Super Mario Bros. – Il film, la recensione

Super Mario Bros. – Il film, la recensione

Di Lorenzo Pedrazzi

Oltreoceano, una critica ubriaca di postmoderno sta stroncando Super Mario Bros. – Il film, al punto da rivalutare perfino lo sciagurato film del 1993 con Bob Hoskins. Ma non lasciatevi ingannare: la collaborazione tra Nintendo e Illumination funziona bene proprio perché non cavalca le tendenze, non vuole farsi cool né tantomeno gettare fumo negli occhi del pubblico adulto. Affermatosi ormai come archetipo di stravaganza videoludica, Super Mario non ha bisogno di contaminazioni, ma può permettersi di seguire una strada semplice, lineare, come lo scorrimento orizzontale dei suoi primi giochi platform.

Ovviamente lo sceneggiatore Matthew Fogel deve trovare un modo per sistematizzare sia i mondi del videogioco sia il coinvolgimento dei fratelli Mario e Luigi nella guerra contro Bowser. Li incontriamo all’inizio come due idraulici di Brooklyn: si sono appena messi in proprio, e hanno speso tutti i risparmi per uno spot televisivo con tanto di rap orecchiabile. La loro famiglia italoamericana è una simpatica collezione di macchiette baffute, ma Mario sente la mancanza del supporto paterno. Dopo un rimprovero del genitore, vediamo il protagonista rifugiarsi avvilito nella sua cameretta, arredata come quando era ragazzo. Per la cronaca, Mario ha un’età apparente che oscilla tra i 25 e i 55 anni, come pure Luigi: il film sceglie infatti di non razionalizzare gli aspetti più surreali o caotici del gioco, ma li accetta per come sono. Si nota in particolare quando i due fratelli vengono catapultati nei reami di Bowser e Peach, sovrani rispettivamente delle Terre Oscure e del Regno dei Funghi. Gli elementi caratteristici della saga, come i blocchi punto interrogativo, i potenziamenti, i tubi e le piattaforme semoventi, vengono dati per scontati, e integrati nella trama in modo elementare. Non ci sono spiegazioni contorte per giustificarne la presenza: esistono e basta.

In tal senso, si avverte l’influenza di Shigeru Miyamoto come produttore al fianco di Chris Meledandri. Ben lungi dal complicare un mondo già definito, Super Mario Bros. – Il film sceglie invece di universalizzarlo. Ambientando la storia in una specie di eterno presente, i registi Aaron Horvath e Michael Jelenic cedono al citazionismo solo per omaggiare i classici Nintendo dell’era arcade e NES, che ammiccano alla nostalgia degli spettatori più maturi. Per il resto, però, si tratta di una pura avventura fantasy dedicata ai ragazzi, dove l’allineamento con i trend contemporanei si limita all’indispensabile. La caratterizzazione di Peach, ad esempio, non solo rievoca il topos della principessa guerriera già sdoganato da Shrek vent’anni fa, ma rispecchia l’evoluzione dell’eroina nella saga videoludica, ormai emancipatasi dal ruolo di damigella in pericolo. Anche l’inserimento di brani degli anni Ottanta è un’eredità del cinema recente, ma purtroppo sono sempre gli stessi, selezionati in modo quasi casuale (Take On Me degli a-ha) o un po’ scontato (Holding Out for a Hero di Bonnie Tyler). Dal canto suo, il compositore Brian Tyler rifà gli storici brani di Koji Kondo in versione strumentale, mantenendone la riconoscibilità per l’orecchio degli appassionati.

Dentro c’è un po’ di tutto, dalla pista arcobaleno di Mario Kart alle atmosfere sulfuree di Luigi’s Mansion, senza dimenticare Donkey Kong e i numerosi riferimenti ai giochi del celebre idraulico. Il vero cuore pulsante del film è però la tenera fratellanza che lega Mario e Luigi: non a caso, il climax è alimentato proprio dall’importanza della cura, di fronte a un mondo ostile che tormenta Mario perché di bassa statura e Luigi perché fifone. I primi giochi sancivano già nel titolo questo legame indissolubile – Super Mario BROS. – e questa trasposizione non fa che replicarne la centralità. È chiaro che Nintendo, trent’anni dopo quello strano pastiche ucronico/cyberpunk del ’93, non voleva rischiare un altro flop, e ha guidato Illumination in un porto sicuro. Se le scene ambientate nel nostro mondo hanno il marchio dello studio californiano (l’incontro con il cane, la cena in famiglia), l’avventura nel Regno dei Funghi è una bizzarria tutta nintendiana, coloratissima e divertente. È immediata e diretta, come la linea da seguire per arrivare in fondo allo schema. Da un film che intende sintetizzare i primi quarant’anni di un’icona videoludica, forse l’unica davvero radicata nell’immaginario collettivo, non ci si poteva aspettare nient’altro.

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