Suzume e il superamento del trauma, la recensione del film di Makoto Shinkai

Suzume e il superamento del trauma, la recensione del film di Makoto Shinkai

Di Marlen Vazzoler

Suzume, il nuovo film del regista Makoto Shinkai, riprende un leitmotiv che ha caratterizzato la sua filmografia: “un ragazzo incontra una ragazza” e al tempo stesso se ne distacca.

Il regista sovverte il tropo trasformando il bel protagonista in una seggiola per bambini con tre gambe. Questa scelta, che offre divertenti siparietti comici e inseguimenti mozzafiato, permette ai due protagonisti di creare un legame profondo, che difficilmente sarebbe stato possibile con lui in forma umana.

Inoltre permette a Shinkai di spostare l’attenzione sul viaggio interiore di Suzume, una diciassettenne che quando aveva quattro anni ha perso la madre durante il terremoto del Tōhoku. Il percorso che intraprende, inizialmente solo per inseguire il gatto Daijin che ha maledetto Sōta, diventa un viaggio sull’accettazione della perdita.

Non a caso il regista sceglie delle mete molto precise per il suo viaggio di Suzume, dal Kyushu al Tōhoku: Ehime, teatro di diverse frane che hanno reso delle zone invivibili e Kobe e Tokyo colpite entrambe da due importanti terremoti.

La chiusura di ogni porta corrisponde alla chiusura di una ferita.

Personaggi

Il superamento di questi ostacoli e i legami forgiati nel corso di questo viaggio: prima con Chika, poi con Rumi e Serizawa permettono a Suzume di crescere, di espandere il suo mondo e di aprire il suo cuore.

I personaggi secondari sono sviluppati molto bene, tra questi si distinguono il capriccioso e imprevedibile Daijin, che diventa la forza motrice del film e Serizawa che agisce quasi come terapeuta tra Suzume e Tamaki durante il loro breve viaggio in auto.

Molto importante è anche l’evoluzione del rapporto di Suzume con la zia Tamaki: inizialmente dato per scontato, fastidioso quasi soffocante per le sue continue preoccupazioni, che raggiunge il punto di rottura quando la donna ormai esausta, condivide i sentimenti negativi che aveva sepolto fino a quel momento.

Un momento in cui molti adulti tenderanno a identificarsi e che per questo motivo farà molto male.

Animazione

Per quanto riguarda l’animazione, Shinkai ci ha abituato a un lavoro eccellente sia per l’animazione dei personaggi sia per gli sfondi che per la cura dei dettagli.

Sono presenti anche degli elementi in 3D, come Sōta in versione sedia, in generale direi che è stato fatto un buon lavoro di cell shading e fotografia, l’unica nota stonata è rappresentata dall’animazione in 3D del verme di Tokyo. C’è un netto contrasto tra gli elementi in 2D e quelli in 3D che risultano freddi e distaccate dal resto della scena.

Suono e colonna sonora

Quello che risalta subito è l’ottimo lavoro con il missaggio audio che mostra la maturità del lavoro della band RADWIMPS, qui alla terza collaborazione con Shinkai dopo your name. e Weathering with you.

Una delle cose che ho più apprezzato di questa colonna sonora, realizzata per la prima volta con il compositore Kazuma Jinnouchi, sono le tracce che accompagnano le scene con i vermi che danno una sensazione di misticismo e inquietudine, che viene ampliata dall’uso delle percussioni come in: Abandoned School, Dreaming on Ferris Wheel e Prayer.

I cori hanno una forte presenza in questo film, pensiamo alla bellissima Sky Over Tokyo e al tema musicale Suzume feat. Toaka, che si distanzia da quelli dei film precedenti, più accessibile al pubblico internazionale. In tracce come Abandoned Resort e To be with Sota aggiungono un senso di gravità.

Interessanti anche le musiche scelte da Shinkai durante il road trip con Tamaki e Serizawa, che descrivono perfettamente lo stato dei personaggi. I fan dello Studio Ghibli inoltre noteranno l’uso di una canzone di uno dei film di Miyazaki.

Un film che raccomando vivamente, e ricordate di rimanere seduti per la scena a metà dei titoli di coda.

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