Adrien Brody compie 50 anni. Lo fa da creatura assolutamente atipica nel panorama cinematografico moderno, capace di raggiungere il successo internazionale con uno dei più grandi film sull’Olocausto di sempre, ma di non rinnegare mai il suo amore per il cinema indipendente ed autoriale, evitando i facili trionfi hollywoodiani. Per onorarne la carriera, quella che segue è una lista delle sue 5 interpretazioni più iconiche, dei 5 ruoli in cui l’ex ragazzo del Queens ha saputo fissarsi come uno degli attori più talentuosi della sua generazione.
Tagliamo la stessa al Toro e partiamo subito con il film più iconico della sua carriera. Roman Polanski con Il Pianista crea una delle odissee più atroci realistiche e memorabili della storia del cinema, nonché forse il film definitivo sull’olocausto. Adrien Brody stupì il mondo nei panni di Władysław Szpilman per la sua incredibile espressività, ma soprattutto per la grande capacità di donare credibilità ad ogni scena, a quel viaggio dentro un regno di morte, solitudine e sofferenza. Oscar meritatissimo in virtù anche di una profonda trasformazione fisica a cui si sottopose l’attore, capace di donarci uno dei personaggi più umani di quel cinema che ha cercato di parlarci degli ultimi, dei sopraffatti, di chi durante la Seconda guerra mondiale faceva l’unica cosa che poteva fare: sopravvivere. Ciò che stupisce è che dopo quel film, Adrien Brody non sia diventato il nuovo volto di Hollywood, qualcosa che ha a che vedere però più con il suo percorso personale, ben rappresentato da questo film, del resto una delle opere autoriali più importanti del XXI secolo. A distanza di tanti anni, su questo tema non si è ancora riusciti a superare ciò che lui seppe donarci, con alcune tra le scene più toccanti e intense che si ricordino, nei panni di un musicista, un uomo come tanti, perso dentro l’uragano della Storia.
Anche la televisione ha permesso ad Adrien Brody di mostrarci il meglio di sé. Peaky Blinders è uno dei percorsi televisivi più accattivanti dell’ultimo decennio, una piccola perla crime e gangster capace di rinnovare un intero genere. Cillian Murphy ha creato con il suo Thomas Shelby un totem unico per fascino, carisma e percorso, che ha avuto in Luca Changretta la nemesi definitiva. Ancora oggi l’incontro tra i due, di base una dichiarazione di guerra in piena regola, è tra i momenti televisivi più iconici degli ultimi anni. Adrien Brody costruisce un personaggio ferale, elegante e allo stesso tempo brutale, ferocissimo, che in sé condensa il Vito Corleone di Marlon Brando, lo Scarface di Al Pacino e Paul Muni. Pur nella sua natura assolutamente sopra le righe, Luca Changretta rimane però uno dei mafiosi Italo americani più interessanti, meglio concepiti e soprattutto recitati che si ricordino. Lo scontro tra Thomas Shelby e Luca rappresenta anche lo scontro tra due uomini che in fin dei conti sono uguali, credono nelle stesse cose, negli stessi valori, e per questo non possono che annullarsi a vicenda.
Il legame di Adrien Brody con Wes Anderson ha permesso ad entrambi di scrivere pagine di cinema assolutamente memorabili. Grand Budapest Hotel è probabilmente il vertice del loro sodalizio artistico, che ha visto Adrien Brody diventare sostanzialmente l’attore feticcio dell’originalissimo e per certi versi anche divisivo cineasta. In Gran Budapest Hotel, Brody con il suo Dmitri Desgoffe und Taxis dà vita ad uno dei villain più eccentrici, originali e imprevedibili del panorama recente, un concentrato di manierismo, perfidia, grottesca ingordigia e parodia di ciò che rimaneva della nobiltà più meschina e arretrata nell’Europa degli anni ’30. Rimane da certi punti di vista anche la prova tangibile di quanto questo attore, porti con sé qualcosa di antico, qualcosa di particolarmente connesso al cinema che fu, di cui bene o male poi Anderson è sempre stato anche un grandissimo ammiratore. Fatto ancora più importante, in un film corale, come lo sono tutti quelli di Anderson, Adrien Brody riuscì sempre a risaltare, grazie ad un’interpretazione dove seppe onorare il meglio dei villain concepiti da autori come Conan Doyle, Edgar Allan Poe, Chesterton, in virtù della sua espressività così plastica ed assieme charmant.
Hollywoodland di Allen Coulter è senza ombra di dubbio uno dei film più sottovalutati degli anni 2000, soprattutto per quello che riguarda il genere noir. Al centro viene l’indagine da parte di Louis Simo, detective privato abbastanza scalcagnato e malmesso, a cui viene chiesto di indagare sulla morte di George Reeves, il primo, iconico Superman, interpretato da un bravissimo Ben Affleck. La morte di Reeves ha scioccato l’America, ha dato adito alle più varie ipotesi, perché non tutti credono alla tesi del suicidio.
Film straordinario per come sa omaggiare il genere, connettendosi soprattutto alla narrativa di James Ellroy, così come di Chandler, Hollywoodland vede l’attore nei panni di un perdente, di un investigatore che è esattamente il contrario dei personaggi affascinanti e virili che avevano donato fama immortale sul grande schermo a uomini come Humphrey Bogart o Robert Mitchum. Il suo diventa bene o male un personaggio in cerca di un senso anche della sua esistenza, mentre cerca comprendere se quel divo mancato, quell’attore invecchiato troppo presto, sia stato ucciso per uno dei tanti sgarri ai pericolosi produttori dell’epoca o se sia tolto la vita in quella Hollywood che ancora oggi ingoia e mastica vite, sogni e speranze.
Con ogni probabilità il film che lo ha lanciato veramente. Bread and Roses è uno dei migliori lavori del grande Ken Loach, con il quale il grande regista britannico affrontò il tema dell’immigrazione clandestina unita a quella della dignità dei lavoratori negli Stati Uniti.
Brody interpretava Sam, giovane sindacalista pieno di risorse, audacia, empatia e capacità di motivare chi normalmente non concepirebbe mai alcun tipo di azione per far valere i propri diritti e la propria dignità. Qui, nella Los Angeles del 2000, avrebbe cercato in particolare di aiutare Maya (Pilar Padilla), giovane immigrata clandestina, addetta alle pulizie costretta a sopportare ogni genere di umiliazione in un clima tossico e dispotico. Film civile ammantato di una gradevole ironia ma sempre fedele alla sua forza di specchio della realtà, vede Brody alle prese con un personaggio impossibile da non amare per il coraggio, l’originalità e la genuina indignazione verso le ingiustizie che lo motivano ad andare avanti.