Black Knight su Netflix e l’Occidentalizzazione del Made in Corea

Black Knight su Netflix e l’Occidentalizzazione del Made in Corea

Di Giulio Zoppello

Dalla Corea con furore, o meglio con un sacco di inventiva. Di base ormai è questo il mood degli ultimi anni, e su Netflix per confermare il tutto arriva l’ennesima serie che si arma di creatività, omaggi al genere e di una robusta dose di creatività. Parliamo di Black Knight, che sta dominando le classifiche e ci riporta alla fantascienza di una volta, quella brutta, sporca e cattiva e quindi divertente, ma per nulla superficiale, anzi capace di guardare più che alla fantasia, alla nostra inquietante prospettiva futura.

Un futuro polveroso e poco edificante

Anno 2071 (quindi manco così avanti cronologicamente). La Corea è di base un gigantesco deserto inospitale a causa di un asteroide che cadendo, ha sostanzialmente azzerato la civiltà umana e reso la crosta terrestre un habitat a dir poco ostile. Solo l’1% della popolazione è sopravvissuto e ciò che rimane di essa ora vive in una sorta di mondo cristallizzato verticisticamente in modo opprimente. Sei ricco e tieni i big money? Allora nessun problema, stai con ogni comodità e respiri aria pulitissima in una città avanzatissima, al contrario delle grandi masse, che escono bardate per proteggersi da gas tossici, soffrendo fame e sete. I viveri vengono distribuiti da mezzi corazzati che sono sotto la costante minaccia di aggressione da parte di bande armate che cercano di accaparrarsi tutto. A difesa di questi però ci sono i cosiddetti “cavalieri”, tra cui spicca 5-8 (Kim woo-bin), eccezionale combattente, dotato anche del fiuto tipico di un detective, che a poco a poco si troverà a dover combattere contro un complotto che mira a distruggere le classi più svantaggiate. Questo mentre il giovane Sa-wol (Kang You-seok) sogna di imitarne le gesta, con l’ufficiale Seol Ah (Esom) che fa del suo meglio per salvare vite mentre il potente Ryu Seok (Song Seung-heon) trama nell’ombra. Tra battaglie, polvere, sabbia e squarci di una tecnologia futuristica affascinante, Black Knight vi guiderà dentro sei puntate all’insegna dell’azione, con una marea di omaggi a più generi cinematografici e universi narrativi.

Il recupero della fantascienza di una volta

Black Knight è tratto, come successo ad altri tra i più apprezzati prodotti della serialità e cinematografia made in Corea, da una graphic novel, un webcomic per essere più precisi: “Taekbaegisa” di Lee Yoon-kyun.
La regia è affidata a Ui Seok Cho, che fin dall’inizio taglia la testa al toro e decide di sposare in pieno una messa in scena che si connette allo spirito occidentale, come del resto è sempre stata soprattutto occidentale la volontà di parlarci di un futuro distopico a dir poco inquietante. Black Knight in tutto e per tutto appare in effetti un collage di tante cose che abbiamo già visto in passato, il che è la sua forza e forse anche il suo limite in ultima analisi. Inutile dire che trionfa soprattutto un’umanità che ha molto in comune con quella vista in Mad Max, sia la saga originale che il nuovo film, così come con L’Esercito delle 12 scimmie, Codice Genesi, il mondo concepito da Tetsuo Hara per Ken Shiro, ma soprattutto 1997: Fuga da New York del maestro Carpenter. Abbiamo una società in bilico, deserti, una sorta di steampunk in salsa western, il mix tra futuro e passato tipico di chi ama i B-Movies di una volta e tanto altro ancora. Tuttavia, non è un B-Movie, qui si sono fatte le cose in grande, anche visivamente, il che poi a lungo andare può forse risultare un fattore frenante, così come il fatto che è tanto, troppo, occidentalizzato rispetto agli standard coreani che di solito abbiamo di fronte. Ma se cercate un’avventura sci-fi vecchio stile, beh Black Knight è quello che fa per voi.

Un action che strizza l’occhio al cinema di genere

Kim woo-bin dopo Alienoid (se non l’avete visto recuperatelo subito) mette il suo fisico longilineo e il suo viso allungato al servizio di quello che pare essere una sorta di mix tra Lo Straniero Senza Nome e i suoi epigoni, e una sorta di Bruce Lee vestito di nero. Black Knight segue molto l’iter videoludico incrociando il tutto con il tipico rapporto tra maestro-allievo, mentre mette in scena quella visione tipicamente pessimistica del cinema e della televisione coreane, tra classismo, barbarie e totale sfiducia nella società in quanto tale. L’iter narrativo appare essenziale a livello di profondità, non a livello di varietà visto il cambio repentino di location, ambienti, volta a suggerire una realtà a più livelli, dove permane la schiavitù medioevale e la tirannia più generalizzata. Qualcosa in più si poteva pretendere per il misterioso 5-8, che appare troppo stilizzato e per quanto “Leoniano” (o Corbucciano fate voi) manca di quella complessità e profondità, di quella caratterizzazione che poteva renderlo veramente interessante. Tuttavia, Black Knight mira soprattutto a regalare azione, quella non manca, anche a tinte molto forti, per togliere ogni velleità di leggerezza ad una trama, che va spedita verso il finale senza tentennamenti. L’insieme però non può far pensare (proprio in virtù di questa semplicità narrativa) ai nostri artigiani del cinema come Sergio Martino, Gastaldi, Sergio Garrone e tutti gli altri. Certo forse loro avevano più follia, meno voglia di lisciare il pelo al pubblico o forse semplicemente molti meno soldi di quelli Seok Cho.

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