pixar. Parlavano d’altro, quasi sempre con grande maturità. Elemental, al di là degli argomenti che affronta, rappresenta decisamente di più, rispetto a questi, un ritorno a una struttura narrativa classica, per un film Pixar-Disney. Con la “commerciabilità” dei protagonisti che, per ragioni molto diverse fra loro, non avevano né un Soul, né Lightyear. E allora cosa è andato storto?

Se il pubblico non ha gradito, quanto meno in patria (da noi, Elemental sta andando molto bene), affossando la carriera del povero Sohn con un altro risultato magro al box office dopo Il viaggio di Arlo, è magari, come rileva Robert Bernocchi in una delle sue analisi del mercato sempre molto interessanti, per fattori che vanno al di là dei meriti o demeriti del film. Una mancanza di interesse di base, figlia di un cambio di abitudini che la pandemia ha portato per il pubblico tipico di queste pellicole animate per famiglie.

IL CINEMA NUOVO DEI NOMI NON NUOVI

Non è un caso, insomma, che i numeroni li facciano film legati a saghe o personaggi già molto noti (i citati Across the Spider-Verse e Super Mario),  laddove invece pellicole nuove come Strange World o Elemental risultano più difficili da vendere, tanto più a un pubblico che con ogni probabilità è abbonato a Disney+ e sa che dopo qualche settimana potrà guardarseli in salotto, senza costi aggiuntivi e senza dover fare il giocoliere con tre cestelli di popcorn sui gradini che portano in sala.

Il filotto di uscite in digitale composto da Soul, Luca e Red potrebbe davvero aver disinnescato la voglia di quel pubblico di concedere fiducia a Pixar per IP nuove – in sala – impigrendolo e spingendolo a una breve attesa per il recupero casalingo. Il che è triste, perché se c’è una cosa che ha fatto grande la Pixar è sempre stata proprio la voglia di stupire, con qualcosa di nuovo. In tal senso, potrebbe davvero essersi rotto il giocattolo. Il che è tristemente ironico, per la casa dei Toy Story.

Prima di chiudere, due parole sul corto di Up (molto carino), L’appuntamento di Carl, proiettato subito prima di Elemental: QUEL MALEDETTO TEMA AL PIANOFORTE stava per fregarmi un’altra volta.