Sanctuary o facciamo la guerra non facciamo l’amore

Sanctuary o facciamo la guerra non facciamo l’amore

Di Giulio Zoppello

Sanctuary di Zachary Wigon rinnova il concetto di guerra dei sessi al cinema, lo fa in modo particolare, si potrebbe dire quasi laterale, con una sceneggiatura atipica e due protagonisti che più indovinati di così non si potrebbe. Chimica straordinaria tra Qualley e Abbott, mentre mettono in scena quello che non è solo la storia di un rapporto tossico, ma anche una metafora della società e del cinema stesso. Sanctuary è uno di quei film che soprattutto sa come catturare e mantenere la vostra attenzione, con le buone o con le cattive.

Lui, lei e un gioco di potere

Per Hal (Christopher Abbott) la vita è a una svolta: ha ereditato dal padre, figura imponente e altamente considerata, un impero alberghiero di quasi 200 milioni di dollari, ma è un uomo insicuro, che non si sente in grado di far fronte alla nuova responsabilità. Incapace di avere una relazione sentimentale sana, si è legato ai servigi prestati da Rebecca (Margaret Qualley). Rebecca però non è una escort, ma una Dominatrice, una mistress, per essere più precisi, che di volta in volta, seguendo un copione preciso, lo raggiunge in una stanza dei suoi tanti alberghi, dove mettono in scena una sorta di copione. Di solito è lo stesso Hal a scriverlo e vuole celebrare la sua indecisione, insicurezza, quella in cui si crogiola ma che a quanto pare vuole tenere nascosta al mondo. Tuttavia, nella sua nuova posizione, ritiene impossibile continuare quel rapporto, professionale e personale, in cui di volta in volta veste i panni dello schiavo di Rebecca. Conta perciò di liquidarla con un costoso orologio e tanti ringraziamenti, la ragazza però si ribella, rivendicando una maggior centralità nella sua vita, che a suo modo di vedere comporterebbe la necessità di un riconoscimento più sostanzioso. Di quale natura esso sia, lo scopriremo dopo un’altalena di emozioni, confronti, confessioni, una guerra psicologica alla fine della quale, nulla sarà come prima.

Una camera dove va in scena una guerra tra i sessi

Sanctuary è diretto con mano sicura da Zachary Wigon, tra i volti emergenti della macchina da presa d’Oltreoceano, che conferma il suo talento, cucendo un racconto scritto da Micah Bloomberg per interni, tra quelle pareti di un albergo. Lì domina l’insicurezza e la necessità di conferme di Hal e la machiavellica spietatezza di Rebecca. Sono uno il contrario dell’altra, forse proprio per questo funzionano così bene, forse proprio per questo lui sente di aver bisogno di lei, di doverle qualcosa. Allo stesso modo lei però si sopravvaluta, o meglio sottovaluta lui, la sua avidità, la sua volontà di essere emule di quel padre, che aleggia come un fantasma, di cui cerca in qualche modo gli insegnamenti pur avendone sempre disprezzato la persona. Sanctuary da questo punto di vista risulta essere senza ombra di dubbio non tanto creativo a livello di iter diegetico, ma sicuramente profondo come capacità di far evolvere i personaggi, di rendere la loro relazione non tanto rappresentativa di un certo sottobosco BDSM, ma di un certo ambiente sociale.
Parliamo di quello fatto di vulnerabilità e lussi costosi, di un dare un prezzo a tutte le cose, mentre invece si fa finta di essere indifferenti alla materialità della vita. In tutto e per tutto Sanctuary diventa quindi anche una metafora della società moderna, del rinnovamento sociale, dei nuovi mestieri che hanno creato una nuova middle class, che sgomita per avere ciò che ritiene dover avere. Il tutto inserito anche all’interno di un ambiente in cui l’aggressività femminile fa da contrasto ad un maschilismo sotterraneo ma evidente.

Un film dalle molte facce e finalità

Sanctuary però si presta anche ad un’altra chiave di lettura molto interessante: il rapporto tra arte ed artista, ma più ancora, andando sul teatrale o cinematografico, tra autore-regista e interprete.
I copioni degli incontri sono scritti da Hal, seguono un andamento fisso, che deve portare alla sua soddisfazione, o meglio la sua insoddisfazione soddisfatta. Rebecca però, dotata di una personalità molto più forte, sicura di sé, talentuosa e intelligente, rivendica una maggior libertà creativa, quella che lui, fedele all’ipse dixit, non ne vuole riconoscere. Sanctuary diventa di conseguenza anche uno sguardo cinicamente ironico sull’arte in quanto riflesso del narcisismo ed i rapporti di forza individuali, qualcosa che ci arriva soprattutto grazie a lei, ad una Margaret Qualley che si conferma essere interprete dotata di un’espressività pazzesca. Conturbante, armata di una sensualità a metà tra il torbido e l’inquietante è provocatrice e motore. Abbott col suo lavorare sulle microespressioni, l’aria corrucciata, dipinge in modo perfetto il tipico esemplare di maschio medio: non è né troppo bello né troppo intelligente né troppo stupido né troppo codardo, e proprio per questo può essere il perfetto contenitore per la mascolinità in crisi nei tempi moderni. Sanctuary è un film molto interessante ed originale per tutto quello che suggerisce più che per quello che dice, per il suo essere uno specchio a più facce di più realtà, più chiavi di lettura che ci offre in modo sicuramente accattivante.

Sanctuary arriverà il 25 maggio nelle sale italiane, distribuito da I Wonder Pictures.

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